Lecco, 24 marzo 2018   |  

Le testimonianze nella Veglia di preghiera per i missionari martiri

di Ugo Baglivo

Ha concluso le iniziative che hanno punteggiato tutti i venerdì di quaresima.

28337862 10151081274469978 1619414357666248572 o

Si è concluso ieri sera, alla Chiesa della Vittoria, il percorso quaresimale del decanato di Lecco, che ha voluto interpretare il Sinodo diocesano sulla “Chiesa dalle genti” centrando l’attenzione su “noi e il resto del mondo”, in un abbraccio che pone la nostra società occidentale in situazione di convivenza (“meticciato” diceva il card. Scola) con popoli una volta detti “stranieri” qui in Italia, e in una visione mondiale dei problemi dell’umanità, secondo una forma originale di globalizzazione.

Globalizzazione: non in senso economico, ma nella fede a Cristo, che accomuna nell’amore gli amici prossimi e i fratelli non prossimi, che diventano prossimi o possono diventarlo in qualsiasi momento, per fuggire dalla fame, o dalle guerre, o semplicemente dalla povertà.

La “Veglia di preghiera per i missionari martiri” conclude un iter che ha punteggiato tutti i venerdì di quaresima, facendo sempre capo alla Chiesa della Vittoria, che quest’anno celebra il centenario dalla posa della prima pietra.

Il 2 marzo mons. Bressan, vicario episcopale di Milano per la cultura, ha iniziato il percorso parlando della “Chiesa dalle genti” per come esce dal Sinodo, che fonda l’origine del Cristianesimo nell’incontro “tra popoli diversi”, cogliendo con san Paolo la vocazione non solo ebraica ma mondiale del messaggio cristiano.

Il 9 marzo c’è stata la celebrazione penitenziale, in forma di vero e proprio “esercizio spirituale” (predicato da mons. Brizzolari) che ha scavato nell’anima dei credenti, per distoglierli dai difetti di superficialità del sentire e del pensare e dell’agire. Il 16 marzo un giovane padre Manenti, parroco a Milano in una chiesa del centro, dove più si vivono gli incontri tra culture diverse oggi, ha approfondito la situazione occidentale contemporanea, che non può arroccarsi su appartenenze chiuse ma deve aprirsi alla integrazione.

Ieri, con la “veglia missionaria”, lo sguardo è andato al mondo fuori di noi dove – in terre lontane ma non tanto lontane da risultare remote – si muore per la testimonianza, o semplicemente per la vicinanza ai bisogni dei poveri, o dei “prossimi” comunque essi siano.

La formula scelta per la veglia è risultata nuova, e dava l’impressione – in chi la seguiva – di una Chiesa giovane, come quella che appare durante la “marcia della pace” annuale. Da quattro punti nodali della città si diramavano quattro cortei silenziosi, che meditavano su una delle stazioni della Via Crucis. Chi veniva da fuori-Lecco partiva dalla rotonda della Clinica Mangioni (luogo di dolore); chi veniva dai rioni orientali, dal Caleotto a Maggianico-Chiuso, si raccoglieva al Mercato della Piccola (luogo dell’incontro); i rioni alti, da Acquate-Olate a Rancio-Laorca, partivano dal Ferrhotel, sopra la stazione ferroviaria della città (luogo di condivisione); e ancora chi proveniva dal Centro (S. Nicolò, S. Stefano, e Castello, che accoglievano anche i provenienti da Ballabio) si trovavano al Sagrato della Basilica.

E il punto di arrivo era per tutti la Chiesa della Vittoria, nel nome stesso chiesa giovane, oltre che per la sua storia di appena un secolo di vita: “Vittoria” rimanda alla I^ Guerra Mondiale vittoriosa per l’Italia, ma per san Paolo e per la gente d’oggi richiama più un movimento giovanile, quasi sportivo nel dinamismo della fede operosa: “nelle gare corrono in molti ma uno solo ottiene il premio, correte dunque anche voi in modo da raggiungere la meta!” (dalla Prima Lettera ai Corinzi).

Ogni gruppo portava a capo-fila una croce di legno grezzo, con appeso un drappo del colore di un Continente: verde, rosso, giallo e nero. Anche questo richiamo ai Continenti rimandava – in modo spirituale e non banale – ad una specie di gara olimpionica (come indicano i cerchi che sono nel simbolo ufficiale delle Olimpiadi).

Nel rito vero e proprio si sono alternate preghiere e canti corali: guidavano la preghiera sacra due sacerdoti giovani, o almeno più giovani degli altri: padre Giorgio Ferrara (del PIME), e don Eusebio Stefanoni (della Vittoria); il coro era misto da varie provenienze cittadine (S. Nicolò, S. Giovanni, Maggianico) e alcuni canti erano interpretati dal Gruppo Mato Grosso. E’ il caso dell’inno di p. Daniele Badiali, dal titolo “I tuoi passi”: “un sentiero c’è, lo puoi percorrere, in cima ti fa giungere, questo cuore forte forte batte già”. Ancora un rimando allo sport, questa volta sport di montagna, tipicamente lecchese.

E poi – toccanti più che mai – le testimonianze che hanno illuminato le menti nella parte centrale del rito: quella diretta di un giovane prete salesiano (p. Mishel) di origine siriana, e quella indiretta (letta da Gerolamo Fazzini) sulla morte di Giulio Rocca, giovane valtellinese, amico di padre Daniele, dell’OMG (Operazione Mato Grosso). In entrambi i casi si richiamavano situazioni di guerra, di pericolo, di fede eroica per stare dalla parte dei deboli.

Un passo di una lettera di Giulio Rocca lascia di stucco, soprattutto se letto in una chiesa, durante un rito religioso di preghiera: “Bastardi occidentali che non siamo altro, che non sappiamo vedere oltre il nostro egoismo! Ci siamo riempiti la bocca di belle parole, e la mente di mille nozioni, solo per poter riconoscere negli altri (i non-occidentali) la loro ignoranza! Al diavolo noi, le nostre idee, le nostre macchine, la nostra perfezione, perfino quel <nostro> Signore che abbiamo usato per rendere povera l’altra gente”. Non è una bestemmia questa, ma giudizio storico di una mente lucida che giovanilmente sa “farsi prossimo” in terre lontane, con i fratelli in stato di bisogno, a dispetto del colonialismo passato e attuale.

Alla fine del rito, uno per volta, venivano portati 21 ceri all’altare per ricordare ventuno martiri moderni della fede, morti in terra cosiddetta “di missione” nell’annata 2017. Si va dall’America Latina all’Africa, alle Filippine, in una gara tra Continenti che tutti offrono occasioni di martirio, oggi forse più che in passato.

“Mi hai tenuto per mano”, recita il canto durante l’offerta dei ceri: i martiri sono testimoni di Cristo con la loro morte, e perciò – nell’ottica della fede autentica – fortunati perché scelti da Lui. “E’ degna di credito soprattutto la fede che rischia, quella che lotta contro le ingiustizie umane” (Pedro Casaldaliga, vescovo in Brasile), ben più di quella dei benpensanti occidentali.

Siamo pronti, con questi pensieri di fratellanza universale, per iniziare la Settimana Santa come vuole nostro Signore che si è speso per tutti, senza distinzioni di confine.

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

26 Settembre 1973 muore a Roma, dove era nata nel 1908, Anna Magnani,  prima interprete italiana nella storia degli Academy Awards a vincere il Premio Oscar (per il film La rosa tatuata) come migliore attrice.

Social

newTwitter newYouTube newFB