Lecco, 24 giugno 2018   |  

Mons. Franco Cecchin: il valore della fraternità oggi

di Franco Cecchin

Il Prevosto di Lecco: porre gesti che favoriscono un’autentica mentalità fraterna e pongono le basi della civiltà dell’amore tra tutti i popoli della terra.

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INTRODUZIONE
Nella complessità e frammentarietà della società è importante, per non dire necessario, riflettere sul significato di fratello/sorella oggi: è il nodo vitale dell’umanità.
Il valore della prossimità oggi è messo in discussione dalla molteplicità dei fattori culturali, sociali e politici. Possiamo affermare che i conflitti, le ingiustizie e le divisioni hanno alla base una mancanza di fraternità.
La nostra breve riflessione ha lo scopo di approfondire, sia pur sinteticamente, il significato della fraternità, la sua situazione odierna e la sfida che noi cristiani siamo chiamati ad accogliere.

I - IL SIGNIFICATO DI FRATERNITÁ
Sostanzialmente sono tre i significati che ordinariamente si possono attribuire all’essere fratelli/sorelle. Il primo significato è dato dal legame di sangue. Un’esperienza comune, insita nella stessa natura umana, che dispone di un padre e di una madre, che concepiscono figli e li accudiscono: il classico schema della famiglia.
Il secondo significato è collegato con l’appartenenza allo stesso genere umano. Il contenuto di fratello/sorella deriva dalla concezione antropologica dell’umanità. La fraternità universale scaturisce proprio dal fatto che gli uomini e le donne derivano dallo stesso ceppo umano con una diversità di etnie e culture. Ogni essere vivente è degno di rispetto, senza alcuna distinzione. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo afferma che ogni uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona (ONU, art. 1 del 10/12/1948).
Il terzo significato è dato dalla novità cristiana, nella quale tutti siamo fratelli in Cristo Gesù perché figli del medesimo Padre che è Dio. Il Dio dei Padri ci ha pensato e voluto da sempre suoi figli nel suo Figlio Gesù (cfr. Efesini 1, 3-5). Il Signore Gesù, con il suo mistero di Incarnazione e Redenzione, ha fondato una nuova parentela: “Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello...” (Marco 3, 31-35).

II - LA STUAZIONE ODIERNA
Riguardo al primo significato, quello di sangue, dell’essere fratelli/sorelle, stiamo assistendo ad una grave crisi. Fino a non molti anni fa l’avere una propria unica famiglia era la norma. Oggi non è più così, perché le famiglie chiamate “ricomposte” possono determinare fratelli /sorelle del solo padre o della sola madre; addirittura senza avere in comune né il padre, né la madre biologici. I dati statistici dicono che in Italia il 25% dei matrimoni non durano tutta la vita: ciò significa che la consistenza della fratellanza è in qualche modo frantumata rispetto allo schema “di natura”. Le conseguenze negative nell’ambito affettivo, relazionale e culturale sono prevedibili e reali. È sufficiente sottolineare il disagio esistenziale e la crisi di identità dei figli, causati dai genitori che hanno rotto l’unità della famiglia.
Riguardo al secondo significato dell’essere fratelli/sorelle, quello dell’appartenenza allo stesso genere umano, possiamo registrare nella storia dei popoli un continuo tradimento della fratellanza universale. Tre sono i principali fenomeni: il colonialismo, inteso come acquisizione delle ricchezze altrui con il desiderio di potenza; le guerre civili tra gruppi dello stesso territorio; infine la povertà nel mondo generata dalla disparità di ricchezze tra i vari paesi. A tutto questo, all’inizio del terzo millennio, si aggiungono altri due fenomeni, accentuati anche dal processo di globalizzazione: l’uno riguarda il conflitto crescente tra il mondo occidentale e quello islamico, l’altro riguarda la tendenza crescente da parte dei popoli dell’Occidente di rifiutare gli stranieri specialmente quelli provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa.
Riguardo al terzo significato dell’essere fratelli/sorelle, quello dell’appartenenza alla famiglia di Dio, possiamo notare una diminuzione di incidenza effettiva della novità cristiana sulla qualità della vita dei popoli. Con il processo di secolarizzazione e di relativismo, il Cristianesimo è diventato irrilevante. La società laica e laicista ha emarginato la religione, rendendola un fatto privato. La Chiesa molto spesso viene “usata” come agenzia di servizi assistenziali. Se in passato i cristiani con la propria visione di uomo davano un apporto notevole nell’elaborazione delle leggi, nell’ambito educativo e in quello culturale e artistico, oggi – diventati minoranza - sono insignificanti e molto spesso ignorati.

