Lecco, 30 novembre 2019   |  

Teleriscaldamento, Legambiente: i rischi di un possibile impianto a biomasse

"Si tenga in considerazione l’impatto ambientale globale di questa alimentazione e non solo quello emissivo".

laura todde legambiente

Laura Todde, presidente di Legambiente Lecco

Coordinamento provinciale di Lecco dei Circoli Legambiente ponte alcuni dubbi sul teleriscaldamento alimentato a biomasse.

Siamo ormai in prossimità della scadenza per la consegna dei progetti riguardanti il bando di Silea per la costruzione di una rete di teleriscaldamento.

Secondo le informazioni pubbliche, tre sono le società partecipanti.

Sebbene Silea non abbia fornito finora informazioni e rassicurazioni al riguardo, i paletti posti con le delibere dei tre Comuni (Lecco, Valmadrera e Malgrate) interessati dall’utilizzo del sottosuolo per la rete di teleriscaldamento sono chiari e vincolanti: impossibilità di alimentare la rete a rifiuti dal 2032 e a fonti fossili, anche in piccola parte.

Condividiamo la preoccupazione della cittadinanza espressa da altre associazioni oltre a noi, per un progetto che potrebbe avere un impatto decisivo sul territorio, sulle politiche energetiche locali, oltre che sulla gestione dei rifiuti, nei prossimi decenni.

Come abbiamo sempre sostenuto, l’idea di una rete di teleriscaldamento può essere accettabile solo se basata su fonti rinnovabili realmente sostenibili e basata su impiantistica all’avanguardia.

Vista l’esclusione in toto dei rifiuti, gas o altri fonti fossili, è realistico pensare che le biomasse rappresentino la fonte per l’alimentazione intera o parziale più probabile per i progetti in consegna, dato che, rispetto alle soluzioni ambientalmente migliori (come ad esempio le pompe di calore alimentate da fotovoltaico e solare termico), offrono la maggiore facilità di implementazione, attraverso una relativamente semplice riconversione del forno.

E’ tuttavia necessario fare alcune precisazioni sulla reale sostenibilità delle biomasse.

Un primo problema è rappresentato dalla loro filiera di produzione. Al di là delle definizioni normative, le biomasse possono essere considerate sostenibili se: (1) provengono da una filiera di prossimità che non implica lunghi viaggi, (2) non si tratta di culture dedicate, che competono con altri usi e rappresentano una forzatura del naturale ciclo di assorbimento/liberazione di CO2, (3) si tratta di scarti che non troverebbero una miglior sistemazione, (4) il ritmo di sfruttamento non è superiore al tasso di ricrescita.

Sull’ultimo punto, in particolare, bisogna considerare che, sebbene in Europa la copertura boschiva stia leggermente aumentando dopo millenni di deforestazione, è anche vero che siamo ben lontani da una neutralità carbonica, e dunque i boschi, con la loro capacità di essere “pozzi naturali” di CO2, devono ricrescere il più possibile. Il parziale aumento di biomasse boscose a livello locale, nazionale ed europeo non può mai essere una giustificazione per ardere boschi a fini energetici. Inoltre, va considerato come il legname vergine abbia diversi usi possibili, e la combustione rappresenta, tra tutte, quella meno nobile.

Ci sono anche considerazioni di tipo pratico da tenere in conto: aspetti legali riguardanti la proprietà per lo più privata dei terreni, la logistica necessaria per raggiungere luoghi attualmente non accessibili, la garanzia che la filiera possa durare decenni. Questi aspetti pratici elevano i costi operativi e limitano la disponibilità di biomasse, e abbiamo ragione di temere che, in assenza di regolamentazione, diventerebbe molto più probabile ed economicamente conveniente per la futura società privata utilizzare colture dedicate, spesso non locali, come accade con l’impianto di Tirano.

Il secondo problema legato alle biomasse è la possibile impostazione di una rete di teleriscaldamento classica, ad alta temperatura, e quindi difficilmente interfacciabile con fonti rinnovabili più moderne e sostenibili come le pompe di calore e il solare termico, che possono scambiare calore a temperature minori. Pensare una rete di teleriscaldamento progettata solo su biomasse implicherebbe quindi legarsi di nuovo a processi di combustione, centralizzati e non modulari, difficilmente integrabili con fonti di energia più sostenibili.

Infine sussiste sempre il rischio che, mantenendo il forno di Valmadrera come centrale nella rete di teleriscaldamento, ci possano essere, nel futuro prossimo, cambi di direzione politica che possano allungare ulteriormente la combustione di rifiuti. Questa opzione non è assolutamente pensabile, e la dismissione dell’inceneritore di rifiuti deve essere una priorità di Silea oltre al coraggio di un impegno serio verso una politica di gestione dei rifiuti, dove la riduzione rappresenti davvero il primo obiettivo, interpretando concretamente il pacchetto sull’economia circolare come richiesto dalla Comunità Europea.

Alla luce di queste considerazioni, rinnoviamo la nostra preoccupazione per il futuro energetico del territorio lecchese, che dipenderà in gran parte dai criteri di aggiudicazione della gara, di cui al momento non abbiamo informazioni. A nostro avviso, la convenzione con i Comuni parla chiaro e Silea non dovrà avere remore nell’escludere progetti (anche tutti, fosse il caso) qualora non rispettassero i criteri escludenti che ci auguriamo siano stati espressi molto chiaramente nella lettera d’invito privata alle tre società.

Auspichiamo, inoltre, che in fase di valutazione, qualora venissero presentati progetti legati a biomasse, si tenga in considerazione l’impatto ambientale globale di questa alimentazione e non solo quello emissivo.

 

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