Barzago, 02 settembre 2019   |  

L’affettuoso e commosso saluto della comunità a Don Marco Tagliabue

di Italo Allegri

Sabato 31 agosto, la comunità pastorale Maria Regina degli Apostoli ha salutato il parroco don Marco Tagliabue, nel corso della solenne Messa vespertina. Caloroso, affettuoso e prolungato l’applauso alla fine della celebrazione.

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C’è un afflusso di gente inconsueto alla Messa vespertina delle ore 18.00 a Barzago sabato 31 agosto. L’occasione però è importante, perché celebra il parroco della comunità pastorale Maria Regina degli Apostoli – che aggrega le parrocchie di Barzago, Bulciago e Bevera – don Marco Tagliabue, destinato ad altro incarico nei primi giorni del mese di luglio, dopo due anni di permanenza. È il suo saluto e tanti parrocchiani hanno voluto condividerlo con lui per dimostrargli concretamente l’affetto e la stima nei suoi confronti. Presente il coro della parrocchia per accompagnare degnamente la solenne concelebrazione con il confratello don Virginio Riva, sacerdote vicario residente nella parrocchia di Bulciago.

La commozione iniziale si stempera subito dopo le prime parole pronunciate da don Marco nell’introdurre la celebrazione: «Devo dire che ero molto emozionato nel preparare questa Messa. Pensate sono tre anni almeno che non avevo scritto una predica. Le preparo sempre prima. Ma da scriverle sono tre anni che non lo faccio. Sono arrivato a scrivere, perché mi sentivo commosso in mezzo anche a tante persone. Però vi devo assicurare che entrando in chiesa, sentendo il canto, vedendo i vostri volti, già mi sento contento di celebrare questa Messa in tono di grande familiarità».

All’omelia però don Marco rimette in tasca il testo preconfezionato della predica e parla a braccio confidandosi.

«Sono pieno di cose da dire, ma immagino quante domande, anche quanti pettegolezzi in questi mesi. E mi dicevo: non è il momento dell’omelia quello di dare risposte, anche perché risposte non ne abbiamo. C’è stato sì questa mattina il fatto di aver sentito: “si, c’è stata una ingiustizia, c’è qualche cosa per cui dobbiamo dire abbiamo sbagliato”. Quindi questa cosa per me è stata di molto sollievo».

E parla in modo molto confidenziale con l’assemblea che ascolta attenta.

«Sapete, io mi sono sentito veramente parroco delle tre parrocchie proprio quando vi ho lasciato il 4 luglio. Perché non so quale sia l’immaginario collettivo di uno che diventa parroco. Uno in genere pensa che sa già tutto. Ma quando diventa parroco di tre parrocchie ha una marea di cose a cui non solo deve provvedere, ma cosa vuole dire con la propria vita. E tu devi conciliare queste cose. Il fatto di essere pastore, quindi cercare in qualche modo di arrivare a creare un dialogo spirituale con tante persone. Poi diverse parrocchie anche vaste. Devi essere evangelizzatore: la tua presenza, la tua testimonianza deve parlare di Gesù. E sei preso da tante cose. Oggi la critica che si fa ai parroci è di dire: con tante cose da fare dov’è che vanno i preti! Io ho tirato fuori da quel diapason il tema dell’educazione. Poi oggi nel tempo che cambia, uno deve essere anche un po’ profetico: quel tantino di sale che il Signore stesso ci dice di essere. Non accomodanti. Ma con quella profezia di chi guarda avanti. E anche questa non è una cosa scontata. Tanto più nelle nostre comunità cristiane, che non hanno tantissime famiglie giovani o tanti giovani in oratorio, ma piuttosto una presenza di persone di media o alta età e quindi hanno una tradizione che piuttosto ricorda i bei tempi addietro: devi essere profeta, guardare in avanti, tu e gli altri.

Poi devi badare all’amministrazione e cercare di entrare nelle abitudini. Bisogna obbedire alla gente. Bisogna stare attenti perché si è sempre fatto così, o comunque su quello che sono le esigenze della gente del posto. Sono veramente tante le cose. E naturalmente quando uno arriva calcola: la differenza che c’è tra la parrocchia in cui arrivi con quella che hai lasciato, cominci a vedere il tuo temperamento, i tuoi carismi e i tuoi limiti. E sicuramente non esiste la parrocchia perfetta. E qui è vera anche la curiosità che credo faccia ogni prete, che non si è scelto la parrocchia come un marito sceglie la moglie, che uno dice: ma era proprio questa la parrocchia adatta a me con dentro tante cose?

Ecco io vi dico che mi sono sentito parroco precisamente il giorno dopo di quel fatidico 4 luglio. Perché ho detto guarda: quello l’ho fatto, adesso arriva a compimento! Questo per dirvi che quella gioia di cui vi parlavo, del “grazie” che vi dicevo nel 25° anniversario di ordinazione sacerdotale era sincero».

Terminata la premessa don Marco entra nel commento delle letture prendendo spunto dalla figura di Giovanni Battista, che per non accettare alcun compromesso «ha perso la testa per Gesù».

