Lecco, 06 giugno 2018   |  

Rifarsi una vita. Storie oltre il carcere

di Gabriella Stucchi

Persone che hanno sbagliato, ma che con un accostamento fraterno possono riacquistare fiducia nella vita.

Rifarsi una vita

Lo scopo del libro è quello espresso nell’Introduzione da Francesco Soddu (Direttore di Caritas italiana): “offrire a persone la possibilità di lavorare su se stesse per un riscatto”, per diventare “uomini e donne nuovi”. Per questo è indispensabile entrare in relazione, interagire con l’altro.

“La bomba atomica” (I capitolo) è il simbolo di quanto ha vissuto un ragazzo degli anni ottanta che assiste da lontano ad una scenata raccapricciante: il padre che dà calci e insulta la madre stesa a terra. La reazione contro il padre, che viene ferito, è l’inizio dei disagi che il ragazzo vive e che cerca di superare con la droga, finendo persino in carcere, in cui torna almeno altre quindici volte. Oggi è uscito ed esprime la sua testimonianza, rivolta in primo luogo ai ragazzi che vivono situazioni complicate, perché non si arrendano mai; poi ai genitori, perché si vogliano bene e valorizzino i loro figli. Ora è agli arresti domiciliari, svolge qualche lavoretto, e guarda con fiducia al futuro.

Alquanto complessa la storia di Ivan, che ha sempre tenuto stretti legami con padre Alberto, conosciuto alla scuola dei padri Rogazionisti di Desenzano del Garda, in cui ha frequentato, negli anni ottanta, le medie. La partenza di padre Alberto per le Filippine non interrompe i contatti attraverso gli scritti che però, ad un certo punto, arrivano dal carcere, dove Ivan è finito per complesse vicende. La morte dei genitori, il senso di vuoto, lo scritto accorato a padre Alberto in cui dichiara di non farcela più.

Poi la buona notizia del fine pena, il matrimonio con Melissa, celebrato dallo stesso padre Alberto, che gli è sempre stato vicino con “il peso affettuoso dell’inchiostro”. “Siate felici!”. È il suo augurio, con l’esortazione alla preghiera.

Marta, dopo una storia di alcolista iniziata dopo una lite con il suo compagno, riacquista gradualmente la fiducia in sé come ospite della casa circondariale femminile di Pozzuoli, grazie alla vicinanza di Maria e di altre educatrici, che le fanno recuperare il senso del valore della vita, che si esprime in pienezza dopo la scarcerazione.

L’abbraccio di papa Francesco nell’Udienza generale del 4 maggio 2016 rappresenta la prova del perdono per un uomo di quarantotto anni, di Bari che, intervenuto per difendere la sorella dalle minacce del marito, contro la sua volontà lo uccide. I lavori prima in carcere, poi nella residenza Oasi in provincia di Lecce, il corso di formazione nella chiesa di san Francesco, la realizzazione di un presepe per la parrocchia, la partecipazione alla lavanda dei piedi il Giovedì santo nella cattedrale di Lecce, hanno segnato un ritorno alla vita.

Le dure esperienze della guerra tra la Repubblica Armena e dell’Azerbaigian, l’arruolamento come scafista, l’arresto in Italia, sette anni di carcere, fino all’offerta di partecipazione al progetto di lavoro 70volte7 per la realizzazione di un centro rieducativo per detenuti. Finalmente l’annuncio della libertà, per vivere da uomo che crede nei valori veri. Tutto grazie all’aiuto di persone che sono state vicine! È la testimonianza di una persona nata nel 1972 in Ucraina.

“Solo per i miei figli”: è la vicenda di Carmine, nato nel 1974 a Torre Annunziata, Napoli, sposato con due figli, arrestato al Passo del Brennero nel 2009 per traffico di droga. Grazie al servizio Odós, attivo a Bolzano, all’uscita dal carcere riesce a trovare un posto di lavoro grazie alla cooperativa e decide di lasciare definitivamente la terra natia con la famiglia. La rete sociale e familiare lo hanno sostenuto nella sua determinazione.

Molto complicata la storia di S., nato in Tunisia nel 1975, giunto in Italia circa venti anni fa, che dopo molti incidenti è divenuto disabile con un’invalidità riconosciuta del 65%. Ricoverato all’Ospedale psichiatrico di Messina per tentato omicidio, preso in carico da una Cooperativa, ha iniziato il percorso di integrazione, che in primo luogo realizzasse la sua posizione giuridico-amministrativa e sanitaria. Molti e faticosi i passaggi, ma alla fine S. vive in un appartamento con un’altra persona, ha instaurato una relazione di fiducia, è stato inserito in un programma di reinserimento lavorativo e sogna di tornare in Tunisia a rivedere i suoi cari. La Cooperativa è per lui un riferimento affettivo, oltre che organizzativo.

Assai toccante l’ultima di storia, quella di Jimmy, un uomo di cinquantotto anni, albanese, di origine musulmana, arrivato in Italia nel 1991. Dopo travagliate vicende, tra cui anche il carcere, Jimmy scopre di avere un cancro ai polmoni. Viene ricoverato, riceve in ospedale la visita della persona che ha cercato di seguirlo nel suo travagliato percorso: è ormai in fin di vita. Si esprime con i segni, ma si capisce che vuole fare la pace con Dio e riceve il Battesimo, facendo con fatica il segno della croce. C’è un disegno per ogni cosa....

La Postfazione di Alessandro Pedrotti, responsabile del servizio Odós della Caritas diocesana di Bolzano Bressanone, offre un quadro preciso della situazione odierna delle carceri e dei problemi di coloro che in esse espiano le loro pene, in condizioni per lo più disagiate (“discarica sociale ” le chiama Pedrotti). Da qui l’apporto del volontariato con il fine di recuperare le persone, relazionandosi con loro, facendo emergere il buono che ancora in esse c’è, suscitando così fiducia e speranza.

Storie di persone che hanno sbagliato, ma che con un accostamento fraterno, quale quello offerto con paziente e accurata preparazione da gruppi Caritas, possono ritrovare il senso autentico della vita, essere aiutati a ricostruirla per il bene proprio e della società.

A cura di Paolo Beccegato – Renato Marinaro “Rifarsi una vita” – Storie oltre il carcere – EDB – euro10.00

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