Lecco, 30 luglio 2017   |  

Mons. Franco Cecchin: c’è bisogno di felicità

di Franco Cecchin

Il Prevosto di Lecco: Si è felici insieme, nella gioia e nel dolore, perché nel dolore si è compagni della sofferenza dell’altro apportandoci bene, e nella felicità, non essendoci l’invidia che tutto distrugge, c’è il bene comune.

mons. franco cecchin 3

Rispetto alle epoche passate, abbiamo raggiunto traguardi impensabili nell’ambito della scienza e della tecnica, eppure non siamo felici. Rispetto al tempo passato, abbiamo a disposizione più risorse anche nell’attuale crisi economica, eppure non siamo felici come in passato.

Perché? Non è facile rispondere a questa domanda. È opportuno prima di rispondere a questo interrogativo proporre, sia pur sinteticamente, un percorso culturale sulla felicità lungo i secoli.

La felicità è la condizione di completo soddisfacimento di tutte le proprie aspirazioni da parte di una persona e di una comunità. Il termine felicità deriva dalla parola “felice” dal latino “felicem” con la stessa radice di “fecundus”, cioè che “produce frutti, fertile e propizio”.

In base alle varie visioni di umanità, la felicità è riposta nella forza, nella contemplazione, nel piacere, nell’unione beatifica con Dio... Si registrano, anche, profonde divergenze riguardo alle vie che conducono ad essa.

Così nell’induismo e nel buddismo la via alla felicità è essenzialmente di tipo ascetico: distacco da tutti i vincoli che tengono l’anima incatenata al corpo. Nel pensiero classico (Socrate, Platone, Aristotele, Zenone, Plotino) la via più sicura per raggiungere la felicità è la filosofia: la vita beata è frutto della saggezza e la sua conquista è perciò opera esclusiva dell’impegno personale.

Nel cristianesimo la via è Gesù Cristo (cfr. Giovanni 14, 6): Lui ci ha liberato dal male e ci ha resi figli di Dio e con il dono dello Spirito Santo ci dà la capacità di amare. La salvezza portata da Gesù Cristo è per tutti ed è ad un tempo grazia e impegno personale.

Nel mondo contemporaneo che si è lasciato alle spalle oltre la via di Cristo anche le vie degli antichi filosofi greci e dei sapienti orientali, l’uomo cerca di conseguire la felicità percorrendo le vie del soggettivismo, della scienza e della tecnica, vie che lo aiutano a produrre e a consumare beni materiali, a soddisfare nuovi bisogni e a procurare nuovi piaceri, ma provocando guasti nel mondo della natura (inquinamento, effetto serra... ), nelle persone (alcolismo, droga, AIDS...) e nelle popolazioni (i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri).

Le nuove vie liberaliste, consumistiche ed edonistiche, che ignorano la natura autentica dell’uomo, non l’avvicinano affatto al traguardo della felicità, ma lo allontanano sempre più, e trascinano molta gente verso la voragine della nausea, della disperazione, dell’angoscia e del nulla.

Questa situazione di insoddisfazione generale può portare - se si rientra in se stessi e se si è aiutati - a prendere coscienza che la felicità non è data tanto dal possesso, dal potere e dal consumo, ma dalla capacità della reciproca donazione.

“C’è più gioia nel donare che nel ricevere” (Atti 20, 35). Nel dono vi è una sovrabbondanza di ricchezza perché se tutti donano c’è sovrabbondanza di dono, se tutti tolgono ci sono povertà e conflitto. Bisogna cambiare parametri, dall’egoismo all’altruismo per poter realizzare un bene che sia stabile.

La felicità si ha soltanto nella gratuità della reciprocità. Si è felici insieme, nella gioia e nel dolore, perché nel dolore si è compagni della sofferenza dell’altro apportandoci bene, e nella felicità, non essendoci l’invidia che tutto distrugge, c’è il bene comune.

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