Lecco, 15 luglio 2018   |  

Mons. Franco Cecchin: Le domande di fondo dell’uomo contemporaneo

di Franco Cecchin

Il Prevosto di Lecco: Noi cristiani siamo tali se da un lato ci impegniamo nella giustizia, nella pace e nella salvaguardia del creato, dall’altro lato se favoriamo la relazione tra le etnie, le culture e le religioni.

Zelioli Franco CECCHIN concerto 04lug18 12

INTRODUZIONE
Ciò che rende urgente le domande di fondo dell’uomo contemporaneo sono le sfide del contesto culturale che interessano la sua vita e il suo destino. La modernità, tra le sue molte conseguenze, ha portato con sé la crisi del soggetto, ha prodotto l’immagine dell’ “io” divino e frammentato.

Le relazioni e le possibilità di comunicare si sono moltiplicate enormemente, ma esse si rivelano anche più fragili. La compressione dello spazio e del tempo ha imposto un ripiegamento su ciò che appartiene al presente. Emerge, allora, la figura di un soggetto debole, costruito sui desideri individuali, abbandonato a ciò che è immediato e privo di riferimenti forti.

Alla luce di una tale realtà sociale, le coordinate di queste sfide possono essere riassunte in tre domande fondamentali che, a livello riflesso o irriflesso, ognuno di noi si pone in questa stagione di trapasso culturale: domanda di identità, domanda di trascendenza e domanda di futuro.

I - DOMANDA DI IDENTITÁ
La prima domanda a cui siamo chiamati a rispondere per noi e per gli altri è proprio quella dell’identità. È l’esigenza di ciascuno e di tutti di sapere chi siamo. Nel nostro mondo occidentale siamo passati da una visione dell’oggettività rapportata ad un Essere superiore ad una visione della soggettività fino ad arrivare all’individualismo. L’unico criterio è il soddisfacimento del proprio egoismo e delle proprie pulsioni. L’io ossessionato di se stesso arriva all’autoreferenzialità, al narcisismo e alla perdita della propria identità.

La stessa identità, poi, è messa in pericolo anche da un processo di globalizzazione, che pur avendo effetti positivi, può minare l’equilibrio delle persone. La globalizzazione ha cambiato la concezione dello spazio e del tempo, ampliando il primo e riducendo il secondo, trasformando le comunità umane in società multietniche e multireligiose. Gli stranieri, oggi, raggiungono facilmente i nostri paesi e sono tra noi. Si stanno cambiando sentimenti e forme di appartenenza, mutano i processi di costruzione di identità e di riconoscimento. Tutto questo può portare anche ad uno scontro di convinzioni religiose e politiche, e anche ad un conflitto tra modelli e paradigmi diversi di civiltà.

Che fare? È urgente innanzitutto ricuperare una visione dell’essere umano come è emerso nel cammino dei secoli sia dal punto di vista culturale che religioso: l’essere umano nella sua dimensione di anima e di corpo, di realtà sessuata, di emozioni, di pensiero e di libertà. In secondo luogo, aiutiamo i bambini e le bambine nel loro processo evolutivo di esseri unici e di essere per e con qualcuno/a; di avere bisogno del padre e della madre per far crescere la propria identità; di vivere la dinamica del desiderio, del dovere e dei valori; di prendere coscienza che c’è un “ego”, un “io” e un “super ego” e che appartengono allo stesso genere umano sviluppando e armonizzando il particolare con l’universale, il locale con il globale. In terzo luogo, non tralasciamo di prendere in considerazione l’antropologia cristiana che presenta la concezione dell’uomo come immagine somigliante di Dio, come il tu di un Dio personale, come archetipo in cui configurarsi, in cui si trova il senso della vita e della morte, del presente e del futuro. L’accoglienza e l’interazione con le varie etnie non sono un pericolo, ma un dono da corrispondere per vivere la “Chiesa dalle genti” e la famiglia di Dio di cui Lui è il Padre, noi siamo i figli e tra di noi fratelli.

II - DOMANDA DI TRASCENDENZA
La seconda domanda è quella della trascendenza. In un’epoca di umanesimo secolarizzato, di antropologie materialiste e consumistiche, essa risponde all’esigenza fondamentale di sapere da dove si venga. Nell’epoca della tecnica in cui tutto è mirato all’efficienza, cresce la domanda di filosofia, la domanda “laica” di senso. La cultura relativistica e materialista, infatti, ha portato e porta a una nuova definizione sull’uomo, tutta basata sull’immanenza. Inoltre una sorta di illuminismo economico ha mercificato tutti i rapporti sociali e anche la stessa natura dell’uomo. La logica del mercato, infatti, ha promosso l’antropologia dell’avere penalizzando l’antropologia dell’essere. Gli stessi sentimenti sono vissuti nella logica dei costi e dei ricavi.