III - LA SFIDA CRISTIANA
Per noi cristiani le crisi non sono viste come fattori negativi, ma come opportunità. Delineiamo, perciò, sia pur brevemente, tre piste di sviluppo nelle rispettive accezioni di fraternità. La prima è proprio quella che riguarda il legame di sangue. I cristiani e ogni persona di buona volontà sono chiamati a sostenere la famiglia nel disegno originario perché essa diventi quello che è: monogamica, indissolubile e aperta alla vita. Il senso della fraternità nella famiglia cresce nella misura in cui il papà e la mamma vivono la loro missione di genitori. È nell’accoglienza autentica dei propri figli che crescono in loro l’identità e la capacità di relazionarsi. La questione di fondo è proprio quella educativa. Educare significa “tirar fuori” un uomo e una donna che siano in grado di relazionarsi: esseri unici e irrepetibili, chiamati a vivere con e per gli altri. È tutto un cammino di crescita nella dinamica del desiderio, del dovere e della donazione.
La seconda sfida riguarda la propria appartenenza al genere umano. Anche qui è importante rilevare l’importanza della responsabilità educativa che coinvolga la famiglia, la società e la Chiesa, e primariamente ogni abitante della terra. È necessario educarci ed educare al senso dell’appartenenza ad un popolo e a tutti i popoli del nostro pianeta.

Dichiararci cittadini del mondo senza un radicamento in un territorio è un assurdo, si è degli apolidi. Così come sentirci soltanto italiani senza una relazione con le altre nazioni è una contraddizione. Noi viviamo in uno stesso pianeta e apparteniamo ad un unico genere umano come cittadini di una nazione e come cittadini del mondo. Da qui scaturisce la valorizzazione e l’attualizzazione delle costituzioni dei singoli stati, dei trattati del Continente di appartenenza e della dichiarazione dell’ONU. È proprio nel rispetto e nel dialogo costruttivo tra etnie e religioni che si sperimenta un arricchimento reciproco con l’impegno per costruire la giustizia e la pace nella salvaguardia della natura, specialmente del nostro pianeta.
La terza sfida scaturisce dalla presa di coscienza che la fraternità universale non nasce semplicemente dall’appartenenza allo stesso genere umano, ma soprattutto dal fatto che facciamo parte della stessa famiglia di Dio: è una fraternità che deriva dall’evento cristiano. Siamo figli del medesimo Padre, che è Dio. La responsabilità di noi cristiani è grandissima, perché ne va di mezzo la credibilità del nostro essere discepoli di Cristo. Prima di essere un impegno di amare i fratelli di ogni etnia, è un dono da corrispondere: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ci ha amati per primo” (I Giovanni 4, 12-19).

La misura poi del nostro amore verso i fratelli di tutti i popoli si misura nell’amore che Cristo ha per noi con il dono totale della sua vita: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Giovanni 15,17). Come cristiani se possiamo avere una preferenza nei confronti dei fratelli, essa deve essere verso chi è più bisognoso e debole: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40). È da una docilità a lasciarsi abitare dall’amore gratuito del Dio di Gesù che saremo capaci di porre gesti profetici che mettono in crisi l’egoismo delle persone e dei popoli e costruiscono la vera fraternità universale della famiglia di Dio. L’accoglienza evangelica dei migranti, ad esempio, nelle sue varie espressioni (impegno di promozione nei paesi di origine, regolamentazione dei flussi e inserimento responsabilizzante nel rispetto delle leggi locali e nello scambio dei doni) non è buonismo, ma è capacità di porre gesti che favoriscono un’autentica mentalità fraterna e pongono le basi della civiltà dell’amore tra tutti i popoli della terra.

 

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