Salò, 15 maggio 2017   |  

Un'opera di Hitler, “pazzo politico”, finisce nel “Museo della Follia”

Rimarrà aperta fino al 16 novembre al MuSa di Salò, sulle sponde del lago di Garda, la mostra itinerante curata da Vittorio Sgarbi

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“Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento”: questa è la frase che accoglie il visitatore all’ingresso delle stanze che si snodano lungo i corridoi del MuSa di Salò, museo che non ha ancora due anni di vita, ma che ha già ospitato importanti retrospettive grazie alla cospicua collaborazione con GardaMusei e alla sapiente guida del direttore Giordano Bruno Guerri, presidente della fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” collocato sulla stessa sponda del lago solo qualche km più in là, a Gardone Riviera.

“Quando amavamo ci facevano gli elettrochoc perché, dicevano, un pazzo non può amare nessuno” recita uno dei versi più belli della Merini tratto dalla poesia “Terra Santa”, recitata per gli spettatori proprio dalla sua voce.

La prima cosa che forse più colpisce nell’osservare questa raccolta di testimonianze sul tema della pazzia (da qui la mostra itinerante curata da Vittorio Sgarbi un vero e proprio “Museo della follia”, che, aperto il 10 Marzo chiuderà il 16 Novembre) è proprio l’amore che questi individui giudicati dalla società conforme diversi e “malati” sapevano invece trasmettere al mondo. Si scopre così che in quella difficile condizione imposta dalle loro menti germoglia il seme della vita e del genio, perché la pazzia è fertile e partorisce bellezza, poesia, ma soprattutto tanta, tantissima umanità.

L’esposizione è caratterizzata dalla multimedialità ed è quindi una mostra attiva, che spesso richiede la partecipazione del pubblico, anche in termini di emotività. Così nella “stanza dei ricordi” immagini, documenti e oggetti raccontano le condizioni dolenti e alienanti della detenzione forzata, e il visitatore può anche fisicamente entrare tra quelle mura, ascoltando la voce di un malato rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Palermo che legge una lettera, mai giunta a destinazione alla sua famiglia: “Cicì iu t’aspiettu, picchì un mi veni a pigghi? Cicì chi fussi bellu turnari a casa” (Cicì, io ti aspetto, perché non mi vieni a prendere? Cicì come sarebbe bello tornare a casa).

La “stanza della griglia” mostra invece un enorme pannello dove i ritratti ritrovati nelle cartelle cliniche di alcuni ex detenuti in manicomio compongono una griglia di oltre cinque metri, e un neon luminoso dona luce e rumore ai pensieri di ciascun volto. Anche qui al visitatore viene chiesto di collaborare, e basta spingere un tasto rosso collocato a lato per spegnere il tutto e far così calare il buio su quelle anime tormentate, quasi a simboleggiare quella vitalità spenta bruscamente in un solo momento da mani moleste e decise, volte a tramutare ogni umano in un essere privo di dignità personale.

Le fotografie di Vincenzo Aragozzini, scattate nella prima metà del Novecento, raccontano invece la vita nell’ex ospedale psichiatrico di Mombello e fanno parte di un progetto di digitalizzazione fotografica realizzato da Giacomo Doni dal titolo “Era Mombello”. Attraverso quelli scatti densi di verità e dolore trasuda tutta la sofferenza e l’indifferenza degli internati, costretti a ritagliarsi a modo loro piccoli spazi di fuga dalla realtà, in un ambiente dove privacy e diritti personali venivano costantemente violati.

Anche la raccolta pittorica è meritevole di menzione, con alcuni disegni di Gino Sandri che per lungo tempo rinchiuso proprio tra le mura di Mombello disegnerà molti dei suoi “fratelli” di sventura, perché nella follia si allenava a tener sempre abile la mano al disegno, per “conservare” quella memoria.

Telemaco Signorini nel suo “La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze” del 1865, descrive con minuzia di dettagli la costrizione di quelle povere donne, mentre il “Puro Folle o Parsifal” di Adolfo Wildt campeggia al centro di quella stessa sala, testimone della conoscenza approfondita della disperazione al limite della follia, condizione che l’artista stesso fu costretto ad assaporare durante tre lunghi anni di depressione, dal 1906 al 1909.

La collezione prosegue con Mancini, Tallone, Goya, Ligabue (del quale è esposta anche la motocicletta tra i numerosi dipinti) in un excursus che termina con il più enigmatico e contorto rappresentante dei turbamenti dell’animo umano, Francis Bacon.

Una rarità è rappresentata dall’opera esposta di Adolf Hitler, noto alla memoria per ben altre imprese e raccolto nella sezione dei “pazzi politici”. Un piccolo dipinto che denuncia tutta la miseria del quale l’animo umano può comporsi, scarno e buio come la mente che l’ha ideato. Un piccolo cartello ricorda come in realtà Hitler si considerasse un artista e volesse essere ricordato al mondo proprio per quell’attitudine che, a torto, sentiva propria. Tutta la sua frustrazione personale è ben presente tra quelle pennellate distratte di colore, dove la disperazione è talmente viva da risultare percettibile anche ad uno sguardo distratto.

Un percorso che indaga in maniera approfondita il tema e che merita assolutamente una visita perché “la follia è una condizione umana” per dirlo con parole di Franco Basaglia, e tra l’intelligenza e la pazzia, il genio e l’idiota spesso corre un filo sottilissimo e impercettibile. (Paola Mormina)

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