Lecco, 27 dicembre 2018   |  

"Lecco è tornata ad essere una succursale di Milano"

Sandro Magni: Oggi dove siamo dopo la grande fabbrica che ha generato la città e la sua scomparsa?

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L'esponente delle sinistre Sandro Magni propone una riflessione sul futuro della città di Lecco.

Scriveva A.Manzoni che Lecco era un Borgo che si avviava a diventare Città.

Possiamo oggi dire che Lecco non è mai stato un Borgo, ovvero un centro abitato da borghesi, se non per un limitato e molto tardivo periodo di tempo. Lecco è da sempre stata un Castrum, un forte militare, del Ducato di Milano, un luogo , ben che vada, di decentramento di alcun funzioni appunto della città di Milano, come del resto lo è oggi, “città” dormitorio e particolare filiera produttiva che ha con Milano un punto di forte terzietà.

Mi soffermo sulla affermazione di una Lecco che non ha mai vissuto l’avventura dei Comuni nel medioevo maturo. Lecco sarà stato un Castrum ma mai ha avuto un suo “contado” entro il quale maturare una sua esperienza comunale. Un Castrum che è stato centrale fino all’800 periodo per il quale ha avuto una sua borghesia, che ora non c’è più. E’ stato solo in quel tardo periodo che abbiamo potuto conoscere il Borgo, fatto, di ricchi industriali-mercanti, di favolosi filantropi che hanno eretto Asili nei diversi quartieri odierni, Ospedali, Case di Riposo.

Se Lecco è diventata città, ora non più nei fatti, lo è diventata in prossimità della Rivoluzione Industriale tra ‘800 e i primi decenni del ‘900 in coincidenza con il passaggio e il superamento della crescita del suo distretto metallurgico e meccanico concentratosi lungo quel gran bene comune che è stato il torrente del Gerenzone. Forse è lo stesso termine città che ha senso quando matura quell’ampio fenomeno di “urbanizzazione” attorno alle grandi fabbriche (Caleotto, Arlenico, Badoni, Sae, Forni e Impianti) e alle ferrovie.

Tutto questo è oggi scomparso e torna difficile descrivere Lecco come una città. Lecco è tornata ad essere una succursale di Milano, quasi una sua forma di particolare neo-decentramento.

Quello che qui si sta dicendo è che le microstorie di Lecco, parziali o generali, appaiono purtroppo troppo lineari. Alla “grande” Lecco che futili fantasie immaginano fuori Lecco, fa da contraltare una Lecco, amministrativa, fatta di periferie, che nonostante le sue cancellazioni amministrative di precedenti comuni autonomi, non è mai riuscita, dico mai, a diventare una grande Lecco. Nonostante di decenni ne siano passati dagli anni ’20 del ‘900 in cui tutti quei “campanili” amministrativi, sono teoricamente scomparsi. Lecco andrebbe storicamente ripensata.

Dovrebbe essere dato molto più spazio a quella rivoluzione del ‘700 avvenuta in campo agricolo-industriale con le grandi manifatture delle filande, che ha gettato le basi per una rivoluzione industriale, a centralità artigiano manifatturiera che si è tradotta in un processo di concentrazione nel settore appunto metallurgico e meccanico lungo il “nostro” Gerenzone e sfociare poi, mediante aspri conflitti anche inter- industriali (E. Falck una persona su tutti) nello sviluppo tardo ottocentesco-e medio novecentesco della fabbrica.

Oggi dove siamo dopo la grande fabbrica che ha generato la città e la sua scomparsa? Nel post- fordismo neo liberale. Ci dicono. Da qui, dalla precarietà, forse bisognerebbe ritornare a studiare Lecco e il suo territorio, a studiare una nuova precarietà, da cui ci si era illusi di fuggire nell’epoca in cui forse eravamo diventati, per un breve tratto, città.

Alessandro Magni

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