Esino Lario, 10 settembre 2017   |  

Tartifol Fest a Esino Lario, don Franco racconta

di Maria Francesca Magni

Parroco della piccola comunità esinese da 38 anni.

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Esino Lario, con la sua manciata di case di sasso sparse tra Crès e Psciach, ospita l'annuale festa della Biancona organizzata dal Consorzio della Patata Bianca nei giorni 16 e 17 Settembre.

La coltivazione del tubero venne introdotta in terra lariana da Alessandro Volta e fece il suo ingresso in Val d'Esino nei primi anni dell'800.

Don Giovanni Battista Rocca, parroco in Esino dal 1927 al 1965, ne sviluppò la coltivazione con la collaborazione della Cattedra Ambulante di Agricoltura, promuovendo una semina per righe con sanificazione delle sementi e dei terreni.

La novità 2017 è la presentazione del vino prodotto con le uve della Val d'Esino, maturate sulle pendici rocciose a picco sul lago.

Gli abitanti di Esino sono in fermento, nei somassi del vecchio nucleo verranno esposti prodotti tipici con degustazione, proposti aspetti culturali e momenti di divertimento per grandi e bambini.

IMG 0001 600 x 450Don Franco Galimberti è il parroco della piccola comunità esinese da 38 anni. La sua casa è in cima alla Via Crucis realizzata dallo scultore Vedani.
In vista della festa, Don Franco racconta.

Lei, come Don Rocca, è a Esino da molto tempo.
“Già. Don Rocca venne qui per motivi di salute e ci rimase fino alla morte” risponde Don Franco.

Abita nella stessa canonica in cui visse Don Rocca?
“No. Vedi il porticato affrancato alla chiesa? Bene, quello è lo spazio in cui sorgeva la casa di Don Rocca. In seguito venne demolita e fu costruita l'attuale strada che distrusse l'orto di Don Rocca. Un orto grandissimo, ricco di ogni tipo di erbe e fiori, con tante piante da frutta. Don Rocca si prodigava a fare esperimenti di botanica e, prima di insegnare le tecniche agricole ai propri parrocchiani, le provava di persona. La casa che abbiamo di fronte comprendeva la cascina e l'aia con gli animali da cortile; l'ala in fondo era destinata a stalla con le mucche. Il cimitero, prospicente il piazzale della chiesa, era il pollaio di Don Rocca. Ancora oggi, quando devo officiare il funerale di qualcuno, sento dire: 'è andato a curare le galline di Don Rocca'. L'odierno campo di calcio era invece il cimitero.
E dietro l'abside c'era il bersò con la vite dove Don Rocca poteva godersi la veduta completa del paese...”.

Perchè Don Rocca è ancora così presente nel cuore degli esinesi?
“Perchè impersonificava la regola morale. Era un curato rigido e autoritario, ma disponibile all'scolto. Combattè la miseria e l'ignoranza con iniziative socio-economiche per evitare lo spopolamento della montagna. Gli anziani affermano che era sempre in combutta con il Podestà. Anteponeva sempre gli interessi della sua gente alla legge degli uomini. Nel periodo fascista doveva essere fucilato a Bellano per essersi dichiarato colpevole di uno scritto contro il Duce, oltraggio che implicava l'incendio del paese. Fortuna fu che tra le sue carte i paesani trovarono una lettera di Benito Mussolini che ringraziava personalmente Don Rocca per aver ospitato i suoi nipoti. Così Don Rocca potè tornare ad occuparsi della parrocchia.
Nel 1936 introdusse la scuola di arazzeria, dove adesso abito io, impiegando 24 donne. Insegnò alla gente come si curano le piante, a fare l'orto e a coltivare con metodo la patata bianca...Istituì il museo delle Grigne”.

Come finanziava i suoi progetti?
“Aveva parecchie conoscenze illustri. Nel dopoguerra si recò in America poiché un parente, che era emigrato e si era arricchito, lo designò unico erede delle sue sostanze. Don Rocca si assentò per 3 mesi entro i quali riuscì a vendere tutte le proprietà ricevute. Tornò a Esino con circa 9milioni di lire che investì nella costruzione delle case collocate sotto la grotta della Madonna. Con quest'opera, iniziata negli anni cinquanta, dette lavoro a 30 uomini che utilizzarono i sassi del castello sopra la chiesa”.

In un paese tanto piccino esistevano 2 Comuni e 2 Parrocchie: Sant'Antonio e San Giovanni. Una distinzione che proseguì anche dopo l'unità d'Italia...
“Credo sia stata l'intuizione di San Carlo Borromeo, addirittura qualche secolo prima, che permise l'avvio di un percorso di unificazione del paese negli anni a venire con la costruzione della chiesa di San Vittore.
Infatti la posizione della chiesa di San Vittore è strategica: a metà strada tra Crès e Psciach”.

Come è cambiata la gente di Esino?
“La mia gente è caparbia, lavoratrice, concreta, orgogliosa delle proprie origini. Gli esinesi sono generosi, ma non accettano l'ozio e la pretesa di avere senza dare. La corresponsabilità e la condivisione dei pesi del vivere devono essere equamente suddivisi tra tutti coloro che beneficiano di quel che c'è.
Penso anche che la televisione sia stato un importante mezzo di comunicazione che ha mutato i costumi della mia gente. In fondo è stato un passaggio logico e obbligato, non siamo dei marziani...
Registro l'abbassamento di coloro che vengono in chiesa nella misura del 32% contro il 67% dei miei primi anni di parroco, dati che si attestano sulle medie nazionali”.

E' preoccupato?
“Non sono preoccupato perchè la verità della parola cristiana la vedo in ogni gesto della mia gente, in ogni cantuccio di vicolo...occorre avere pazienza”.
Don Franco si avvicina al dipinto di suo cugino pittore Ernesto Galimberti che rappresenta la passione.
“Guarda” mi dice “il male è questo teschio scuro in basso che spinge all'omicidio del Giusto quelli che lo trafiggono. In pratica l'uomo non è il male, ma è il male che spinge l'uomo a commettere azioni malvagie”.

Infine Don Franco mi conduce nella sua sala e mi mostra alcuni arazzi che raffigurano la chiesa, la via crucis, la transumanza delle pecore...
“Li donerò alla parrocchia per ricordare Don Rocca”.
Intanto dalla canonica passa un paesano: “Don, mi potrebbe dare un pezzetto di quel sambuco addossato al muro? Voglio fare uno zufolo per la mia nipotina. Lo sa Don Franco che con il sambuco si può ottenere il melon?”
Melet, correggo io.
“Melon” ribadisce Claudio Ferraroli: “non confondiamo il gergo di Crès con quello di Psciach” e sorride...
La storia si ripete.

 

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