VENERDÌ SANTO e Beato Antonio Neyrot da Rivoli

Isaia 49,24-50, 10- Isaia 52,13-53, 12 - Matteo 27,1-56

In questo giorno la Chiesa rivive il mistero della morte di Gesù attraverso la proclamazione liturgica della sua Passione. Tale solenne momento è preparato da due letture tratte dal libro del profeta Isaia, nelle quali è prefigurata l’immagine del Messia sofferente. Nel brano della passione di Matteo Gesù viene condotto davanti al governatore Pilato. Gesù è consegnato alla sofferenza, all’incomprensione e alla derisione. E’ condannato al supplizio degli schiavi. Gesù muore in croce. La disfatta è totale. La desolazione di Gesù è al culmine; grida con angoscia, ma gli risponde solo l’ironia sogghignante di qualche comparsa. Dio tace. Il salmo 21 che sale alle sue labbra si conclude nella Bibbia in preghiera di speranza. L’orrore delle sofferenze degli innocenti, tutta la condizione mortale degli uomini e la tragicità delle morti umane salgono fino a questa croce. Eppure una tale morte è passaggio alla vita; essa trasforma la condizione dell’uomo e dell’universo. La liturgia del Venerdì Santo ci fa partecipi del dramma del Crocefisso e di tutti i crocefissi del mondo. Con la passione e morte di Gesù, la sofferenza, la malattia, la morte non sono più segno di condanna, ma via di salvezza. Il dolore non è più fine a se stesso. Assumendo il dolore su di sé Gesù lo ha fatto luogo di salvezza, di liberazione e di speranza.
Da Franco Cecchin “A ciascun giorno la sua Parola” Anno A pp.154 ss. Áncora, Milano

 

 

Beato Antonio Neyrot da Rivol

 

Per nascita è piemontese, ma non abbiamo notizie certe sulla sua origine. Incominciamo a conoscerlo quando chiede di essere accolto nel convento dei Domenicani a Firenze. Il convento è quello già appartenente ai Silvestrini, così chiamati da san Silvestro Guzzolini, che li fondò nel Duecento: ora è affidato ai Domenicani, che l’hanno fatto rimettere a nuovo con l’aiuto di Cosimo de’ Medici il Vecchio, che in Firenze è sovrano senza corona né trono né titoli. E proprio in quest’epoca lo sta affrescando frate Giovanni da Fiesole, che il mondo conoscerà come Beato Angelico. Priore di questa comunità è Antonino Pierozzi, che ha già guidato altre comunità a Cortona, Roma e a Napoli, e che sta per diventare arcivescovo di Firenze.

Il giovane Neyrot da Rivoli è uno degli ultimi giovani che Antonino ha potuto seguire prima di passare al governo della diocesi, chiamandolo via via agli ordini sacri, e sempre mettendolo in guardia contro la fretta: per riuscire buon domenicano, gli ripeteva, occorre molto studio, con molta preghiera e molta pazienza. Ma lui non conosce la pazienza. Sopporta male il lento apprendistato sui libri. Si considera già preparatissimo, vorrebbe andare subito in prima linea. Insiste con i superiori, chiede di essere mandato in Sicilia. Gli rispondono di no. Allora decide di appellarsi a Roma, e va a finire che ci riesce: per insistenza sua, per raccomandazioni autorevoli, chissà. In Sicilia ci arriva davvero, con tutti i permessi romani.
Nel 1458 – e ancora per ragioni che non si conoscono – si imbarca dalla Sicilia diretto a Napoli, secondo alcuni; oppure, secondo altri, verso l’Africa: un’ipotesi che sembrerebbe in linea con le sue note impazienze missionarie. Ma questa è anche una stagione di pirati, e in essi s’imbatte appunto la sua nave: così lui arriva davvero in Africa, ma come schiavo. Sbarca a Tunisi, che all’epoca è la fiorente capitale di un vasto stato berbero, creato dalla dinastia musulmana degli Almohadi, e dal XIII secolo sotto il governo degli emiri Hafsidi. Un solido stato autonomo, legato da intensi rapporti commerciali con i Paesi mediterranei.
Padre Neyrot è dunque arrivato – sia pure in maniera inaspettata – in Africa da rievangelizzare, alla terra dei suoi entusiasmi. Ma rapidamente essa diventala terra di tutti i fallimenti. Il predicatore impaziente dei tempi fiorentini tradisce i suoi voti, butta l’abito domenicano e rinnega la fede, prende moglie e si fa pubblicamente musulmano.
Intanto a Firenze, nel maggio 1459, muore il vescovo Antonino, il suo maestro poco ascoltato, e la notizia lo raggiunge a Tunisi. (Secondo un’altra versione, il vescovo gli sarebbe apparso in sogno dopo la morte). Di qui prende avvio per Antonio il cammino del ritorno, che è rapido e senza incertezze. Non solo egli ritrova dentro di sé la fede cristiana, ma subito la proclama pubblicamente davanti all’emiro e con addosso l’abito di domenicano. Questo comporta la condannaa morte, che viene eseguita a Tunisi mediante lapidazione. Questo accade, secondo il Martirologio romano, nella feria quinta in Coena Domini, ossia il Giovedì santo, nell’anno 1460.
Mercanti genovesi riportano in Italia il suo corpo, che nel 1464 raggiunge la cittadina nativa, Rivoli, dov’è tuttora custodito nella collegiata di Santa Maria della Stella. Clemente XIII ne ha approvato il culto come beato nel 1767.

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