Colle Brianza - Bevera, 11 gennaio 2018   |  
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Padre Antonio Bonanomi, figura profetica di una “Chiesa in uscita”

di Italo Allegri

È mancato nei giorni scorsi all’età di 84 anni padre Antonio Bonanomi, missionario della Consolata. Nato a Colle Brianza, è stato cittadino del mondo. Ha svolto il suo ministero per 19 anni in Colombia, dove è ricordato come costruttore di pace e riconciliazione.

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Ha suscitato un profondo cordoglio e una vasta eco all’interno della Chiesa la morte di Padre Antonio Bonanomi, avvenuta domenica 7 gennaio presso la casa dell’Istituto Missioni Consolata di Alpignano, all’età di 84 anni.

Nato a Giovenzana, frazione del comune di Colle Brianza nel 1934, Antonio aveva assistito all’arresto del suo parroco, don Riccardo Corti, nel 1944: sacerdote poi imprigionato, condannato e deportato nel campo di concentramento, liberato nel 1945. Raggiunta la maggiore età, Antonio a 19 anni lascia il suo paese natale per diventare cittadino del monto.

Nel corso della sua vita, infatti, ha visitato una cinquantina di Paesi tra Europa, Africa, Nord e Sud America, dove poi ha posto le sue radici per alcuni decenni in Colombia. Qui ha seguito il cammino del primo sacerdote cattolico indigeno e si è speso con un intenso lavoro di evangelizzazione e promozione umana sulla scia del Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellin.

Dice di lui il cooperatore ed esperto di diritti umani Cristiano Morsolin: “Spero che sia possibile raccogliere i numerosissimi articoli pubblicati da padre Antonio, che sono la dimostrazione di una grande ricchezza spirituale e sociale. Padre Bonanomi è stato sempre molto coraggioso nelle sue scelte, è stato un missionario scomodo, ma sempre sostenuto dalla sua congregazione della Consolata”.

Ed è ancora dalla Colombia che giungono sentimenti di gratitudine e riconoscenza nei confronti di padre Antonio attraverso Facebook, come la testimonianza di Manuel Rozental, leader sociale del Consiglio indigeno dei popoli del Cauca Cric, scrive: “È stato un brillante antropologo, un consigliere molto vicino ed esigente, un educatore singolare, un attento osservatore e un amico. Mi ha accolto nella parrocchia di Toribío. Abbiamo vissuto insieme, sotto la sua leadership e il suo coraggio, attacchi, molestie, scambi di prigionieri, false accuse, condanne a morte, bugie. Ti sei esposto con il tuo corpo, la tua vita, faccia a faccia e, aspettandoti di essere ucciso, hai parlato chiaro ed hai chiesto e sempre più ottenuto il rispetto di tutte le autorità, capi e comandanti”.

Isadora Cruise, altra leader indigena ricorda il suo camminare tra le comunità, il lavoro con i giovani attratti dai gruppi armati, il suo impegno per processi educativi autonomi… alcune cose tra le tante: “A noi, che allora eravamo giovani, sapeva dire in mezzo alle sue battute frasi piene di tanta saggezza e tenerezza, perché ogni conversazione con lui ci faceva pensare”

Padre Antonio è rientrato in Italia per motivi di salute dalla Colombia nel 2014, dopo 36 anni di ministero missionario in questo martoriato Paese. Ha trascorso 19 anni, dal gennaio 1988 al giugno 2007, a Toribio, località a nord del Cauca, sulla cordigliera centrale delle Ande. Un avamposto strategico nell’articolata rete di comunicazioni locali per essere poco lontano dalla città di Cali: centro urbano fulcro delle attività di guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc-ep, ora disciolte), che qui avevano costituito il “sexto Frente” (sesto Fronte). Il territorio progressivamente era diventato teatro di guerra con conseguenti pesantissime ricadute sulla popolazione civile inerme, appartenente al popolo nativo Nasa.

