Lecco, 24 ottobre 2017   |  

Padre Angelo Cupini: faccia a faccia con Claret

"Nel cuore mi rimane un piccolo quadernetto scritto in italiano da Claret a Roma e che il padre Viñas".

CroppedImage720439-angelo-cupini

Nel giorno dedicato a San Antonio Claret, padre Angelo Cupini responsabile della Casa sul Pozzo ne spiega lo spirito.

Oggi sono 147 anni che è morto Antonio Claret, il fondatore dell’istituto al quale appartengo da quasi tutta la mia vita. Oltre che partecipare con una memoria grata a questo dono dello Spirito per la vita del mondo invio un breve articolo molto personale che è stato chiesto tempo fa dal centro studi dei clarettiani di Vic. L’ ho inviato all’inizio di quest’anno. L’augurio per ognuna/o di un tempo pieno.

Ho ricordi tra me e il Claret che si perdono nell’età di ragazzo, appena entrato nel seminario clarettiano (allora a Frascati). Era l’anno 1950, anno santo, durante il quale, il 7 maggio, venne proclamato santo da Pio XII Antonio Maria Claret. Andammo a Roma per la cerimonia della canonizzazione. Ho negli occhi il corteo papale, eravamo quasi al fondo della basilica; ricordo gli stendardi portati in processione; uno, quello di Giambattista Conti del Claret con il bimbo Gesù in braccio evocando un Natale. Il nostro prefetto se ne risentiva per essere stati piazzati agli ultimi posti; noi, i ragazzi, eravamo abbastanza fuori gioco. Ma di quei mesi ricordo che parlavamo tra noi ragazzi come avremmo potuto comunicare la storia di questo uomo agli altri, alla gente.
Ricordo un particolare: in un triduo di preparazione il superiore della comunità, che aveva commissionato sempre a Conti un quadro dell’allora Beato, ci diceva perché aveva fatto mettere invece dell’angelo con il libro una fioritura di gigli perché pensava ai ragazzi che lo avrebbero visto e che si sarebbero identificati negli ideali, allora indicati in quei fiori.
Un Claret che ho imparato a conoscere lentamente attraverso le letture di agiografie narrative e meravigliate.

Un primo nodo da sciogliere è di come stare al mondo.
Era il 1975, diventati clarettiani a tutti gli effetti a metà anni 60, avevo compiuto con un confratello una scelta carica di incertezza e di futuro: metterci in ascolto e in cammino con i giovani. I superiori ci avevano dato il permesso di vivere fuori dai luoghi dell’Istituto e con delle responsabilità personali. Non potevamo godere più della protezione dell’appartenenza all’Istituto; eravamo in ricerca e in ascolto della realtà. Di fronte a come rispondere, a dove essere e con chi essere, mi sono accorto che lo spirito del Claret mi sosteneva; non era più un modello da imitare ma una energia, anche senza il segnale delle appartenenze; più avanti il coraggio per fare delle cose che anche lui aveva fatto: attività imprenditoriali, iniziative pubbliche, cammino con la gente.
Questo è stato il periodo più faticoso perché si trattava di rigenerare un nuovo modo di incontrare il Fondatore, di scavare nella sua vita, di sentirlo vivo nella mia. Stavamo aprendo delle brecce che poi sarebbero diventate percorsi e avrebbero trovato unità nel cammino che anche l’Istituto stava facendo per altri percorsi.

