IX^ Domenica dopo Pentecoste e sant'Eusebio

2 Samuele 12, 1-13; 2 Corinzi 4, 5b-14; Marco 2, 1-12

Continua la presentazione della storia della salvezza e il nostro coinvolgimento.

I Lettura. Siamo arrivati a Davide, credente e peccatore. Chiamato da Dio e consacrato mediante l’unzione, Davide è il “benedetto” da Dio. Ma la gloria religiosa di Davide non deve far dimenticare l’uomo, che ebbe anche le sue debolezze e i suoi peccati. Pur essendo amico appassionato di Dio, Davide ha la presunzione: si sente padrone della situazione, la passione lo coinvolge, commette adulterio e uccide. Nonostante tutto si sente a posto. Le parole del profeta Natan lo portano a prendere coscienza dei gravi peccati e a ravvedersi. Nella vicenda del re Davide è ripresentata l’esperienza di ogni uomo a riconoscere il proprio peccato, per essere raggiunto e santificato dal perdono di Dio.

II Lettura. La condizione di fragilità dell’apostolo è anche la nostra. Paolo ai cristiani di Corinto mostra e fa conoscere il suo stato d’animo, la sua situazione psicologica, il suo percepirsi come persona. La grandezza dell’apostolo è tesoro racchiuso in vasi d’argilla. Questa descrizione serve moltissimo a noi: per mettere a tema il nostro sentire, il nostro essere cristiani, il nostro modo di reagire di fronte alla vita.

Vangelo. «Figlio, ti sono perdonati i peccati»: è la parola stessa di Gesù al paralitico che gli viene presentato per essere guarito. Gesù è venuto per liberarci dal peccato: il paralitico di Cafarnao può alzarsi e riprendere a camminare. Il nostro peccato, anziché portarci a chiuderci in un pessimismo senza speranza, ci sollecita ad aprire il nostro limite - l’essere “vasi di creta” - all’azione liberante e rigeneratrice di Cristo. Ricevere il perdono del Signore Gesù nella sua Chiesa significa fare sin d’ora l’esperienza della risurrezione.

Da Franco Cecchin, “A ciascun giorno la sua Parola - Anno A", pp. 245 e ss., Àncora, Milano

 

 

SANT'ESUSEBIO

 

Sardegna, inizio IV secolo - Vercelli, 1 agosto 371/372

Il primo vescovo del Piemonte nacque in Sardegna tra la fine del III e l'inizio del IV secolo. Durante gli studi ecclesiastici a Roma si fece apprezzare da papa Giulio I che verso il 345 lo nominò vescovo di Vercelli. Qui stabilì per sé e per i suoi preti l'obbligo della vita in comune, collegando l'evangelizzazione con lo stile monastico.

I vercellesi vennero conquistati dalla sua arte oratoria: non solo parlava bene, ma esprimeva ciò che sentiva dentro. Si attirò così l'ostilità degli ariani e dello stesso imperatore Costanzo che lo mandò in esilio in Asia insieme a Dionigi, vescovo di Milano. Venne torturato, soffrì la fame, ma nel 362 ebbe finalmente la fortuna di ritornare a Vercelli.

Riprese l'evangelizzazione delle campagne, istituendo la diocesi di Tortona. Ma si spinse anche in Gallia, insediando un vescovo a Embrun. La tradizione lo considera anche fondatore di due noti santuari: quello di Oropa (Biella) e di Crea (Alessandria). Nel 371 la morte lo colse nella sua città episcopale, che ne custodisce tuttora le reliquie nel Duomo.

 

 

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