Bevera, 10 settembre 2017   |  
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L’Arcivescovo Delpini al Santuario di Bevera canta la vita che merita d’essere cantata

di Italo Allegri

Il neo Arcivescovo di Milano S.E. Mons. Mario Delpini, inizia il suo nuovo ministero episcopale nel Santuario di Santa Maria Nascente di Bevera domenica 10 settembre, in occasione della Festa Patronale. L’omelia un gioioso canto alla vita. Incontro con i tanti fedeli presenti.

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L’Arcivescovo della nostra diocesi S.E. Mons. Mario Delpini, inizia il suo ministero episcopale da un Santuario mariano diocesano: quello di Santa Maria Nascente di Bevera. Lo ha fatto domenica mattina 10 settembre presiedendo la solenne concelebrazione in occasione della Festa Patronale. Tanti i fedeli presenti che hanno riempito la navata centrale e i due transetti laterali. Nonostante la pioggia battente, ingresso processionale dalla porta principale fino ai piedi del presbiterio, dove il coro ha cantato i dodici kyrie eleison. Quindi i sacerdoti sono saliti all’altare disposti a semicerchio intorno alla mensa eucaristica, dominata del possente e sfarzoso dossale, dove è incastonato il quadro della Beata Vergine Maria qui venerate.

Interno suggestivo nel gioco di luci, decorazioni in gesso, marmi e pareti affrescate, dominate dai sei quadri che fissano i momenti più significativi della vita della Beata Vergine Maria.

Il neo parroco di Bevera don Marco Tagliabue rivolge il saluto all’Arcivescovo: «Siamo contenti di accoglierti in questo nostro giorno di Festa. E’ la prima Messa che celebri da Arcivescovo presso la Comunità Parrocchiale Pastorale. Qualche tempo fa appena era stato pronunciato il tuo nome, avevi detto che Mario non è un gran che come nome, come Arcivescovo di Milano. Ma in questi giorni nel clima dei santuari mariani, e soprattutto in questa festa di inizio della storia della Beata Vergine, ma anche del tuo ministero, il tuo nome è quindi come un po’ riscattato, perché in qualche modo il tuo nome è associato a quello di Maria. Non preoccuparti perché rimane un nome umile, piccolo, ma rimane un nome ricco di gioia: è la gioia del Vangelo che si trasmette con la grazia di Dio». Concelebranti: don Virginio Riva, don Ambrogio Ratti, padre Enrico Redaelli, don Marco Bassani, padre Antonello Rossi.

Presenti alla celebrazione i sindaci dei paesi in cui è frazionato il territorio di Bevera: Mario Tentori di Barzago, Aldo Riva di Castello Brianza e Davide Maggioni di Sirtori, accompagnati dai rappresentanti delle rispettive amministrazioni.

Il commento alle letture evangeliche di S.E. Mons. Mario Delpini è stato una deliziosa quando gradita sorpresa per tutti: un linguaggio piano e semplice, ma di una liricità così elevata, ricco di spunti di riflessione così profondi, che riteniamo opportuno, in deroga a qualsiasi sintesi, riportare per esteso il testo, non rivisto dall’omileta. Inoltre si pone all’inizio del suo episcopato come Arcivescovo e dunque segna l’inizio di una cammino.

«Io canto l’inno alla vita. Io canto oggi l’alba, canto il principio, la nascita della Vergine Maria. Canto l’incanto dell’incontaminato, del limpido sbocciare della promessa. Canto Maria che nasce, l’apparire della piena di grazia. E perciò in questa occasione ricordando, celebrando la Natività di Maria, il venire alla vita della Vergine Madre, io canto la vita, perché merita di essere cantata. Perché la vita è l’intenzione di Dio. Perché la vita è l’opera dello Spirito come dice san Paolo: lo Spirito tende alla vita e alla pace, abbiamo ascoltato.

Dunque io canto l’inno alla vita, mentre tutto intorno mi sembra di raccogliere piuttosto voci di lamento, sospiri di scontento, persino imprecazioni di ribellione: come se la vita fosse qualcosa di cui lamentarsi, tu devi pure ringraziare. Come se la vita fosse un peso da portare, piuttosto che una grazia per cui danzare. Io canto alla vita, ma sembra che in molte parti oggi si usi lamentarsi della vita. E sentire questa vita precaria e faticosa come semplicemente un andare verso la morte. Ecco la mentalità del nostro tempo, sembra insinuare in tutti noi la persuasione che noi siamo dei condannati a morte.

