Milano, 12 novembre 2017   |  

Mons. Delpini incontra i nonni: "curare lo spavento"

Questo il titolo dell'omelia pronunciata oggi in Duomo dall'Arcivescovo.

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1. Spaventati dalla storia.
In effetti quello che capita è motivo di spavento. Le notizie che affollano il nostro sistema informativo fanno spavento. Le prospettive che sono disegnate dalle previsioni e dalle fantasie che prevedono il futuro spaventano chi le prende su serio.
Lo spavento è un assalto di paura che genera panico, smarrimento, sconcerto. Lo spavento irrompe nella vita e impedisce di pensare, anche la mente si confonde e non riesce a dare agli eventi e alle minacce le giuste proporzioni. Lo spavento irrompe nella vita e trasforma le parole in grida, urla, lacrime. Lo spavento irrompe nella vita e fa nascere una voglia di fuggire, di correre in qualche direzione, senza sapere dove: sarà un’uscita di sicurezza o sarà un precipitare nell’abisso?
Lo spavento travolge tutti, uomini e donne, bambini e adulti, ma trova particolarmente fragili i bambini: si spaventano anche per parole o eventi che fanno sorridere gli adulti; si spaventano per incubi e per fantasie che non hanno consistenza. Si spaventano i bambini: forse anche i bambini spaventati danno da pensare agli adulti. Perché tu che sei una donna o un uomo adulto non ti spaventi di fronte ad eventi e notizie? Forse sei diventato insensibile e cinico?
Anche il discorso di Gesù sembra fatto per spaventare: tutto crolla, tutto è distrutto, la vita è tribolata dalle carestie, resa tragica dalle persecuzioni. Una serie impressionante di disgrazie e di dolori. Ma Gesù vuole spaventarci?

2. Indicazioni per la cura dello spavento.
Vuole piuttosto offrire indicazioni per curare lo spavento, per alimentare la speranza, per offrire ai suoi discepoli incoraggiamento in vista delle prevedibili tribolazioni e persecuzioni.
Qualcuno che ti tenga per mano: in mezzo alla catastrofe naturale, in mezzo all’insidia dei nemici, in mezzo al crollo delle certezze è necessario qualcuno che ti tenga per mano, la persona di fiducia che manifesti la sua vicinanza affidabile. Gesù promette: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). La presenza amica di Gesù chiede di farsi “sensibile” nella premurosa prossimità di chi può rassicurare il bambino spaventato, l’uomo, la donna, assaliti dal panico: la mano tesa del nonno e della nonna, il sorriso incoraggiante di chi ha autorità nella comunità, del prete che presiede la comunità. E, in un certo senso, tutti sono chiamati ad essere la presenza amica che è capace di offrire rassicurazione al fratello, alla sorella travolti dalla paura.
Posso quindi chiedermi: chi sto tenendo per mano, in questo tempo? Non siamo i salvatori di nessuno, ma tutti siamo chiamati a praticare la prossimità rassicurante là dove possiamo, là dove ci ha mandati la provvidenza di Dio, proprio oggi, proprio qui! Proprio i nonni hanno la grazia di essere quelli che “tengono per mano” i loro nipoti: è la grazia di una dolcezza che può dare alla vita anche di chi è anziano una pienezza lieta, una esperienza che alimenta la stima di sé e forse può essere anche una pratica di riparazione per inadempienze e peccati che la coscienza rimprovera.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo: la certezza della fede che attende il ritorno glorioso del Salvatore. La fede nel Signore Gesù è fondamento della speranza che fa ardere il cuore del desiderio dell’incontro: i credenti non lasciano alle spalle l’esperienza della rivelazione di Gesù come un buon ricordo, come una motivazione che spinge a fare qualche cosa di buono, come gente destinata ad abitare il tempo quasi fosse un parcheggio senza uscita. I credenti sperano l’incontro! Perciò attraversano anche il tempo della tribolazione e dell’inquietudine confidando nella promessa di Gesù. I credenti non sperano in un futuro migliore, ma nella comunione compiuta. Il futuro devono costruirlo per la missione che hanno ricevuto, la comunione devono accogliere e attenderla come la grazia che viene dall’alto. I nonni, se sono saggi, si sentono più vicini all’incontro che porta a compimento la vita e ne parlano, per alimentare l’attenzione, il desiderio, la speranza anche di chi censura le ultime cose come fosse di cattivo gusto parlarne e motivo di turbamento pensarci.
L’occasione per dare testimonianza: vivere il tempo come l’occasione da non perdere, anche quando le circostanze sono avverse e il contesto ostile. Lo Spirito Santo suggerisce le parole: la tribolazione non è motivo di spavento, ma occasione per non far mancare a nessuno il Vangelo. L’arte di cogliere l’occasione si impara con la vigilanza. Gesù raccomanda: Badate che nessuno vi inganni… badate a voi stessi… La vigilanza, che non perde l’occasione, tiene viva una prontezza: la testimonianza è risposta alla provocazione del momento, è lo splendore che l’imprevisto rivela, come quando crolla un muro e appare un tesoro sconosciuto. La prontezza può essere una reazione improvvisata, ma più abitualmente è la virtù di coloro che praticano la meditazione e sostano volentieri in silenzio alla presenza del Signore e danno tempo allo Spirito di abitare in loro e di parlare al loro cuore. La prontezza fruttifica in ispirazioni che suggeriscono le parole, che portano alla luce virtù che non si erano notate mai, che scrive momenti di gloria per persone che si erano sempre tenute in disparte, presenti, discrete, buone, spesso silenziose, sempre disponibili, senza fare rumore e senza pretendere riconoscimenti. I nonni dicono spesso che sono “più impegnati adesso di quando andavano al lavoro”, eppure forse sono più predisposti a sostare un po’ per pensare, per ricordare, per pregare, insomma per lasciare tempo allo Spirito perché li renda pronti all’occasione di bene da non perdere.

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