Nel ventennio in cui padre Antonio è rimasto a Toribio ha coordinato l’equipe missionaria presente nel territorio, formata da sacerdoti, suore e laici, lasciando un ricordo indelebile. “Guerre, persecuzioni, violenze, povertà… sono temi che hai sempre citato nelle tue prediche. Ma per cambiare un mondo così grande, tu partivi dalle cose più piccole, dentro ai nostri cuori. Quando parlavi nella tua chiesa o in qualsiasi altro luogo, toccavi l’anima delle persone”. Questa la testimonianza della nipote Alice Panzeri su un gruppo Facebook dei Missionari della Consolata.

Padre Antonio condivideva la visione di “Chiesa in uscita” promossa da papa Francesco e in un suo commento a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, pubblicato sulla rivista Missioni Consolata del 4 dicembre 2015, così la sintetizzava nei diversi ambiti.

Uscita da una «Chiesa – fortezza», che proteggeva i suoi fedeli dai pericoli della cultura moderna, verso una «Chiesa – ospedale da campo» che si preoccupa di tutte le persone ferite, senza badare alle loro situazioni morali o ideologiche.

Uscita da una «Chiesa – istituzione», centrata in se stessa, verso una «Chiesa – movimento», aperta al dialogo universale, con altre Chiese, religioni e ideologie.

Uscita da una «Chiesa – gerarchia», creatrice di disuguaglianze, verso una «Chiesa – popolo di Dio», nel quale tutti sono fratelli e sorelle uniti in una immensa comunità fraterna.

Uscita da una «Chiesa – autorità» ecclesiastica, lontana dai suoi fedeli, a cui rischia di voltare le spalle, verso una «Chiesa – Buon Pastore», che cammina in mezzo al popolo, che ha l’odore delle pecore e il profumo della misericordia.

Uscita da una «Chiesa – papa» di tutti i cristiani e dei vescovi, che governa con il Diritto canonico, verso una «Chiesa – vescovo» di Roma, che presiede nella carità, e solamente così diventa papa della Chiesa universale.

Uscita da una «Chiesa – maestra» di dottrine e di norme, verso una «Chiesa – madre», tenera e misericordiosa, con le porte aperte per incontrarsi con tutti, senza guardare la loro appartenenza religiosa, morale o ideologica, ponendo al centro le periferie esistenziali.

Uscita da una «Chiesa – ricca» di potere sacro, di pompe e di vestiti solenni, di palazzi apostolici e titoli nobiliari, verso una «Chiesa – povera» e per i poveri, spogliata di simboli di onore, serva e profeticamente contraria al sistema di accumulazione del denaro, l’idolo che produce sofferenza, miseria e morte.

Uscita da una «Chiesa che parla» dei poveri, verso una «Chiesa che cammina» con i poveri, dialoga con loro, li abbraccia e li difende.

Uscita da una «Chiesa – equidistante» di fronte ai sistemi politici ed economici, verso una «Chiesa che si schiera» a favore delle vittime e chiama per nome i responsabili delle ingiustizie; una Chiesa che invita a Roma i rappresentanti dei Movimenti sociali mondiali per discutere con loro su come creare possibili alternative.

Uscita da una «Chiesa – disciplina», dell’ordine e del rigore, nello stile degli scribi e dei farisei, verso una «Chiesa misericordia» impegnata nella rivoluzione della tenerezza e della cura, secondo l’esempio del Buon Samaritano.

Uscita da una «Chiesa triste», «con faccia da funerale», verso una Chiesa che vive la gioia e la speranza del Vangelo.

Uscita da una «Chiesa senza il mondo», che ha permesso che nascesse un mondo senza Chiesa, verso una «Chiesa – mondo», sensibile al problema dell’ecologia e del futuro della casa comune, la madre terra.

E concludeva: “Si tratta di formare una Chiesa nuova, che ritorni alla scuola di Gesù, che viva e dia testimonianza del messaggio essenziale del Vangelo e si faccia collaboratrice di Dio nella costruzione di un mondo nuovo che sia sacramento del Regno”.

Ora le sue spoglie riposano nel cimitero di Giovenzana nel comune di Colle Brianza.

 

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