Lecco, 12 febbraio 2018   |  

“Vedete sono uno di voi”: il film di Ermanno Olmi sul cardinal Martini

di Ugo Baglivo

Per chi ha fede le esperienze umane, mutevoli, sono tutte rette dalla ispirazione dello Spirito.

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Il 10 febbraio 1980 fu l’ingresso in Milano dell’Arcivescovo Martini; a 38 anni esatti da quell’evento unico, foriero di tante novità successive, la proiezione a Lecco del film di Ermanno Olmi “Vedete sono uno di voi”, curato dal regista su soggetto di Marco Garzonio (giornalista editorialista al Corriere della Sera). Garzonio è presente alla serata lecchese, in Sala Ticozzi, accompagnato dal suo parroco don Serafino Marazzini, tanto caro a noi lecchesi; il film è un docu-film (a mezza strada tra il documentario e l’opera a trama) sulla vita e la morte del card. Martini.

La sala è piena, pur senza risultare gremita; e ciò dimostra quanto le Parrocchie lecchesi sanno lavorare in collaborazione tra loro, quando la cosa “sta a cuore”. A fare gli onori di casa, con un’intervista iniziale diretta a Marco Garzonio, si è prestato il prevosto-decano mons. Franco Cecchin. Cecchin è nel suo 75° anno di vita, e cerca lezioni morali dai suoi maestri spirituali come il card. Martini, che al momento delle sue dimissioni da arcivescovo di Milano (15 febbraio 2002) disse agli intimi: “resto avvinto dallo Spirito, e vado a Gerusalemme, senza sapere che cosa mi capiterà”. Per chi ha fede le esperienze umane, mutevoli, sono tutte rette dalla ispirazione dello Spirito.

Garzonio ricorda il funerale di Martini a Milano (2012), con il duomo aperto di notte, che non conteneva la folla di gente che, pazientemente in fila, aspettava il turno per salutare un “grande”; la domenica “feci due ore e mezza di coda” per vederlo nell’ultimo saluto. A far la fila non erano solo i credenti, ma anche tanti atei noti mischiati alla gente comune, “fedeli” alla “cattedra dei non-credenti”, che Martini aveva istituito, con l’approvazione di papa Wojtyla (a dispetto di quanti vedevano tra i due – in quegli anni – due modi alternativi e contrastanti di fare Chiesa).

L’arco di tempo di lavorazione del film è di ben quattro anni (dal 2012 al 2016), e la formula di genere “letterario” muta da un primitivo documentario a quel misto (detto appunto “docu-film”) che si arricchisce sempre più di lirismo, e diventa quasi trama, letta alla rovescia dal letto di morte ai ricordi della vita che scorre; alle immagini reali di Martini, colte nel vivo da fotografie e filmati di repertorio, si aggiunge la voce di Ermanno Olmi, che interpreta i pensieri dell’Arcivescovo maestro di vita. Ecco, nella spiegazione di Garzonio, il valore del film: è tutto nella scoperta introspettiva, che va dalle apparenze al messaggio profondo dell’eredità spirituale.

Chiede Cecchin: Chi è per te il card. Martini? E Garzonio: E’ un punto di riferimento, per me e per tutti i milanesi, è un maestro di dottrina e di vita, da leggere e seguire come un “padre della Chiesa”. A 80 anni il cardinale celebrava nella chiesa dell’Orto degli Ulivi in Gerusalemme, e parlava già di “agone”, che è combattimento di vita, molto vicino linguisticamente ad “agonia”, e diceva semplicemente: “imparate a pensare!”. Ecco il messaggio ultimo del maestro, che nella cattedra dei non-credenti, voleva venissero distinti gli uomini non tra credenti e non-credenti, ma tra pensanti e non-pensanti.

Che cosa direbbe Martini ai tempi d’oggi? e magari al nuovo Arcivescovo di Milano? Risposta: ogni tempo ha le sue specificità; e la lezione di S. Agostino è sempre valida: in ogni tempo i “segni buoni” sono eredità per quelli che restano. La chiave di lettura del docu-film è quella che deriva da Olmi e Garzonio affettuosamente vicini al cardinale in vita, e intimamente vicini al suo messaggio dopo la sua morte: vale più il silenzio, la meditazione, il discernimento interiore, che mille dichiarazioni e azioni.

Dal letto di morte si dipana il tessuto di tutta una vita che scorre. La fanciullezza in famiglia a Torino e nella casa di vacanze di Orbassano, o a Pianezza di Pettinengo (presso Biella) da cui proveniva la mamma Olga Maggia, al cui esempio – come spesso succede – Martini deve la propria vocazione; poi l’incontro con i Gesuiti, prima all’Istituto Sociale di Torino e poi (dal 1944) all’Aloisianum di Gallarate, dove pure si concluse la parabola umana del cardinale, dopo la permanenza a Gerusalemme.