Io invece canto l’inno alla vita perché, come san Paolo ci ha ricordato nella lettura che abbiamo ascoltato, io proclamo che siamo destinati non alla morte, ma alla vita eterna e felice. Io canto perché possiamo confidare nelle promesse del Dio della vita, possiamo lasciarci condurre dallo Spirito che tende alla vita e siamo soltanto all’inizio: siamo a un inizio pieno di promesse. Siamo all’inizio quando celebriamo la Natività di Maria e siamo all’inizio del ministero di don Marco in mezzo a voi e siamo all’inizio anche del mio ministero nel servire la Chiesa di Milano. Perciò oggi voglio, io voglio cantare questo inno alla vita e invitarvi a cantare.

E canto l’inno alla vita, canto la bellezza, l’altezza, la chiarezza di essere persone umane: di essere uomini, di essere donne, persone chiamate a libertà. Io canto Maria la giovane donna di Nazareth, la piena di grazia, perché la vita non è uno spettacolo da contemplare, una specie di gioiello intoccabile, nel quale si deve avere come una ossessione di conservazione, tanto che oggi c’è anche una mentalità che dice: come sarebbe bello il mondo se gli uomini non lo rovinassero, e si insinua l’idea che la vita umana sia quasi un danno per la terra, per la natura.

Ecco io invece come in tutta la tradizione cristiana canto l’inno alla vita: proprio alla vita umana, perché gli uomini, le donne che abitano sulla terra sono la ragione, il significato di tutto ciò che esiste. Perciò cantando a Maria che nasce, canto una persona viva, una persona fatta di storia e di fede, di lutti e di paure, di domande e di canto, fatta di affetti e di progetti. Canto l’inno alla vita. Questa vita fatta di persone libere, che devono scegliere, assumere responsabilità, intraprendere un cammino e portare a compimento la loro vocazione.

Ecco cosa ci insegna a cantare san Paolo scrivendo ai Romani, dice: lo Spirito tende a ciò che è spirituale; e io canto questo tendere verso, che riempie i giorni delle persone, talvolta giorni di festa, talvolta giorni di fatiche dolorose, talvolta giorni di ferite, e talvolta giorni di prodigiose rivelazioni: ma è così là dove si impegna la propria libertà, là dove si assumono le responsabilità. Ecco canto alla vita e alla libertà dello Spirito. Canto a questo gusto di scegliere, di decidere, di impegnarsi, mentre tutt’intorno mi sembra di vedere qualche volta una specie di desolazione, della rassegnazione; mi sembra di percepire la tristezza di persone che si sentono predestinate alla sconfitta, che si sentono vittime del destino, che si sentono come imprigionate nella schiavitù del vizio, o nella noia della mediocrità, o nell’insignificanza del loro destino. Ecco persone che si sentono scoraggiate, perché dicono: ma io cosa posso fare in questo mondo, cosa conto, che ruolo ho; non conto niente, non sono considerato da nessuno, non posso cambiar nulla, perché le forze dell’inerzia, della mediocrità, della banalità sono così soverchianti che il mio destino più un po’ di bene, più un po’ di poesia, più un po’ di amore, sembra più una ingenuità che una vocazione.

Ecco io oggi sono venuto qui a cantare la libertà di Maria che ha detto di sì e dicendo di sì, questa donna di Nazareth, di un paese sconosciuto, questa donna semplice ha avviato la storia dell’umanità, di ciascuno di noi dicendo di sì a quel Signore che lo chiama, in qualunque paese del mondo, in qualunque insignificanza del suo abitare, può cambiare la storia del mondo: almeno di quel piccolo mondo che è chiamato ad abitare. E dunque io voglio cantare l’inno a questa libertà di vivere, di scegliere, di decidere, di comprendere, che la nostra vita è una vocazione. Perciò canto l’inno alla vita e invito anche voi a cantare con me.

