Milano, 11 febbraio 2018   |  

L’esortazione di Delpini nella Giornata dei malati

«Stiamo dalla parte dei malati, degli anziani, di coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, portandone insieme il tormento e le preghiere».

santa maria lourdes 2018 D

Monsignor Mario Delpini ha presieduto l’Eucaristia nella parrocchia Santa Maria Lourdes nella giornata dedicata agli ammalati, presenti numerosi.
La riflessione dell’Arcivescovo è partita nel dal capitolo 18 del Vangelo di Luca con il brano del fariseo e del pubblicano.
Due figure estreme che interrogano tutti anche oggi - ha detto Delpini. «L’una contenta d i sé, in piedi di fronte a Dio come chi può parlargli alla pari, l’altra piegata sotto il peso della vita e del suo male».
Se Gesù indica che Dio sta dalla parte dell’umile, con questa dichiarazione si pone anche a noi una domanda chiara: «Nei tuoi modi di pregare e di vivere la vita da che parte stai?».
Immediata la risposta del Vescovo che dice: «Stare dalla parte di chi invoca pietà significa quella familiarità che diventa condivisione del soffrire e della consolazione. Stiamo dalla parte dei malati, degli anziani, di coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, portandone insieme il tormento e le preghiere».
«Oggi, in particolare, professando la nostra solidarietà con i malati, non ci poniamo nell’atteggiamento di chi si sente forte e sicuro e concede l’elemosina di qualche sorriso o di una carezza facendola cadere dall’alto. Sappiamo di essere anche noi fragili e insidiati dalla precarietà».
Per questo chiedere pietà è una sorta «di apprendistato della sofferenza per trovarci pronti al dolore quando verrà: seppure siamo sani saremo malati, se giovani, anziani. Siamo qui per riconoscere che abbiamo bisogno di un apprendistato per imparare tutto ciò».
E, allora l’Arcivescovo si chiede, «Nella condizione del soffrire nella nostra carne o sofferta per le persone a cui vogliamo bene, quali parole potremmo dire?». Che oggi e sempre, come cristiani, stiamo dalla parte di coloro che invocano la pietà con un grido «che si alza dal nostro soffrire e per il soffrire del mondo e che, tuttavia, non è un grido di protesta e di risentimento come chi sei sente maltrattato da un Dio ostile e lontano incapace di vedere la sofferenza dei suoi figli».
Al contrario, è un grido che si fa preghiera, «perché non possiamo sopportare di fare a meno della speranza e la preghiera non è una sorta di resa all’impotenza, ma un affidamento all’alleanza; non la condiscendenza umiliante, ma l’abbraccio che ci introduce nella comunione con un Padre che ci abbraccia con un esercizio di felicità».
Da qui la conclusione: «Stiamo dalla parte di chi chiede pietà per imparare l’atteggiamento di chi crede che l’abbraccio del Padre salva tutti in un’alleanza eterna e perfetta. Vogliamo avere vicino Maria ed esplorare con lei le strade che Dio ci chiama a percorrere perché la nostra fede sia forte, il nostro grido sia preghiera e la speranza sia credibile».

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