Lecco, 28 settembre 2017   |  
Chiesa   |  Opinioni

Paolo VI e il suo ultimo Angelus, ancora oggi così attuale

di Mario Stojanovic

"Ma anche questa domenica non possiamo dimenticare quanti soffrono per le particolari condizioni in cui si trovano, né possono unirsi a chi invece gode il pur meritato riposo".

paolo vi

Sfogliando nel mio archivio le pagine di alcuni settimanali cattolici di 30, 40 e 50 anni fa, ho ritrovato su Famiglia Cristiana, pubblicazione che allora rispecchiava la nostra Italia, l'ultimo discorso per l'angelus domenicale di papa Paolo VI. Un discorso mai ascoltato e mai pronunciato poiché fu scritto alcuni giorni prima della sua morte avvenuta domenica 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo alle ore 21. 40.

Prima di essere successore di Pietro per 9 anni fu Arcivescovo di Milano dal primo novembre 1954 sino alla sua elezione al soglio pontificio avvenuta il 21 giugno 1963, dopo la morte di papa Roncalli.

Ciò che papa Paolo VI voleva dire a tutti noi con quell'ultimo Angelus è ancora attuale:

WhatsApp Image 2017 09 28 at 14.03.55Fratelli e Figli carissimi!
La Trasfigurazione del Signore, ricordata dalla liturgia nell’odierna solennità, getta una luce abbagliante sulla nostra vita quotidiana e ci fa rivolgere la mente al destino immortale che quel fatto in sé adombra. Sulla cima del Tabor, Cristo disvela per qualche istante lo splendore della sua divinità, e si manifesta ai testimoni prescelti quale realmente egli è, il Figlio di Dio, « l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza» (Cfr. Hebr. 1, 3); ma fa vedere anche il trascendente destino della nostra natura umana, ch’egli ha assunto per salvarci, destinata anch’essa, perché redenta dal suo sacrificio d’amore irrevocabile, a partecipare alla pienezza della vita, alla «sorte dei santi nella luce» (Col. 1, 12). Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo «partecipi della natura divina» (2 Petr. 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e di comportamento, che gli impegni del nostro battesimo ci impongono.

Il tempo corroborante delle vacanze sia a tutti propizio per riflettere più a fondo su queste stupende realtà della nostra fede. Ancora una volta auguriamo a voi tutti, qui presenti, e a quanti possono godere di una pausa ristoratrice in questo periodo di ferie, di trasformarle in occasione di maturazione spirituale.

Ma anche questa domenica non possiamo dimenticare quanti soffrono per le particolari condizioni in cui si trovano, né possono unirsi a chi invece gode il pur meritato riposo. Vogliamo dire: i disoccupati, che non riescono a provvedere alle crescenti necessità dei loro cari con un lavoro adeguato alla loro preparazione e capacità; gli affamati, la cui schiera aumenta giornalmente in proporzioni paurose; e tutti coloro, in generale, che stentano a trovare una sistemazione soddisfacente nella vita economica e sociale. Per tutte queste intenzioni si alzi fervorosa oggi la nostra preghiera mariana che stimoli altresì ciascuno di noi a propositi di fraterna solidarietà. Maria, Madre sollecita e premurosa, a tutti rivolga il suo sguardo e la sua protezione.

Nella notte del 5 agosto 1978 arrivò la febbre che non lo lasciò dormire, il giorno dopo, la domenica in cui avrebbe dovuto leggere questo Angelus non riuscì ad alzarsi fino alla crisi estrema durante la messa celebrata da don Macchi, suo segretario. Poi l'agonia scandita da preghiere, fino a che è stato accolto tra le braccia del Padre alle 21. 40 del giorno della Trasfigurazione.

Queste sue parole scritte 54 anni fa e mai ascoltate, ma ancora così attuali, oggi ci servano da testimonianza cristiana.

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