Milano, 01 novembre 2017   |  

Mons. Delpini: Segnati con il segno della gioia misteriosa

L'arcivescovo oggi in Duomo per la Solennità di Ognissanti

ognissanti 2017 7

L'omelia pronunciata oggi dall'arcivescovo mons. Delpini per la festività di Ognissanti.

1. Aspettate a distruggere il mondo.
C’è da domandarsi come mai il mondo non sia ancora finito. C’è da domandarsi come mai l’umanità non sia ancora estinta. C’è da domandarsi che cosa consenta ancora alla terra di sopravvivere e di ospitare ancora uomini e donne che ogni giorno fanno di tutto per distruggerla, per sommergerla di rifiuti e per renderla inabitabile.
La ragione di questo ritardare del disastro generale, secondo il veggente dell’Apocalisse, è il fatto che si è fatto avanti un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente, che gridò a gran voce: “Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio”. Dunque per questo continua la storia, per lasciare il tempo all’angelo di imprimere il sigillo sulla fronte dei servi del Dio vivente.

2. Il tempo per imprimere sui servi il sigillo.
I servi del Dio vivente, infatti, abitano tra gli uomini, ma sono sconosciuti. Vivono la vita di tutti, ma non intendono la vita come un tirare avanti, né come una carriera per arrivare primi e lasciarsi gli altri alle spalle: loro intendono la vita come un servizio da rendere a Dio, sono i servi del Dio vivente.
Si alzano ogni giorno come tutti, ma non possono cominciare la giornata senza tendere l’orecchio e ascoltare la parola che rivela la volontà del Dio vivente: infatti sono servi del Dio vivente.
Vanno a dormire ogni sera, come tutti, ma non possono coricarsi senza dichiarare: “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare; siamo solo dei servi”. Sono i servi del Dio vivente.
Si ammalano, come tutti, e muoiono, come tutti; ma anche nel soffrire e nel morire dichiarano di consegnare lo spirito nelle mani del Dio vivente: sono i suoi servi.
Attraversano, come tutti, giorni di festa, ma non si esaltano, non attirano l’attenzione su di sé, non si esibiscono in modo da attirare l’attenzione: sono solo dei servi e sono contenti di servire il vino nuovo perché sia lieta ogni festa.
Attraversano, come tutti, giorni di tribolazione, ma non si abbattono oltre misura, non si stupiscono che proprio a loro tocchino sventure e dispiaceri: vivono la tribolazione come il tempo per lavare le loro vesti nel sangue dell’Agnello, cioè come un percorso di conformazione al servo di Yhwh, infatti sono servi del Dio vivente.
Sono dappertutto e sono spesso una presenza così quotidiana, affidabile, modesta, che sono considerati una presenza abituale, necessaria e scontata, come le colonne del tempio, ma sono loro che tengono in piedi il mondo, come le colonne tengono in piedi il tempio. Allo sguardo superficiale sembrano che siano pochi e mediocri, al giudizio sbrigativo e scontento sono considerati un’eccezione, soprattutto da coloro che sono abituati a dire ogni male dell’umanità e a decretare che tutto va male, che tutto è sbagliato, che tutti sono egoisti, disonesti, stupidi.
Ma in realtà quanti sono? Ecco, sono una moltitudine immensa, che nessuno può contare. Per questo il mondo non è ancora finito, perché gli angeli non hanno ancora impresso il sigillo del Dio vivente sulla fronte dei suoi servi, perché sono innumerevoli e appena la tribolazione o la persecuzione li inghiotte, altri se ne fanno avanti da ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

3. Il sigillo.
Ma in che consiste il sigillo del Dio vivente? Quale segno li rende riconoscibili? Che cosa scrive sulla loro fronte l’angelo di Dio?
Secondo la parola del Vangelo il sigillo del Dio vivente è il segno che riempie di stupore, la luce che irradia consolazione, il vento amico che spinge al largo, l’ardore che rende infaticabili, insomma è il miracolo sorprendente della gioia. Il sigillo del Dio vivente che rende riconoscibili i suoi servi è quella gioia invincibile, quella gioia che abita là dove tu la penseresti impossibile.
I servi del Dio vivente, la moltitudine immensa che differisce la catastrofe finale, si riconoscono perché portano questo sigillo, la loro gioia. Affrontano infatti una vita tribolata a motivo del loro servizio al Dio vivente, e sono beati. Si dedicano senza risparmio al servizio dei loro fratelli e invece che gratitudine ricevono talora insulti persecuzioni: e sono beati; lottano per la giustizia è invece che successi, incontrano sconfitte: e sono beati; amano la pace e la vedono spesso minacciata dalla stoltezza dei prepotenti: e sono beati; ricambiano il male con il bene e avvolgono la cattiveria di misericordia: e sono beati.
Donde viene la loro gioia? Come è possibile che nelle tribolazioni si intenda cantare l’alleluia, come il cantico dei tre fanciulli nella fornace ardente?
La ragione della gioia dei servi del Dio vivente non è nel successo che ottengono, non è nelle condizioni di vita confortevoli, è invece nel sigillo che dichiara la loro appartenenza.
Ecco: sono lieti perché sono suoi, sono beati perché pongono in Dio la loro speranza, vivono nella gioia perché Dio abita in loro e il cuore puro consente di vedere Dio.

I servi del Dio vivente sono dappertutto: non esibiscono le loro virtù, sono semplicemente virtuosi, non attirano l’attenzione su di sé, rivolgono le loro attenzioni al servizio di cui sono incaricati, non hanno pretese né chiedono risarcimenti per il servizio prestato e le tribolazioni attraversate, sono semplicemente dei servi e fanno quello che devono. E sono felici.
I servi del Dio vivente – io credo – riempiono anche stasera questa chiesa.

 

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