Lecco, 03 maggio 2017   |  
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Si sfila per la pace, ma guai parlare di riconciliazione

Un lettore ci scrive per esprime l'amarezza provocata dal giudizio negativo su un suo libro considerato “revisionista e offensivo nei confronti della memoria della città”

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Gentile Direttore,

Le scrivo per far conoscere, soprattutto ai docenti della città, la sorda opposizione al mio libro che il Suo Giornale ha recensito oltre due anni or sono.

Dopo la pubblica petizione dell’ANPI, nel marzo 2015, a firma del Presidente Enrico Avagnina, che definiva il mio libro “revisionista e offensivo nei confronti della memoria della città”, si sono chiuse le porte a qualsiasi tentativo di presentazione istituzionale. Da ultimo, la Commissione di “Leggermente” dopo mesi di risposte evasive, mi ha comunicato, ormai al termine dell’anno scolastico, che non sa se e quando potrà essere presentato il mio libro. E questo mi addolora.

Avrei voluto accompagnare gli studenti della nostra città lungo l’itinerario percorso, il giorno 28 aprile 1945, da don Luigi Brusa, Rettore del Santuario di Nostra Signora della Vittoria e prete della Resistenza, dal suo Santuario al campo sportivo, dove una fazione di partigiani, intenzionati a trasformare la Resistenza in una nuova guerra civile e in una rivoluzione sanguinosa, aveva deciso di fucilare 16 militari della Repubblica Sociale, chiamando la città a un pubblico spettacolo di vendetta. E focalizzare agli studenti, un evento luminoso suscitato dalla presenza, in quel campo di morte, dello stesso don Luigi, che trasforma il luogo allestito per la vendetta in un luogo di Riconciliazione. A uno dei condannati, Bernardino Bernardini, don Luigi domanda: “provi dell’odio?”. “Un’ora fa sì, ora no. Perdono di cuore a tutti, e domando perdono per i miei peccati” risponde Bernardino disponendosi a morire così, senza odio nel cuore.

Avrei voluto poi, raccontare agli studenti il mio viaggio a Gubbio, città natale di Bernardino, alla ricerca delle radici della sua conversione dall’odio al perdono, e far comprendere come, grazie a don Luigi, proprio attraverso il perdono di Bernardino, l’anima francescana di quella città giunga provvidenzialmente nella nostra città, manzoniana, e la illumini offrendole una vocazione.

Avrei voluto infine raccontare il dolore inesausto della figlia di Bernardino, Mila, alla quale è stata sempre negata la verità sulla morte del padre, che, nella lettera inviata da don Luigi, alla moglie di Bernardino e alla figlia Mila, il prete della Resistenza racconta con questo sublimo ricordo: “Come Sacerdote comprendo il loro dolore reso più acuto dalla notizia di una morte così tragica però accolgano l'ultimo desiderio espresso dal loro Bernardino di non nutrir odio verso alcuno. Gesù dall'alto della Croce ce ne ha dato l'esempio sublime e il buon Bernardino lo ha imitato”.

Evidentemente ai ragazzi della nostra città non è concesso conoscere questo episodio, nel quale riluce provvidenzialmente l’anima stessa del Romanzo. Una certa “intellighenzia” che teme la verità e la cultura, vuole ancora impedir loro di comprendere che la storia non la si può piegare a stereotipi ideologici di potere, e, condotti su quel campo dove i vincitori hanno allestito una pubblica vendetta, imparare ad amare il nemico, che morendo come Gesù, offre a tutti con il suo perdono, la via della speranza. Giuseppe Arnaboldi Riva

 

Caro Arnaboldi Riva,

la sua è un'amarezza più che giustificata nel constatare che mentre si fanno proclami e ci si attiva nel sostenere che “si devono abbattere gli steccati, non si devono innalzare muri, ma costruire ponti per unire gli uomini”, c'è chi ancora si ostina a tenere aperte ferite che in 72 anni – per fortuna, di pace –, si sarebbero già chiuse naturalmente.

È un mondo davvero curioso, il nostro: si sfila con bandiere della pace, si predica la tolleranza, ma quando si scrive un libro per sostenere la riconciliazione dopo una guerra fratricida (con efferatezze compiute da entrambe le parti contendenti, come la storia ha documentato), si grida allo scandalo e si fa di tutto perché il rancore e il gusto della vendetta non si assopiscano.

Monsignor Angelo Majo (1926-2003), un santo prete ambrosiano che ebbe il fratello morto nel bombardamento della scuola di Gorla (20 Ottobre 1944), ripeteva spesso che il peso specifico dell'olio è diverso da quello dell'acqua di mare. Ragione per la quale ci si può ostinare a comprimere e a tenere l'olio sotto la superfice dell'acqua, ma quello, naturalmente, prima o poi, affiorerà.

Che cosa insegnava e voleva dire monsignor Majo? Semplicemente che i veri valori, quelli positivi, sono destinati a prevalere sui disvalori, anche se, talvolta, occorre portare tanta pazienza per vederli affermati. Chi è più sereno con sé stesso e con il mondo: colui che esorta alla riconciliazione e parla di perdono, o colui che si ostina a ricordare una lacerante tragedia magari neppure vissuta in prima persona?  Alberto Comuzzi

 

 

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