Lecco, 28 giugno 2017   |  

Paolo VI e Helder Camara. Un’amicizia spirituale

di Gabriella Stucchi

Sullo sfondo, due mondi: quello della Curia, piuttosto legato a schemi restrittivi, e dall’altro, la chiesa latino-americana.

Paolo VI e Camara

L’autore Ivanir Antonio Rampon, attualmente professore di teologia spirituale in Brasile, attraverso i contatti intercorsi tra mons. Helder Camara e Paolo VI riesce a delineare i caratteri dell’amicizia vera e profonda, definita “amicizia spirituale”.

Si parte dall’anno santo 1950, quando mons. Helder Camara, consigliere della Nunziatura apostolica in Brasile, viene a Roma e parla con mons. Giovanni Battista Montini, sottosegretario di papa Pio XII per comunicare di voler istituire l’Assemblea dei vescovi del Brasile, lasciando una bozza della struttura stessa, ritenuta eccessivamente modernista da alcune autorità brasiliane. L’autorizzazione è concessa, Dom Helder è ordinato vescovo e la prima riunione è fissata dal 17 al 20 agosto 1953.

Così nasce quell’amicizia spirituale che negli anni successivi cresce, attraverso la fiducia, il sostegno reciproco, la comprensione, la preghiera e la comunione di ideali.

Per incoraggiamento di Montini viene creato il Consiglio episcopale latino-americano (CELAM) per rispondere meglio ai problemi dovuti al sottosviluppo economico.

La storia dei due amici prosegue: Montini viene nominato arcivescovo di Milano nel 1955 (senza il titolo di cardinale); si propone di andare verso le periferie, per annunciare il Vangelo integrale. Dom Helder, promosso arcivescovo ausiliare di Rio de Janeiro, convoca il Congresso eucaristico internazionale che coinvolge tutta la chiesa brasiliana e la società carioca, compresi i non cattolici.

Dà poi inizio alle visite nelle favelas per realizzare la giustizia sociale nel paese. Commoventi le confidenze scambiatesi tra Camara, in visita a Milano, e Montini che soffre per l’opposizione di integralisti locali che lo definiscono “l’Arcivescovo rosso”.

Interessante il rapporto con Giovanni XXIII, che sostiene e apprezza la missione dell’”Arcivescovo dei lavoratori” e del “Vescovo delle favelas” e, d’altra parte, nomina Montini cardinale nel Concistoro del dicembre 1958.

L’11 ottobre 1962 mons. Montini e Dom Helder sono tra i padri conciliari: entrambi sostengono l’idea della collegialità episcopale, per la quale Dom Helder aveva attivato alcuni gruppi informali, oltre che il Gruppo ecumenico.

In un incontro privato, Dom Helder esprime a Montini la sua sofferenza per lo sfarzo eccessivo, la povertà della liturgia, la mancanza di senso comunitario e il cardinale ammira la bellezza dei suoi piani.

Ma è dopo la nomina di Montini a successore di Giovanni XXIII che si rivela in pienezza l’amicizia tra il nuovo papa Paolo VI e Dom Helder: il papa lo riceve a braccia aperte, lo abbraccia, lo ringrazia. In seguito gli impone il pallio, mentre l’arcivescovo brasiliano suggerisce un’enciclica per lo sviluppo dei popoli e un incontro dei vescovi dell’America latina per far conoscere il Concilio nel continente. Questa è la base della Populorum progressio.

Nel 1964 Dom Helder è nominato arcivescovo di Olinda e Recife, dove avvia molte opere, dando esempi di povertà, a favore dei bisognosi, disposto a dialogare con tutti, suscitando però difficoltà con il regime militare, ma ottenendo solidarietà da molti, tanto progressisti quanto conservatori. Fondamentale l’appoggio di Paolo VI.

Le conferenze tenute in ogni parte del mondo da Dom Helder per diffondere i contenuti della Populorum progressio suscitano reazioni, per cui, d’accordo con il papa, limita a quattro viaggi internazionali all’anno. Ma il regime militare orchestra diffamazioni contro di lui, impone il silenzio: non si può comunicare notizia su Dom Helder, né contro né a favore. Ma egli rimane fedele, forte anche dell’apprezzamento di Paolo VI.

La Conferenza di Medellin nel 1968 è fondamentale, perché si parla esplicitamente di una Chiesa latino-americana, di una pastorale latino –americana, di una teologia latino- americana.

Ma quando nel settembre 1971 è convocato a Roma il secondo Sinodo dei vescovi e Dom Helder non è invitato, l’arcivescovo capisce che la Curia si interpone tra lui e Paolo VI, senza che chiaramente l’amicizia tra i due si interrompa. Dom Helder si batte per una curia rinnovata, accompagna con amore, rispetto e comprensione i momenti critici del pontificato di Montini, soprattutto dopo la pubblicazione della Humanae vitae, che suscita proteste in tutto il mondo.

L’ultimo incontro: 15 luglio 1978: Paolo VI parla del suo dolore per l’amico Aldo Moro, dona a Dom Helder un calice e una pisside di suo uso personale, c’è una forte stretta di mano con l’invito a tornare a fare una visita… Ma il 6 agosto alle ore 19.30 la televisione informa della morte di Paolo VI. Dopo la sua morte, Dom Helder si trova indifeso e gli ultimi quindici anni di vita diventano una “lunga notte oscura”; si ritira in silenzio, prega…

Il libro, ricco di particolari anche privati, documenta quanto tra Dom Helder e Paolo VI ci fosse una profonda amicizia spirituale, fondata sulla comunione di ideali e sulla ricerca di Dio alla presenza di Gesù. Sullo sfondo, due mondi: quello della Curia, piuttosto legato a schemi restrittivi, e dall’altro, la chiesa latino-americana, che trova in Dom Helder il protagonista degli ideali di giustizia, libertà, democrazia, suscitando forti reazioni.

Ivanir Antonio Rampon: “PAOLO VI E HELDER CAMARA – Un’amicizia spirituale” – Edizioni Messaggero Padova – euro 18.00

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