L’incontro con la Parola nel progetto Parola e Missione
Sono stati sei anni che mi hanno fatto entrare nel rapporto quotidiano di Claret con la Parola; ho colto la forza trasformante personale e collettiva; anni di confronto e di centralità della Parola. Ho curato i sei volumi di Parola Missione nelle edizioni Dehoniane di Bologna. Una nota critica al termine di tutto il lavoro: come riuscire a pregare e contemplare con la Parola, a diventare veramente servi. Credo che questo sia stato l’elemento più stimolante del mio rapporto con Claret.
Con la gente con la quale vivevo e con la proposta fatta a tutta la diocesi di Milano dal cardinale Martini il nostro confronto con la Parola ha segnato una svolta radicale nella vita e nella missione. Abbiamo promosso questo elemento così singolare del Claret, il suo rapporto fondante della Parola. E’ nato da lì un accompagnamento settimanale sulla Parola della domenica che si apre come una fisarmonica dando suoni, silenzi, valori e ogni anno abbiamo organizzato un percorso collettivo nello stile della lectio, dell’incontro, dell’interrogarsi sulla vita. Anche le edizioni del calendario clarettiano che ho redatto dal 1998 hanno tradotto i temi sulla Parola, ecco alcuni temi: prima che sia parola, perché ci sia ascolto, sotto il giudizio della parola, abitare nella parola.

L’arcivescovo che piantava gli alberi
Una breve nota. In visita all’Escorial, mentre eravamo a Madrid a costruire il primo dei sei nuclei del progetto Parola Missione, ci offrirono la possibilità di visitare l’Escorial; era la mia prima volta. Stavano abbattendo un edificio rustico (una colombaia), che aveva ospitato un allevamento di piccioni e che aveva fatto costruire mons Claret perché i seminaristi potessero avere carne a tavola. E nel giardino piantò con le sue mani, lui arcivescovo, gli alberi. Questo del piantare alberi mi ha suggestionato sempre, perché piantare è affidarsi al futuro, è gesto di speranza e di partecipazione al piano del Regno di Dio.

Due uomini clarettiani mi hanno trasmesso l’esperienza del Claret
Pedro Casaldaliga e Mino Cerezo. Da Pedro ho colto il suo camminare instancabile con la vita della gente, la tutela dei diritti dei poveri, la comunicazione con tutti. Pedro è stato un viandante nel Mato Grosso, nel mondo violentato un compagno solidale. La sua cameretta a São Félix do Araguaia è la citazione dell’essenzialità e del cammino del Claret che girava di paese in paese con il suo atillo (fazzolettone contadino).
Mino è amico e compagno; è lui che ci ha offerto una iconografia camminante e popolare, rendendoci un Claret meno oleografico e più combattivo. Sono le vite di questi due compagni ad avermi rivelato i tratti di Claret: uomo del popolo camminante, contemplativo della grazia e delle fatiche che reggono la vita quotidiana. Il Claret nell’interpretazione di Mino Cerezo: è un uomo asciutto, teso a camminare, unificato da una croce, dai sandali essenziali, dalla passione per la vita
Cito questi due nomi perché sono i miei più familiari, ma ci sono i tanti confratelli che ho conosciuto e ognuno dei quali ha rivelato un tratto significativo della vita del Claret.
Ho avuto sempre come suggestione quella di rileggere il Claret attraverso le vite dei suoi discepoli o meglio dei compagni di missione. Il suo spirito si moltiplica come una massa di energia nella vita.

Il territorio
Ricordo un itinerario realizzato nella Catalogna con dei laici italiani attorno a una domanda: come un territorio forma e significa la vita dei suoi abitanti ? In particolare la Catalogna e gli altri Paesi il Claret ?
Fu un itinerario ricco di sguardi, di parole, di aderenze alla vita di ognuno. Il piccolo percorso a piedi al santuario di Fusimanya ci rivelò la sua infanzia e il segno che lasciano nelle nostre vite alcuni luoghi che sono vitali per gli affetti e per l’esperienza; la sua attività di lavoratore, di uomo che si prendeva cura della vita della gente, di camminante per le strade durante le quali conversava e condivideva la vita e le avventure; da questo cammino con la gente raccoglieva le loro fatiche e unificava i loro desideri, ma si prendeva cura del loro quotidiano rompendo anche gli schemi rigidi della legge (il cambio del tabacco in fagioli). Era la commozione che entrava nella sua vita e che lo rendeva partecipe della vita e delle preoccupazioni di tutti.
A tutti voleva arrivare il suo cuore attento e grande.

