Lecco, 09 ottobre 2017   |  

"Modificare la legge sullo stalking: no alla monetizzazione"

Questa la richiesta che il Fondo Zanetti e la Consigliera di Parità hanno invitato al Governo, alla Presidente della Camera e ai deputati.

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Al Presidente del Consiglio
Al Ministro della Giustizia
Alla Presidente della Camera
Ai Deputati Locali
6 ottobre 2017

Siamo offese e arrabbiate per questa sentenza del Tribunale di Torino, in cui l’imputato offre 1.500 euro come risarcimento del danno, ad una giovane donna vittima di stalking, obbligata poi dal gup ad accettarlo, suo malgrado.
Tutto questo conferma le nostre preoccupazioni già espresse quando fu approvata la riforma del codice penale.

Chiediamo ogni giorno alle donne di denunciare e sempre di più scelgono di farlo, tante ancora non hanno il coraggio anche per questi messaggi provenienti dalla politica. Il principale interesse che le muove non è certamente quello di ottenere il risarcimento del danno patito ma quello di far cessare al più presto la persecuzione che stanno subendo e vedere riconosciuta, attraverso il giudizio, la pericolosità della condotta denunciata e il diritto di vivere libere da questi comportamenti ossessivi che ne limitano le scelte di vita.

Chiediamo un intervento immediato affinché al reato di stalking e di Violenza non applichi ualcuna giustizia riparativa, non è accettabile l'estinzione di alcune tipologie di reato a fronte del pagamento di una cifra congrua. Le donne quando denunciano vogliono far cessare la violenza ed accedere alla decisione di un Giudice, non essere liquidate con pochi spiccioli.

Lo strumento della giustizia riparativa deve essere applicato nel rispetto dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul che vieta il ricorso a metodi alternativi di risoluzione dei conflitti tra cui la mediazione e la conciliazione nei casi di violenza maschile contro le donne.

La sentenza del GUP di Torino, mostra i limiti dell’applicazione della giustizia riparativa ai casi di violenza di genere. Il meccanismo di estinzione del reato ignora sia l’interesse privato che quello pubblico, rispondendo solo ad esigenze deflattive.

Così facendo si ignora la sicurezza della vittima, si banalizza la gravità della violenza di genere, si nega l’accesso alla decisione giudiziale alla vittima e si aprono le porte alla vittimizzazione secondaria che la Convenzione di Istanbul ha inteso evitare.

Già la CEDAW Committee aveva messo in guardia lo Stato italiano dall’applicazione della giustizia riparativa nei casi di violenza di genere e la Corte di Strasburgo con la Sentenza Talpis condanna l’Italia proprio per la sottovalutazione, la discriminazione e la non applicazione delle norme.

I reati di violenza contro le donne non si cancellano a pagamento!

Centri Antiviolenza di Lecco e Merate, Fondo Zanetti e Consigliera di Parità

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