Lecco, 15 ottobre 2017   |  

Mons. Franco Cecchin: il valore dell'autostima

di Franco Cecchin

Il Prevosto di Lecco: la misura dell’amore di sé è data dall’amore che abbiamo donato all’altro.

cecchin preghiera

Sempre di più in questo periodo di insoddisfazioni, di ingiustizie e di paure, ci chiediamo quali possano essere i rimedi, le vie di uscita.
Senza la presunzione di indicare la soluzione per eccellenza con il rischio dell’ingenuità, vorrei sostare sul valore dell’autostima, con la convinzione che oggi tante contraddizioni e violenze nascono proprio da una non corretta autostima.
Evidentemente l’esposizione ha un carattere evocativo da approfondire. Lo scopo è proprio quello di suggerire alcuni spunti che servano innanzitutto a noi stessi e poi alle persone con cui ci relazioniamo.

1- Il significato dell’autostima
L’autostima è una valutazione positiva di se stessi, è un’accettazione di sé, è un
percepire di “valere” in qualche modo. Tutto questo è unito alla conoscenza realistica dei propri limiti e difficoltà.
Una stima eccessiva di sé può diventare una forma di copertura della propria fragilità ed è quindi una difesa altrettanto problematica di una scarsa stima di se stessi e del nostro rapporto con gli altri.
È vero che il mondo esterno, soprattutto l’ambito familiare, nell’accoglienza o meno da parte dei genitori, specialmente della mamma, è determinante nel influenzare positivamente o negativamente il soggetto, ma è altrettanto vero che la valutazione che il soggetto dà di se stesso lo condiziona. La percezione del proprio volere, insieme alle capacità possedute, sono il segreto della rinascita.

2- Origine della stima di sé o la sua mancanza
Un elemento decisivo del sano sviluppo del soggetto, oltre che della potenzialità di base, è dato dalle relazioni significative che il bambino vive. Nei primi anni di vita l’ambiente familiare è di importanza fondamentale, specialmente nella relazione madre-figlio. L’essere umano è un essere in relazione. L’uomo non può vivere solo, ma ha bisogno dell’affetto e della comunicazione con l’altro come dell’aria che respira.
Non esiste alcuna possibilità data al bambino per passare dal principio di piacere al principio della realtà, a meno che non vi sia una madre sufficientemente buona, cioè una madre disponibile ai bisogni del bambino fino ad aiutarlo a staccarsi gradualmente da lei. All’opposto una madre centrata su di sé e tutta orientata alla soddisfazione dei propri bisogni frustrati, renderà più difficile il processo di crescita in ordine all’identità del bambino e all’acquisizione di un corretto senso della realtà.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’ambiente familiare rimane l’elemento decisivo per la possibilità di dare fiducia e di instaurare relazioni affettive significative. La fiducia, la stima e l’affetto vengono introiettati nel bambino già nei primi mesi di vita; sono per lui come l’aria che respira, anche se l’ambiente circostante non è dei più confortevoli e rassicuranti dal punto di vista materiale. Il modo in cui il genitore vive un evento cambia tutto per un bambino, perché è in base al vissuto del genitore che egli crea la propria interpretazione del mondo.

3- Autostima e relazioni interpersonali
La conferma circa il valore di sé si manifesta man mano che la persona cresce,
dalla capacità di intraprendere e mantenere relazioni. Nelle relazioni dell’età adulta si possono mettere in evidenza alcune carenze circa la stima di sé che si riflettono nell’ambiguità delle relazioni: si pensi alla tendenza a usare l’altro in funzione dei propri bisogni, come specchio di conferma di se stessi, annullando le diversità. Il rapporto del soggetto con le persone, infatti, a differenza del rapporto con gli oggetti, nasce fondamentalmente come desiderio di essere riconosciuti. Questo desiderio se non si apre al dono di sé, ma si chiude nella ricerca egoista, diventa possesso. In questa relazione all’insegna del possesso ha trovato e trova tragiche e precise realizzazioni nel rapporto tra nazioni, tra classi sociali, tra genitori e figli, e a livello di coppia. L’altro è chiamato a diventare la prova tangibile che si vale. Si instaura un circolo vizioso di possesso. Quante volte un rapporto d’amore è afflitto dall’insaziabile gelosia di possedere l’altro!
La coscienza intima dell’altro può essere dischiusa solo liberamente accettando se stessi con i propri limiti e pregi in un contesto di fiducia. Chi sviluppa un senso integro ed equilibrato del proprio sé è capace di dare fiducia, di intraprendere relazioni affettive stabili e profonde, è capace soprattutto di uscire da se stesso e occuparsi dei problemi e delle difficoltà altrui, sa apprezzare la diversità altrui, valorizzare l’amicizia e vivere l’amore vero. Riuscire a separare l’altro da sé, per riconoscerlo e accoglierlo come l’altro, è uno dei segni delle relazioni mature. Come d’altra parte lo è quando la persona è capace di stabilire una differenza tra il sé e il ruolo. Essa percepisce che non ha bisogno di identificarsi con il ruolo, ma piuttosto può vivere il ruolo come un modo di risposta del proprio essere.

Quando, infine, il soggetto è capace di vivere le relazioni interpersonali profonde e vere, può anche conoscere se stesso con maggiore profondità e verità.
L’uomo è strutturalmente un essere posto in relazione, e solo quando decide di farsi carico dell’altro, accettando con questo la fatica della conflittualità e della gratuità, egli incontra e conosce pienamente se stesso. Il processo è dunque circolare: quanto più si ha un’adeguata stima di sé, tanto più diventa possibile vivere relazioni interpersonali stabili e appaganti, giocando totalmente se stessi, e questo a sua volta rafforza e sostiene ulteriormente la stima di sé. In questa prospettiva, la stima di sé, più che essere assicurata da una serie di garanzie di qualsiasi genere, va ricondotta strettamente alla capacità di vivere relazioni stabili e profonde all’insegna del dono di se stessi. È la conferma psicologica del secondo comandamento: la misura dell’amore di sé è data dall’amore che abbiamo donato all’altro.

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