Domenica che precede il martirio di S. Giovanni il Precursore e San Giuseppe Calasanzio Sacerdote

2 Maccabei 6, 1-2. 18-28 - 2 Corinzi 4, 17-5, 10 -Matteo 18, 1-10

Il Battista è il punto di raccordo, di passaggio, tra il primo e il nuovo Testamento e questo si realizza proprio con la testimonianza. Il martirio non è altro che testimoniare il Signore con la propria vita.

Partiamo dalla prima lettura. L’arroganza del re Antioco IV è senza limiti. A Gerusalemme i suoi governatori continuano la politica di paganizzazione ellenistica. La grande persecuzione del 167 a. C. ha inizio e già la resistenza comincia a prendere forma. Ad opera di un vecchio ateniese i culti pagani si insediano. Il tempio è profanato e i Giudei sono obbligati a prendere parte alle feste pubbliche in onore degli dei greci.

Non è più possibile seguire la legge di Mosè se non in segreto e con il pericolo della propria vita. Per la prima volta nella storia, i credenti sono chiamati a testimoniare la loro fede con il martirio. La vicenda di Eleazaro è affascinante, perché non scende a compromessi e ha il coraggio per la sua fede di rischiare la sua vita. Il suo martirio è di esempio per i giovani e di saggezza per noi adulti. La sua testimonianza apre una nuova speranza, quella di una vita definitiva presso Dio.

Passiamo al brano del Vangelo. Nel contesto della domanda: “Chi è il più grande nei regni dei cieli?” a cui il Signore Gesù dà una triplice risposta (“se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”; “chi si fa piccolo come un bambino sarà il più grande nel regno dei cieli”; “chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”), inserisce la problematica dello scandalo nei confronti dei piccoli. Gesù combina l’ineluttabilità degli scandali con la responsabilità di chi li provoca. C’è l’avvertimento duro a non creare scandali ai piccoli, c’è la maledizione lanciata contro chi ne è la causa e c’è l’imperativo di togliere radicalmente dalla propria esistenza ogni occasione di scandalo. L’invito a “non disprezzare uno solo di questi piccoli” va motivato anche dal fatto che essi hanno potenti amici e difensori del Padre celeste. I piccoli, infatti, non considerati importanti dagli uomini, valgono e contano presso Dio e sono beneficiari della sua attenzione premurosa.

Passiamo all’approfondimento teologico di Paolo nella lettera seconda ai Corinzi: l’apostolo delle genti, al presente, vive un’esistenza tribolata, ma nel futuro ultimo sarà smisuratamente glorificato. Paolo esprime una certezza della fede: oltre i confini della storia ci attende il dono di una vita piena e perfetta. Non si tratta di un pio desiderio velleitario, ma di una seria promessa divina, di cui ora come caparra, cioè anticipo, possiede lo Spirito Santo. “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”. Il nostro presente è carico di eternità.

Alcune attualizzazioni per il nostro oggi. In una società come la nostra, scristianizzata, secolarizzata e fragile, abbiamo bisogno di cristiani veri. In una società dell’indifferenza, dell’allontanamento dalla pratica religiosa e del relativismo etico, c’è bisogno di testimoni credibili, in cui alla parola di Dio corrisponda la coerenza della vita. Il mondo di oggi ha bisogno di cristiani che siano testimoni credibili dell’eterno non fuggendo dalla realtà, ma vivendo l’oggi con dentro la vita nuova portata da Gesù Cristo.

Da Franco Cecchin, “A ciascun giorno la sua Parola - Anno C”, pp. 247 e ss., Àncora, Milano

 

 

San Giuseppe Calasanzio Sacerdote

 

Peralta del Sal, Aragona (Spagna), 31 luglio 1558 - Roma, 25 agosto 1648

Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l'obiettivo di dare un'istruzione ai più poveri e combattere così l'analfabetismo, l'ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi».

Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all'educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s'impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l'ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l'ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi.

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