L’Istituto
Per dodici anni sono stato provinciale e superiore maggiore dei clarettiani italiani: come ho vissuto il mio rapporto con lui ?
Attraverso la mediazione dell’istituto, facendo diventare pane quotidiano quello che in altri Paesi del mondo si andava scoprendo, dilatando lo sguardo e invitando a fare tavola comune con questi beni, a riscoprire nei laici il fermento che legava le vite.
Noi siamo debitori a tante donne e uomini che ci offrono la possibilità di vivere e anche di essere accompagnati alla morte, a uscire dalle nostre piccole difese e memorie. Grazie ai laici sono diventato più umano.
Un compagno clarettiano un giorno ci ha messo a disposizione la riproduzione di disegni osceni sul Claret; lui li aveva scoperti a Madrid. Un uomo pubblico sottoposto a una feroce satira giocata nella pubblicità spicciola sulle scatole di fiammiferi oltre che sulle pubblicazioni.
Un uomo diventato bersaglio pubblico e dileggiato così indecentemente dagli avversari mi ha rivelato il suo cuore colmo di compassione, la sua dimensione più autentica. La domanda che mi faccio come ha attraversato questa violenza e come l’ha fatta diventare energia positiva. Ora Claret è reso meno pericoloso perché trasfigurato in un santo.

Dove sono oggi

Un passaggio ricco per la mia vita è stato il laboratorio internazionale dei clarettiani vissuto nel 2014 a Vic su Solidarietà e Missione. Il sogno e la fatica del 1975 ora trovava la sua dichiarazione esplicita riconosciuta e proposta come cuore della vita dell’Istituto. Abbiamo avuto la possibilità di ri-leggere come in una nuova sintesi la vita del Claret attraverso lo spazio di ricerca offerto dal Cesc e lo studio sulla sua presenza a Cuba, vescovo e pastore.
Questo laboratorio mi ha offerto la possibilità di sentire ancora più vicino il Claret oltre quello di andare fisicamente al suo sepolcro.

La domanda che continuo a portarmi dentro è: come si fa a rivelare l’umanità del Claret senza rivestirla subito di devozioni e di ammirazione ? Come permettere che la sua vita incroci quella di tanti laici, uomini e donne di oggi ?

La morte
Mi pongo per ora solo delle domande che rimandano alla mia relazione faccia a faccia con Antonio Claret e la sua morte.
Che senso ha dato Claret alla sua morte ? (il pensiero quotidiano Autobiografia 721).
Che senso gli hanno attribuito gli altri ? (le lettere di Clotet, il vissuto dei membri del suo istituto)
Come e dove si è svolta questa morte ?
Cosa ha scritto e detto nella sua vita (il cupio dissolvi di s. Paolo) ? Quali i suoi gesti ?
Che tipo di morte pensava per se ? (come povero o come martire Autobiografia 466/467).
Se una morte violenta, perché ?
Per essere nella linea dei profeti ?
La sua vita sacrificata (digiuni, cilicio, mortificazioni) era in aderenza a chi ?
Tutta la sua esistenza è stata spesa per gli altri. La pro-esistenza. Tutta la sua vita spesa fino alla fine per servire. (Autobiografia 752)
Ci sono dei suoi testi nei quali dice della sua vita offerta per tutti ? (cfr. nell’Autobiografia alle voci: martirio, attentati, missionario); sono gesti generatori di vita.

Nel cuore mi rimane un piccolo quadernetto scritto in italiano da Claret a Roma e che il padre Viñas, allora responsabile dello studium claretianum di Roma, mi aveva fatto vedere. C’erano trascritte le domande fondamentali del catechismo; era il suo allenare ogni uomo o bambino alla vita di figlio e alla fraternità universale. Ma era anche il suo farsi in un’altra lingua per poter comunicare.

 

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

23 Novembre 1889 il primo Juke box entra in funzione nel Palais Royale Saloon di San Francisco

Social

newTwitter newYouTube newFB