Milano, 10 aprile 2017   |  

Video shock: siamo ormai assuefatti alla violenza verbale?

Gli studenti della Cattolica analizzano con un video diventato virale gli effetti (o i non effetti) della violenza verbale sui social network

Questo video, ripreso e condiviso dalle più importanti testate nazionali, ha come obiettivo quello di mettere in luce una delle piaghe più drammatiche della società 2.0: la sconcertante indifferenza di fronte alla violenza verbale che straborda purtroppo su molte piattaforme virtuali e sui social network. Il nostro collaboratore, Francesco Todeschini, puntuale e preparato cronista che ogni domenica ci racconta le gesta sul campo dei calciatori della Calcio Lecco, questa volta si è cimentato con un’impresa molto più difficile e per certi versi dura. Francesco ha fatto parte del gruppo di studenti dell’Università Cattolica di Milano e oggi condivide con noi le sensazioni provate nei giorni di realizzazione di questo emblematico video.

 

di Francesco Todeschini

C’è un famoso pensiero che recita così: “Hanno chiuso i manicomi e hanno aperto i social network”. Una considerazione forte, quasi provocatoria verso tutti quegli utenti che utilizzano gli spazi virtuali in modo improprio. I recenti fatti di cronaca nera testimoniano come i social network possano essere delle vere e proprie cause di suicidio se utilizzati malamente contro il prossimo. Su Facebook, Twitter e Instagram, solo per citarne alcuni, capita spesso di vedere contenuti discriminatori e offensivi, ma spesso non ce ne rendiamo conto. Proprio per questo l’associazione Vox Diritti ha stilato una classifica, chiamata Mappa dell’Intolleranza, che al suo interno contiene le offese e le frasi di odio più utilizzate su Twitter. Le categorie di insulti analizzate sono molteplici e tra queste risulta che donne, immigrati e omosessuali siano quelle più prese di mira.

La professoressa del seminario di ufficio stampa, Silvia Brena, ha proposto agli studenti dell’Università Cattolica di Milano di formulare una campagna di comunicazione per presentare questo progetto di Vox Diritti. Elaborare una strategia comunicativa può sembrare molto semplice, ma spesso si rischia di scivolare nel banale elaborando dei messaggi “costruiti a priori”. Il mio gruppo e io siamo partiti proprio da questo punto: verificare sul campo se ciò che succede nella “piazza virtuale” di Twitter fosse vero anche nella “piazza reale” in modo da testare le reazioni della gente. Non ci siamo posti degli obiettivi o dei risultati a priori, eravamo pronti a segnalare qualsiasi comportamento. Abbiamo pensato quindi di articolare il nostro esperimento in questo modo: scrivere su dei cartelli alcuni insulti espliciti e chiari, in modo tale da catturare l’attenzione dei passanti.

Il 7 dicembre, giorno di festa per la città di Milano, ci siamo posizionati tra le bancarelle della “Fiera degli Obej Obej” mostrando, chi girato di spalle, chi camminando tra la folla e chi con il volto ben riconoscibile, questi cartelli. Il risultato è stato sbalorditivo: in quasi 3 ore, solo 4 persone hanno chiesto spiegazioni. Per il resto totale e completa indifferenza, gente che fotografa soddisfatta i cartelli e, se vogliamo, anche qualche “complimento” perché per qualcuno stavamo denunciando una “verità”. La professoressa Brena, colpita dalla “non reazione” ci ha proposto di ripetere l’esperimento anche nelle città di Roma e Torino. Il risultato non è cambiato e così Vox Diritti ha deciso di partire da questo video per lanciare la nuova “Mappa dell’Intolleranza”.

Personalmente devo ammettere che portare quei cartelli carichi di odio è stato molto difficile. Ricordo che a Milano fui il primo a cimentarmi. Prima di attaccare sulla schiena il cartello con la scritta “Le donne sono tutte troie” mi sono messo sciarpa e cappuccio per coprirmi bene. Anche se di fatto ero un estraneo per tutti i milanesi, mostrare in pubblico un insulto che non si condivide non è mai semplice. Dopo cinque minuti volevo scappare, convinto che fosse passata già una buona mezz’ora. A Roma e a Torino non dico che l’operazione sia stata più semplice, ma sicuramente i miei compagni e io eravamo più “preparati” alla reazione della gente, o meglio alla non reazione. Devo confessare però che alla fine dell’ultima registrazione mi sono sentito sollevato, perché era diventato angosciante non solo portare il cartello, ma anche filmare gli sguardi dei passanti.

Abbiamo voluto portare una provocazione, sensibilizzare il problema portandolo in piazza per vedere come la gente avrebbe reagito. Capisco le persone che magari hanno fatto finta di niente, è un comportamento umano quello di “passare oltre” a certe situazioni. Difficile e quasi spaventoso invece, vedere molti ridere e fotografare questi insulti, come se fossero un trofeo da esibire agli amici.

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