Di fronte alle ingiustizie e agli scandali del suo tempo invece, Isaia riceve da Dio il comando di denunciarli sulla carta, perché «carta canta». E don Marco afferma: «e a proposito, per chi vuole questa carta che canta, agli atti del Consiglio pastorale del 4 luglio, chi li legge trova la carta che canta!». Dio si arrabbia nei confronti del popolo ribelle e bugiardo, di chi vuole togliere la speranzai ai giovani. Quindi don Marco si rivolge direttamente alle giovani generazioni: «Attenzione ragazzi a chi vi dice di non avere ideali troppo alti nella vita. Dio si arrabbia contro quelle persone che dicono: cercate di non avere troppe visioni nella vita, dovete cercare di obbedire e basta, di stare alla situazione, vivete alla giornata». Poi Dio cambia subito atteggiamento però e dice che «nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza».

Atteggiamento che aiuta a meglio comprendere San Paolo, il quale scrive: «Carissimi cristiani, se siete cristiani veri, autentici, dovete essere dei profeti, dare testimonianza, altrimenti siete come l’acqua: annacquate tutto; la testimonianza vi porta alla tribolazione, produce forza, la pazienza, una virtù provata, e la speranza». Di fronte alla tribolazione e all’ingiustizia Dio va oltre. Allora «io dico che nella vita dei cristiani, dei giovani, degli adulti, tutti dobbiamo fare la nostra parte cristiana, ma non dobbiamo mai avere paura della tribolazione e al di là delle cose che si fanno o che non si fanno, che conta è la testimonianza che dai». Perciò «questi due anni non vanno messi tra parentesi come un momento da dimenticare; Giovanni Battista non è stato dimenticato, ma è lì per dire: guardate avanti».

E si guarda al futuro: «Ci sono delle generazioni intermedie che forse pagano lo scotto di quanto si è fatto prima in una certa linea: poi c’è tutto il bene. Però c’è qualche cosa che va purificato nella società di oggi, nella Chiesa come nello Stato, come in tutte le aggregazioni umane di questo periodo. C’è qualcosa da battezzare coll’acqua del Giordano. Però questo serve per guardare in avanti con più speranza con gli occhi aperti e con una determinazione in ciò che conta di più. Non più per rincorrere cose vecchie, non più per ricadere in errori vecchi, forse adesso occorre guardare avanti».

Don Marco riprende quanto affermato nella celebrazione del suo giubileo sacerdotale: «Ecco è vero quello che ho detto al 25° di ordinazione: io sono contento di fare il prete, perché penso che se tu incarni con il tuo carattere e le tue fragilità un ideale grande, puoi essere profeta, pastore, dare da mangiare ai poveri di oggi gli ideali più grandi che sono quelli del Vangelo. Se tu risvegli nel cuore delle persone la sete di Dio che grida sempre dentro di noi, tu sei davvero un missionario dalle speranze. Vorrei in questo incoraggiarci tutti nel cammino: i ragazzi, i giovani, gli adulti, il Consiglio pastorale che collabora in parrocchia, perché sappiamo davvero guardare al futuro con fiducia, con speranza. Sarò contento di sentire cosa verrà fuori da questa comunità pastorale, che comunque è rimasta unita, e sarò contento, appunto, di sapere cosa succede ai giovani, agli adulti, agli anziani, proprio perché la parola di Dio se noi la leggiamo con luce sicuramente è grande. Buon cammino a tutti».

A conclusione della celebrazione il saluto e il grazie della comunità espresso dal vicario don Virginio: «La nostra comunità ha partecipato a questa celebrazione eucaristica con grande commozione e con grande fede. Noi rivolgiamo il nostro più cordiale saluto a don Marco. Lo ringraziamo della sua presenza tra noi per due anni. Pochi, ma sono gli anni stessi del ministero pubblico di Gesù. Gesù ha iniziato il suo ministero dopo ave compiuto il primo segno a Cana di Galilea proprio vicino alla Pasqua. Pochi anni ma intensi. Nulla mette in dubbio l’intensità del ministero di Gesù. Sappiano che non è il numero degli anni che contano. Lo dice anche il libro della sapienza. Sono stati anni intensi don Marco, in cui mi ricordo in particolare che hai manifestato il tuo amore per il Vangelo per Cristo. E sono molti i segni che tu lasci nella comunità. Una segreteria ben organizzata, il Punto di accoglienza a Bevera: un’oasi di spiritualità. Una attenzione amorevole per i diversamente abili: quanta tenerezza, quanto amore, quanta attenzione. E io mi sento onorato del tuo affetto, del tuo grande rispetto per questo esprimo un sincero ringraziamento e non dimentichiamo di pregare per accompagnarti nel tuo cammino sacerdotale importante. Il sacerdote ha tra le mani quello che è il centro della vita: l’Eucaristia; e il Signore ha dato anche l’autorità di perdonare. Sono i doni di cui ha bisogno la società, ha bisogno il mondo. Don Marco le mie forze diventano sempre più deboli, io mi auguro di trovare dei sacerdoti che abbiano nei miei riguardi quella delicatezza e quell’affetto che hai avuto per me in questi anni».

Al termine un caloroso, affettuoso, commosso e prolungato applauso per don Marco che, dopo la benedizione, si è intrattenuto a lungo con numerose persone che hanno voluto salutarlo personalmente.

 

 

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