Lecco, 14 gennaio 2018   |  

Mons. Franco Cecchin: l'era della post-verità

di Franco Cecchin

"La scommessa è grande: passare dallo stordimento solipsistico alla gioia dell’incontro interpersonale".

mons franco cecchin vestiti paramenti

INTRODUZIONE
L’interessarci del fenomeno emergente della post-verità non nasce da una mania di attualità, ma da un’esigenza di capire qualcosa della società in cui viviamo.

Desideriamo essere protagonisti – per quanto è possibile – della società contemporanea, documentandoci, confrontandoci e approfondendo alcune tendenze odierne perché possono incidere positivamente o negativamente sulla nostra vita.

Evidentemente, in poche righe, non abbiamo la pretesa di comprendere tutto sull’era della post-verità. Vogliamo soltanto descriverne l’evento, individuarne le ombre e le luci, e proporre alcune sfide.

I- ’EVENTO DELLA POST- VERITÀ
Il termine “post-truth”, “post-verità”, ha avuto la sua ufficialità quando l’Oxford Dictionary l’ha definita come “parola dell’anno 2016”, precisandone il significato: “I fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare la pubblica opinione, degli appelli alle emozioni e delle credenze personali”.

È il tempo in cui l’informazione, simile all’asta di un pendolo, oscilla tra il “prima” e il “dopo” la verità dei fatti, senza più volerla riconoscere. La cura per la ricostruzione dei fatti, la loro aderenza alla realtà e il rigore del controllo delle fonti cedono il passo alla cultura della post-verità.

Questa cresce grazie ad azioni precise: fomentare la violenza, radicalizzare le voci delle istituzioni, toccare le emozioni e le credenze (più irrazionali) delle persone, insinuare sospetto sui fatti, inventare bufale. Il terreno fertile nel quale la post-verità fiorisce sono soprattutto i social network, in cui si forma il consenso (politico), si alimentano le paure e si consolidano le identità. Tutto, però, lontano dai fatti.

II- OMBRE E LUCI DELLA POST-VERITÀ
Se vogliamo essere più precisi, più che parlare di “dopo verità” si dovrebbe indicare “oltre la verità”. Fatta questa precisazione, teniamo, però, per una facilità di esposizione, la dizione “post-verità”. Nel nostro mondo occidentale, la verità è diventata di secondaria importanza, se non irrilevante, pur non essendo falsificata o contrastata.

La “post-verità” descrive perfettamente la nostra epoca: ciò che conta non è la realtà, ma è l’apparenza; ciò che conta non è la sostanza, ma quello che circola in rete. Non si tratta di cronologia, ma di superamento della verità fino a perderne l’importanza.

Tutto questo viene accentuato da due caratteristiche emergenti del mondo d’oggi: la dimensione globale e quella digitale, alimentate dalle dinamiche dei “new media”. I “social network” sono il terreno della diffusione del virus della disinformazione, con conseguenze geopolitiche molto chiare.

Siamo, cioè, alle prese con gli effetti reali del mondo digitale, anzi di quella sorta di mutazione antropologica che produce, perché prende dentro la nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di se stessi, degli altri e del mondo, e sul modo di comunicare, di apprendere e di informarsi. Tutto ci balza agli occhi, ci destabilizza e ci destruttura, ma nello stesso tempo ci interpella.

Se da un lato l’era della post-verità porta a vivere in una “bolla” escludendo a informazioni, notizie e opinioni che potrebbero smentire le nostre precomprensioni, con il rischio di bloccare la nostra fecondità intellettuale e culturale, dall’altro lato porta come reazione positiva a ricuperare il valore dei fatti, il giusto rapporto tra ragione e sentimento.

III- SFIDE DELLA POST-VERITÀ
Con tutte le sue ambiguità e qualche opportunità, l’era post-verità è cominciata e il nostro compito è attrezzarci per abitarla senza subirne la corrosione. Suggeriamo alcune priorità tenendo presente che la tecnologia non è un fine, ma un mezzo per noi uomini. La verità non può essere definita, ma si costruisce insieme a quanti la cercano.

È urgente prepararci a stare in Rete, ricuperando lo spirito del dialogo, fatto di ascolto, di confronto e di discernimento. Un segreto per neutralizzare gli effetti negativi della cultura del post-verità è la capacità di dare notizie buone con un notevole retroterra culturale, affrontando con profondità e credibilità temi caldi come la costruzione della cittadinanza europea, la difesa della dignità della persona, l’integrazione.

Evidentemente il giornalismo – anche quello ecclesiale – deve aiutare ad una corretta informazione, ad un riconoscimento di eventuali errori, ad una libertà dal potere di turno, all’impegno nella veridicità delle fonti e della loro reperibilità, e ad una capacità di distinguere da una notizia falsa con una satirica.

Volendo approfondire, sia pure nella sinteticità, alcune sfide da accogliere a modo di conclusione ne elenchiamo tre:
1. La prima è quella di curare l’educazione con una solida preparazione culturale.
2. La seconda è quella di affrontare il funzionamento del mondo dei media (tradizionali e nuovi) con un ripensamento degli strumenti partecipativi.
3. La terza è quella di precisare gli interventi normativi per evitare il caos dell’informazione.

La scommessa è grande: passare dallo stordimento solipsistico alla gioia dell’incontro interpersonale.

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