Lecco, 08 giugno 2022   |  

Rinascere dalla mafia

di Donatella Salambat

Toni Mira ha raccolto una serie di testimonianze dei magistrati che parteciparono alle indagini dopo la morte di Falcone e Borsellino. Nell'esposizione ha dato rilievo anche ai familiari delle vittime della mafia che hanno ricordato coloro che hanno lottato anche a costo della vita

rinascere

Federico Cafiero de Raho, Giancarlo Caselli, Luciano Violante, Franca Imbergamo, Rita Atria, Silvia Stener sono solo alcuni dei protagonisti del libro “Rinascere dalla mafia” edizioni San Paolo (18.00 euro, 280 pag) autore Toni Mira.

Il libro è una raccolta di testimonianze sugli eventi che seguirono le tragiche morti dei magistrati Giovanni Falcone,la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.

L’autore intervista i magistrati che dopo la morte di Falcone e Borsellino seguirono le indagini e continuarono la lotta alla mafia seguendo la strada tracciata dai loro compianti colleghi.

Gli attentati a Falcone e Borsellino provocarono una mobilitazione di istituzioni e Chiesa per sconfiggere la mafia e per dare coraggio ad un popolo terrorizzato offrendo vie che portassero alla legalità e ad una condivisione di valori.

La prima parte riporta interviste a magistrati come Giancarlo Caselli che all’indomani della strage di Capaci e via D’Amelio chiese il trasferimento dalla procura di Torino a Palermo.

Caselli ricorda le parole del giudice Caponnetto al funerale di Borsellino “E’ tutto finito”, in quel momento il magistrato di Torino capì che era giunto il momento di scendere in campo e di mettere a disposizione dello Stato la sua esperienza di lotta al crimine organizzato.

Fu un lavoro lungo che portò i suoi frutti. In quell’anno fu approvato l’articolo 41bis che s’innesta in una novità legislativa molto importante la legge che favoriva e incentivava i pentimenti e le collaborazioni con la giustizia dei pentiti di mafia.

I risultati non tardarono ad arrivare furono catturati gli autori materiali della strage di Capaci. La mafia spiega Caselli semina violenza, si infiltra nel mondo politico ed economico si lega ai poteri forti. Un’altra testimonianza rilevante è Franca Imbergamo, oggi sostituto procuratore antimafia, fu lei ad interrogare Giovanni Brusca, l’uomo che spinse il pulsante del telecomando della bomba di Capaci.

Interessante è la differenza che il magistrato evidenzia, ricordando i fatti di allora, tra coloro che negli anni ‘90 facevano parte del pool mani pulite visti come eroi, mentre chi perseguiva i mafiosi vedeva spesso criticato il proprio operato.

In quesgli anni ricorda l’ex PM di Palermo c’erca chi chiedeva la pena di morte per i mafiosi, ma i magistrati di allora hanno saputo individuare i responsabili, condannarli nel pieno delle regole in modo diverso sarebbe stato una grande sconfitta.

Un altro protagonista di rilievo del libro è Tano Grasso, fondatore e presidente onorario della Federazione associazioni anti-racket e anti-usura italiana. Ricorda l’approvazione di due importanti leggi antimafia fortemente volute da Falcone approvate due mesi prima della strage di Capaci quelle sui beni confiscati del 1996. Leggi che hanno portato la vittima a non essere più costretta a subire ma a denunciare.

Le stragi di quell’estate fecero in modo che la lotta alla mafia diventò un sentire comune. La seconda parte del libro getta uno sguardo all’impegno dei familiari delle vittime della mafia.
Tante le storie come Rita Atria, conosciuta come la “picciridda” nomignolo usato da Borsellino. La giovane originaria di Partanna è uno dei simboli della lotta alla mafia.
Perde il padre ed il fratellofurono uccisi dalla mafia. La giovane cresciuta nell’ambiente mafioso, decide di collaborare con la procura e si presenta a Borsellino rivelando tutti i segreti della cosca alla quale la sua famiglia apparteneva. Si uccise a Roma, una settimana dopo l’attentato di via D’ Amelio.

Matilde Montinaro sorella di Antonio capo scorta di Falcone. La donna racconta dell’incontro con don Ciotti che ha trasformato il suo dolore in impegno. Silvia Stener nipote dell’agente triestino scorta di Paolo Borsellino, Walter Cosina. Silvia partecipa sempre alle giornate della Memoria non solo in ricordo dello zio, per onorare la sua memoria, ma perché esistono tante persone che vogliono impegnarsi a rendere più sicura la società del futuro e per non dimenticare mai chi ha sacrificato la propria vita nella lotta alla mafia. Gli uomini di scorta ai magistrati Falcone e Borsellino avevano fatto una scelta di vita pericolosa, altruista la stessa che avevano fatto i due magistrati.

Il libro è un infinita galleria di personaggi che hanno dato il loro contributo nella lotta contro la mafia tra questi non potevano mancare esponenti del mondo della chiesa come don Raffaele Grimoldi, cappellano del carcere di Secondigliano, don Marcello Cozzi impegnato sul versante del disagio sociale nel contrasto alle mafie e nell’accompagnamento ai pentiti di mafia e ai testimoni di giustizia.

Importanti gli interventi di monsignor Michele Pennisi arcivescovo di Monreale e monsignor Carmelo Ferraro arcivescovo emerito di Agrigento.

Le stragi di Capaci e D’Amelio come spesso ripetuto dagli arcivescovi non sono solo un problema del sud. Entrambi i religiosi hanno lottato contro ogni forma di mafia che è diffusa a vari livelli, in diversi ambiti uscendo dai confini della Sicilia fino ad arrivare in luoghi insospettabili legandosi sempre più spesso al potere economico. Il libro termina con la figura di don Peppe Diana, assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, il giorno del suo onomastico. Don Peppe lanciava messaggi di speranza contro i clan che imperversavano nella sua terra.

Era un parroco che supportava le vittime della camorra. Oggi, la cappella dove è sepolto è meta di gruppi o singoli. La mafia quel giorno ha ucciso un parroco che sfidò la malavita e affrontò una lotta dura che gli costò la vita, ma ora queste terre non appartengono più alla camorra oggi molti dicono “sono le terre di don Pepe”.

La sua gente attende sia proclamato beato come due grandi uomini siciliani don Pino Puglisi Rosario Livatino. Toni Mira ha redatto un’opera che comprende non solo uomini che combatterono la mafia attraverso la legge, ma ha riportato testimonianze delle vittime della mafia, uomini, donne e religiosi e tutto ciò porta ad una riflessione. Il comportamento mafioso può essere ritenuto come un fatto culturale del nostro Paese? O è un problema che oltrepassa i confini dell’Italia meridionale fino ad arrivare al centro e poi al nord Italia.

Come sosteneva Paolo Borsellino”la lotta alla mafia il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima, non deve essere una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolge tuti”.

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