Lecco, 03 settembre 2017   |  

Mons. Franco Cecchin: che dire della società post-umana

di Franco Cecchin

Il Prevosto di Lecco: il potenziamento umano per via tecnologica può diventare una degradazione dello stesso

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L’umanità sta compiendo passi da gigante. Esemplificando e semplificando parecchio, negli ultimi secoli, specialmente nel mondo occidentale, siamo passati da una società oggettiva (in cui il rapporto tra la trascendenza e l’immanenza era tenuto presente) ad una società soggettiva (in cui l’essere umano era ed è protagonista, portando alla società moderna, industriale e post- industriale) fino ad arrivare ad una società post-umana.

Il post-umanesimo è l’ultima tappa, ancora in divenire e non pienamente realizzata, volta a forzare, destrutturare e ricombinare i confini di ciò che è umano. Il post-umano è la progressiva alterazione delle caratteristiche umane, che tende a modificarle o perderle. Con il termine post-umano si intende che la natura biologica dell’uomo, compreso il cervello, non costituisce il limite delle possibilità umane.

In altre parole, il senso ultimo del post-umanesimo è che ciò che è umano deve essere lasciato alle spalle, sostituito da una nuova fase caratterizzata dal superamento dei limiti attuali dell’umano e verso una nuova umanità sganciata dai limiti della precedente. Esso, cioè, è aperto a costruire qualcosa che ancora non c’è, che è tecnicamente possibile e che non assomiglia più a ciò che è. Emblema di questo procedimento è Cyborg, che è un organismo cibernetico, cioè un ibrido, in parte corpo umano e in parte macchina.

Che dire della società post-umana con la consapevolezza della delicatezza della problematica? Suggeriamo alcuni elementi essenziali per una risposta da approfondire. Da una lato, l’umano si è caratterizzato nei millenni come portatore di una dotazione di base (biologica, sessuale, corporale, religiosa, morale, culturale) che ne ha segnato i connotati dandogli una relativa stabilità, pur nell’orizzonte certo della morte biologica.

Per molto tempo, tali caratteri permanenti sono stati accettati come intrinsecamente appartenenti all’umano, senza escludere la ricerca di migliorare le condizioni di vita. L’uomo e la donna sono parte del mondo e sono diversi in quanto umani: hanno una configurazione antropologica che, dall’inizio alla fine, li caratterizza in modo unico (cfr. Genesi 1-2).

Dall’altro lato, l’umano è sempre stato vissuto come un’identità in divenire e oggetto di interventi continui sulle condizioni dell’umano stesso. L’umanità, infatti, nella sua storia si è sempre presentata con evidenti tratti di versatilità e in perenne assetto di adattamento e di variazione rispetto all’esistente, ma sempre nell’ambito di una dinamica naturale.

Il post-umanesimo, invece, si presenta come una vera e propria ideologia con l’obiettivo di dichiarare finita l’umanità nei suoi tratti riconoscibili anche se malleabili. Spinge per congedarsi dall’uomo “sapiens” e per introdurre l’era dell’uomo “tecno-sapiens”. Il post-umanesimo sembra voler attuare il “furto dell’anima”, togliere ciò che è propriamente umano e rimpiazzarlo con un nuovo uomo che non è più un uomo.

Se riflettiamo profondamente, ci accorgiamo che l’ideologia post-umana non sfiora solo l’anima, ma anche il corpo umano: esso, infatti, è considerato una semplice protesi di cui si può fare a meno sostituendola con un altro supporto artificiale. Siamo in presenza di una natura umana “altra”, rispetto a quella riconoscibile che abbiamo conosciuto per millenni.

A modo di conclusione poniamo una domanda: “Al di là delle buone intenzioni o dei facili ottimismi, questo orientamento non è un processo di disumanizzazione dell’uomo stesso?”. L’ironia tragica è che il potenziamento umano per via tecnologica può diventare una degradazione dello stesso, una perdita di umanità, un’introduzione di un deficit regressivo che destabilizza l’umano al ribasso. Se siamo pienamente consapevoli e responsabili, percepiamo che c’è in gioco il “futuro della natura umana”.

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