E canto l’inno alla vita e alla sua fecondità. Canto la vita che genera vita. Canto la vita che ama il futuro. Canto la vita che rispecchia i bambini. Canto Maria la madre di Gesù, per opera di Spirito. Canto dunque la maternità accolta come grazia e come responsabilità, come dice la prima lettura: con timore, in conoscenza e santa speranza. Canto la maternità che genera bambini e anche quella maternità che non genera fisicamente, ma che diffonde gioia di Vangelo e speranza di vita eterna per i fratelli e le sorelle. Canto alla vita che genera vita e canto la fecondità di chi non ha figli suoi e che si prende perciò cura dei figli degli altri, si prende cura del mondo e del suo futuro.

Ecco qui ci sono mamme e nonne che hanno dato vita ai lori figli, ai loro nipoti, ci sono persone consacrate che dicono: io non ho dato vita a nessuno dal punto di vista fisico, però ho dato speranza, ho dato ragioni per vivere a tutti quelli che mi hanno accolto e ascoltato.

Perciò io canto l’inno a questa fecondità della vita che è insieme fisica e spirituale, che è maternità in generare figli e maternità della speranza. Canto questi vita che genera vita, mentre tutt’intorno mi sembra di avvertire un groviglio di apprensioni e, qualche volta, mi sembra convinca a preferire essere sterili, convinca a trattenere per sé la vita invece che donarla; a trattenersi dal dono, a preferire accumulare ricchezze per sé piuttosto che affidarsi alla speranza, alla promessa, alla provvidenza.

Non so perché in Italia come dicono nascono così pochi bambini e non tocca a me dire cosa devono fare gli uomini e le donne di questo tempo, però certamente c’è un’idea di una sorta di paura, una sorta di preoccupazione eccessiva, che non impara a fidarsi e sente la responsabilità come un peso insostenibile e, in generale, vita come un rischio difficile da affrontare.

Ecco noi siamo qui a celebrare Maria che ha affrontato una maternità difficile, incomprensibile agli occhi dello stesso san Giuseppe, eppure ecco ha detto di sì, perché si è fidata di Dio, che vorremmo essere capaci di diffondere questa speranza di cantare questa vita che genera vita, di permettere a tutti di rendersi conto che è bello dare vita, dare la propria vita per gli altri, curarsi dei propri figli e dei figli degli altri e costruire un mondo ospitale, dove i bambini sono festeggiati e dove ogni giovane che cresce e si impegna è accolto, incoraggiato come una promessa. Ecco io canto alla vita che genera vita. Perciò oggi celebriamo con voi la festa perché voglio condividere con voi il canto a Maria, il canto alla potenza dello Spirito che tende alla vita e alla pace e che vince la carne, vince le opere morte, che vince le paure le ossessioni. Ecco io canto la vita che merita d’essere cantata, canto alla vita che genera vita, canto alla vita che genera la libertà, io canto a Maria, canto alla vita e vi invito a cantare con me».

Prima di impartire la benedizione l’Arcivescovo si è rivolto all’assemblea con queste parole: «E’ la prima Messa che celebro come Arcivescovo in una comunità pastorale, in una comunità parrocchiale, in un santuario dedicato alla Madonna, così venerato in questo territorio, quindi sono un po’ emozionato e invoco una grazia speciale nella prima Messa. Ma se c’è una grazia speciale vorrei darvela tutta, vorrei che voi poteste tornare a casa portando la benedizione del Signore con questa persuasione: che sempre ci deve aiutare; la mia vita è benedetta dal Signore e quando nei giorni più bui le cose sembrano andare male mi dico: posso farcela, perché la mia vita è benedetta dal Padre per questo invoco per tutti voi che siete qui, per le vostre famiglie, le vostre comunità, la benedizione del Signore».

Al termine della Messa foto di rito con i sacerdoti concelebranti, con i chierichetti, con i sindaci e gli amministratori. Quindi l’Arcivescovo si è concesso all’incontro con la gente prima in chiesa poi sotto il tendone ristorante, dove ha condiviso il conviviale con i sacerdoti presenti, ha incontrato le persone prestandosi a numerosi selfie, soprattutto con i giovani.

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