Le esperienze successive alla professione del noviziato sono tutte in salita: vari dottorati (in Teologia e Scienze Bibliche), vari magisteri (come quello al Pontificio Istituto Biblico, dove imparò il metodo filologico dell’approccio ai sacri testi), varie conoscenze e relazioni ecumeniche (in Austria e nord-Europa, fino in Polonia dove fu apprezzato dal cardinale di Cracovia Wojtyla). Nel ’78 Martini diventa rettore dell’Università Gregoriana a Roma, erede del Collegio Romano fondato da S. Ignazio di Loyola; quasi due anni dopo (dicembre 1979) proprio Giovanni Paolo II lo nomina Arcivescovo di Milano.

L’ingresso in Milano dell’arcivescovo Martini fu per tutti una lezione di stile, a cui poi i milanesi si abituarono: non cortei di auto blu, non incontri e discorsi ufficiali, ma un cammino semplice in mezzo alla gente, dal Castello Sforzesco al Duomo, e il discorso ai “suoi” nuovi diocesani, con il Vangelo di Luca: “sulla Tua parola getterò le reti!”. Poi la “scuola della Parola” (del 1980), con la raccomandazione dell’ascolto silenzioso della Parola (con la P maiuscola), quanto più silenzioso tanto più fertile di scoperte e intuizioni; poi l’istituzione del “Fondo di solidarietà” per i bisognosi (1982), giusto per coniugare lo studio con l’impegno nella carità.

I primi Anni ’80 sono ancora quelli della Brigate Rosse, ma Martini condannava la violenza e il terrorismo come anche la corruzione (contro cui quel terrorismo si schierava). Poi il capolavoro del magistero di Martini: nel 1987 nasce la “Cattedra del non-credenti”; il cardinale (tale dal 1983) si accostava a tutti gli uomini di pensiero, senza distinzione neppure di credo religioso, per cercare la Verità insieme a loro; sempre nell’87 Martini venne eletto presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali europee, come per coniugare ancora una volta pensiero e azione, filosofia della ricerca e teologia dell’unità auspicata per i Cristiani, che tutti si ispirano a quei testi biblici da Martini sempre studiati e sempre riscoperti nella sua ricerca non solo filologica.

E nel 1990 Martini affronta il tema dell’Islam, con un testo “Noi e l’Islam – Dall’accoglienza al dialogo”; chi scrive ricorda inoltre, in quegli anni, un discorso del cardinale in Duomo, in cui egli si rivolge ad un gruppo di zingari, da lui invitati, chiamandoli “miei amici”; l’apertura mentale di questo “gigante della fede” è grandiosa, e il suo messaggio pienamente attuale.

Nel film Olmi si identifica con Martini: non tratta di lui in terza persona, ma ne interpreta i testi e la mentalità e perfino i gesti. E con Olmi regista, anche lo sceneggiatore Garzonio, che dice ai lecchesi: “dopo la visione del film, andrete via <schisci> in silenzio”, perché avrete da pensare più che da parlare.

Il film, partendo dal letto di morte a Gallarate si apre al giudizio sulla vita intera di Martini, perfino sul “silenzio di Dio” che tenta i grandi santi verso la fine dell’esistenza (come succede anche a madre Teresa di Calcutta). C’è nel film un particolare lirismo, che stringe in una “cosa sola” Martini e Olmi e Garzonio, e tutto il gruppo di Istituto Luce che collabora alla lavorazione: un lirismo che si coglie da un testo poetico posto in finale al libro di commento di Garzonio al film (M. Garzonio, Vedete sono uno di voi, ed. Ancora 2017).

Al capezzale del cardinale Martini (di Marco Garzonio)
“Aspettiamo l’attimo che deve venire, che verrà,
è questione di tempo,
nella penombra della stanzetta al terzo piano.
…………
Fisso le pareti spoglie, utero bianco
che ti sta per generare al cielo,
nella contrazione degli ultimi spasmi.
………….
Raccolgo la consegna da te Carlo Maria Martini,
uomo con gli uomini,
cantore della Parola detta in parole,
cardinale di una Chiesa bisognosa di misericordia,
più che di cattedrali e paramenti,
profeta di un Dio che muore e risorge,
che scende agli Inferi, riscatta gli afflitti,
e prende per mano chi patisce
nelle membra e nell’anima.”

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