In definitiva si può dire che l’antropologia dell’avere svuota tutti i contenuti autentici della persona: l’uomo è considerato come un consumatore. Anche la religione può essere condizionata da quest’ottica: il fedele è considerato come consumatore di servizi. La società postmoderna, al limite, utilizza la Chiesa come agenzia di assistenza. Manca, insomma, una voce che indichi la rotta, il senso della vita, che interpelli sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, sul vero e sul falso, sull’esistere e sul morire. Una voce che contribuisca a trasformare il consumatore in cittadino, lo spettatore in protagonista, l’individuo in persona.

Da qui scaturisce sempre di più l’urgenza che la Chiesa non svuoti la sua natura e ravvivi la sua missione. L’orizzonte della visione sull’uomo rimane sempre il progetto divino di salvezza, che scrive ogni biografia in un grandioso orizzonte di senso, dove ogni domanda trova la sua risposta, ogni azione la sua giustificazione, ogni vita e persino la morte il suo significato. Solo una fede che non si riduca a una sorta di religione civile, alla sola difesa dei valori umani, al solo esercizio del volontariato umanitario, evita l’aforisma spirituale ed evoca la presenza trascendente e misteriosa di Dio nel cuore dell’uomo e nelle vicende della storia.

III - DOMANDA DI SPERANZA
La terza domanda è quella della speranza. In un’epoca come la nostra frammentata e instabile, la domanda di speranza risponde all’esigenza espressa o inespressa di sapere dove si andrà, che tipo di futuro ci stia davanti. Nel vecchio continente europeo domina un diffuso offuscamento di speranza, causato in modo particolare dallo smarrimento della memoria e dell’eredità cristiana, da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferenza diffusa. La perdita della memoria produce una specie di paura nell’affrontare il futuro come dimostrano la diminuzione delle nascite, delle vocazioni sacerdotali e religiose, la fatica – se non il rifiuto – di operare scelte definitive anche nel matrimonio. La ricerca esasperata della soddisfazione immediata e individualista porta anche all’uso di alcolici e di stupefacenti. Mai come adesso stanno aumentando le violenze interpersonali e i suicidi.

Il processo di globalizzazione, poi, ha portato senz’altro a percepire maggiormente la terra come casa comune, ma il terrorismo transnazionale ha frantumato questa spinta positiva. Il crollo delle Torri gemelle a New York dell’11 settembre 2001 ha reso il mondo più insicuro. È emerso infatti con più drammaticità il conflitto tra il mondo occidentale e quello islamico. Da allora, è emersa la spinta a controllare sempre di più i confini, a ricostituirli e a renderli visibili. In molti stati sono stati e si stanno introducendo legislazioni restrittive per il diritto di asilo o di immigrazione, mentre gli appartenenti a comunità straniere sono oggetto di discriminazione e di violenze immotivate. Crescendo sempre di più la distanza tra noi e gli altri, aumenta sempre di più la mancanza di speranza e quindi il bisogno di avere un senso della propria esistenza.

È proprio in questo contesto di orfanezza e di mancanza di speranza che scaturisce una sfida e un’opportunità per noi cristiani che abbiamo ricevuto il dono della speranza contro ogni speranza (cfr. Romani 4,18). L’escatologia cristiana non è fuga dalla realtà, ma vivere l’oggi – nella molteplicità delle sue espressioni – carico di eternità. La venuta del Figlio di Dio, che è diventato uomo, ha trasformato il tempo, che scorre (cronologia/Krónos), in tempo che è grazia (Kairós). Si tratta dell’escatologia realizzantesi, cioè, del “già” e del “non ancora”. Siamo già nella vita nuova di figli di Dio, attuata nella Pasqua di Cristo, ma che avrà il suo compimento alla fine dei tempi con “cieli e terra nuova”, “Gerusalemme celeste” e “risurrezione dei corpi”. Noi cristiani siamo chiamati a testimoniare con la coerenza della vita e con la parola evangelica questa vita nuova. Siamo figli di Dio, e siamo tra di noi fratelli. Noi cristiani siamo tali se da un lato ci impegniamo nella giustizia, nella pace e nella salvaguardia del creato, dall’altro lato se favoriamo la relazione tra le etnie, le culture e le religioni.

 

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

18 Agosto 1807 viene inaugurata l'Arena Civica di Milano

Social

newTwitter newYouTube newFB