Lecco, 28 agosto 2020   |  

Edtoriale - Esiste una democrazia senza ideali?

di Giulio Boscagli

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Immagine del Meeting di Rimini (foto archivio Resegoneonline)

Tra le cose straordinarie generate da questo tempo della pandemia è certamente da sottolineare la realizzazione, sia pure in modo diverso dal solito , della quarantunesima edizione del Meeting di Rimini. Abituati alla folla della Fiera abbiamo dovuto accontentarci degli spazi del Palacongressi (dove peraltro si svolsero alcuni dei primi meeting ma soprattutto dove intervenne e prese la parola San Giovanni Paolo II con un memorabile discorso) ma abbiamo anche potuto usufruire della ricca offerta online di tutta la manifestazione.

L’intuizione e l’azzardo che nel 1980 diedero origine al Meeting – e cioè che l’esperienza cristiana è per sua natura offerta a tutte le culture, capace di dialogare con tutti e di farsi carico dei bisogni e dei diritti di tutti – si sono rivelati ancora una volta capaci di coinvolgere e avvincere migliaia di persone attorno ai temi proposti.

Ricordato che i diversi incontri e le mostre sono tuttora disponibili sul sito meetinrimini.org e quindi sempre consultabili, provo a ripercorrere qualcuno dei temi più collegati al discorso che stiamo cercando di sviluppare in questi editoriali.

La prima sottolineatura viene dall’intervento iniziale di Mario Draghi. Devo dire che, prima ancora di entrare nei contenuti del suo discorso, le modalità della proposta, il tono, l’argomentazione, mi hanno dato la sensazione di ascoltare una musica da tempo assente nei discorsi della attuale politica.
Si può essere o no d’accordo con le sue argomentazioni; si può anche metterne in luce, come qualcuno ha voluto fare, eventuali contraddizioni con sue passate decisioni; non si potrà comunque negare che abbiamo potuto ascoltare un discorso articolato e coerente come non si sente da tempo né dai banchi del governo né da quelli dell’opposizione. Un discorso volto a offrire un’interpretazione del momento presente e a suggerire alcune vie di risposta, senza la preoccupazione di suscitare immediato consenso.

C’è un’osservazione nel suo discorso che non può andare perduta: ” tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.”

Ma di queste tre qualità (indispensabili a un buon politico) sorprende soprattutto il richiamo all’umiltà –qui Draghi non si riferisce alla Humilitas dello stemma di San Carlo Borromeo, alla virtù cristiana – ma a un atteggiamento che è l’esatto contrario dell’arroganza che caratterizza – se pur in modalità differenti– le leadership di governo in questa seconda repubblica, vale a dire la presunzione di possedere da soli la ricetta giusta per risolvere ogni difficoltà del paese.

Si tratta di un’indicazione operativa utile e che dovrebbe essere fatta propria da chi in questi mesi si sta preparando ad un impegno politico diretto.

C’è un altro contributo che merita di essere approfondito e al quale qui solo accenniamo ed è quello di Patrick Deneen professore americano di cui uscirà presto in traduzione italiana il suo libro “Perché il liberalismo ha fallito” in cui egli rilancia il ruolo della famiglia e dei corpi intermedi come indispensabili per il rinnovo della vita sociale e politica. La sua analisi mette in rilievo la debolezza di una democrazia che rinneghi le tradizioni culturali che l’hanno resa possibile, sia l’eredità greca e romana che l’eredità del cristianesimo.

Pensiero in sintonia con un intervento di Chantal Delsol, studiosa francese che fu anche ospite al Meeting anni fa: “La libertà, l’autonomia e la coscienza personale sono state fondate in Occidente a partire da una visione del mondo nella quale Dio fa dono della libertà alle sue creature. E’ a partire da questa storia originale che appare qui (e in nessuna altra parte) la democrazia moderna, all’inizio nei monasteri, poi nelle città italiane e infine nella Magna Carta (1215).”

La necessità di una “buona” politica è riemersa anche nell’incontro dedicato alle regioni la cui efficienza e democraticità effettiva sono essenziali per la democrazia italiana; e nell’incontro promosso dall’Intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà in cui si è ragionato attorno alla funzione del Parlamento oggi messa in discussione non solo dalla possibile riduzione del numero dei parlamentari ma anche da una crescente difficoltà nel rappresentare politicamente il paese reale.

Un evento come il Meeting di Rimini, grazie alla ricchezza e alla varietà degli interventi e delle occasioni di incontro, non può essere valutato alla stregua di una kermesse politica, ma, proprio restando fedele alla sua identità originaria, finisce per porre alla politica – e a chi ha a cuore il futuro del paese – una domanda cruciale: può alla lunga una democrazia in Occidente sopravvivere all’appannamento della presenza cristiana nella società? Se vengono meno i riferimenti ai valori introdotti nella civiltà dal cristianesimo (dignità della persona, della sua libertà; centralità della famiglia; rispetto della vita in ogni sua fase) una democrazia può rimanere tale nel tempo o finirà per trasformarsi in autoritarismo o “democratura”?
Sarebbe interessante affrontare il tema, soprattutto tra cattolici che stimano ancora l’impegno politico.

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