Lecco, 08 maggio 2020   |  
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Editoriale - La libertà? Un valore esclusivo dell'Occidente

di Alberto Comuzzi

Nella competizione tra Pechino e Washington non c'è in gioco solo l'economia, ma un modo di concepire e vivere la vita.

LIBERTmages

Statua della Libertò a Ellis Island (New York, Stati Uniti)

I Governi di Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Francia ritengono la Cina responsabile della pandemia. Non ci sono dubbi che il virus letale (3,53 milioni di contagiati e oltre 250.000 morti nel mondo occidentale) sia uscito da un laboratorio di Wuhan il 2 Novembre 2019, come ha spiegato Paolo Liguori dagli schermi di Rete 4 (suffragato da diverse autorevoli testimonianze).

I vertici del Partito comunista cinese erano al corrente di ciò che stava accadendo, ma hanno prima taciuto e poi premuto sull'Organizzazione mondiale della sanità perché non lanciasse l'allarme.

A dicembre 2019 il Governo cinese, ben consapevole del pericolo e delle conseguenze della pandemia, aveva cominciato a fare incetta di dispositivi di sicurezza che ha poi provveduto a rivendere ai Paesi colpiti dal virus. Xi Jinping, segretario del Partito comunista dal novembre 2012, governa un Paese di un miliardo e 400.000 persone (un quinto della popolazione mondiale) con mano ferma e, come tutti i dittatori, prosegue la politica espansionistica che è nel Dna di ogni totalitarismo.

Per supportare le proprie ambizioni egemoniche i vertici del comunismo cinese hanno perfezionato un formidabile sistema economico-finanziario basato sullo sfruttamento incondizionato del lavoro. L'odierna Cina è il più felice connubio mai esistito tra il puro capitalismo e il partito totalitario. Quella dignità del lavoro che Papa Francesco ha ricordato nell'omelia dello scorso 1 Maggio (e sulla quale spesso torna), dalle Autorità di Pechino non è ignorata semplicemente perché, per loro, non esiste.

È dal 1963, tre anni dopo l'esplosione della polemica cino-sovietica che porterà alla rottura tra i due Stati, che Pechino lavora per abbattere "l'imperialismo statunitense" proponendosi come modello per i popoli oppressi. L'espansione cinese nel mondo e particolarmente in Africa è surrettiziamente motivata da tale supposto principio.

Di fatto la volontà egemonica dei vertici di Pechino è già palesemente espressa nei confronti di quella parte di popolo (1 miliardo di persone) che ancora non beneficia di quel benessere di cui già gode la fedele nomenclatura dell'apparato burocratico statuale su cui si fonda la Repubblica democratica cinese.

Per chi non l'avesse ancora capito in gioco non ci sono due semplici modelli di sviluppo economico che tendono al primato e quindi alla leadership mondiale, quello cinese e quello statunitense, Xi Jinping e Trump. Qui non vale il consiglio “Franza o Spagna, purché se magna" che sarebbe stato dato più di 400 anni fa ai suoi concittadini dal fiorentino Francesco Guicciardini (1483 -1540). Qui la posta è ben più alta perché in gioco c'è la libertà; sissignori, la libertà.

Qui la "via della seta" che tanto sta a cuore ai pentastellati nostrani è l'attualizzazione di quello schema già usato in passato di penetrare nel cuore del Vecchio Continente attraverso "il ventre molle", il nostro Paese.

Qui non si tratta di fare i furbetti: l'Italia è amica di tutti, cinesi e americani. Qui si tratta di capire che la libertà, quella che ogni anno viene celebrata il 25 Aprile, non è un po' di qua e un po' di là. La libertà è nei sistemi democratici che l'Occidente ha saputo darsi e di cui l'America – oggi di Trump, domani di un qualsiasi altro presidente – è orgogliosamente la principale custode.

Quanto poi al “Franza o Spagna, purché se magna" sarebbe utile che il nostro Ministro degli Esteri consultasse qualche carta del suo Ministero, suffragata dai dati Istat (vedi sotto alcune voci di import ed export). Scoprirebbe così che il saldo commerciale dell’Italia con la Cina è negativo dal 1991 e che «nei primi otto mesi del 2019 è risultato pari a -12,7 miliardi di euro.

Nel 2018, a fronte di importazioni per 31,5 miliardi di euro abbiamo esportato per circa 13 miliardi. Si tratta del deficit commerciale più ampio in assoluto per l’Italia, addirittura il doppio di quello registrato con la Germania.

A inizio 2019 la China State Administration of Foreign Exchange aveva in portafoglio azioni superiori al 2% in dieci delle maggiori imprese quotate italiane, attive nei comparti bancario, assicurativo, dell’energia e della produzione di autoveicoli, cavi e sistemi. In Cina risultano attive 1.061 imprese affiliate di multinazionali italiane (il 10% del totale delle affiliate italiane all’estero), che nel complesso impiegano 130.700 addetti e realizzano il 4,5% del fatturato all’estero, un valore doppio rispetto al 2010.

Inoltre, con 507 imprese, la Cina è la terza meta preferita per le aziende manifatturiere italiane che delocalizzano (al primo posto c’è la Romania, al secondo gli Stati Uniti)». I tanto vituperati Yenkee, gli "imperialisti americani", nel 2018 hanno acquistato da aziende italiane prodotti per 42,4 miliardi di euro registrando un aumento del 5% rispetto al 2017.

Il nostro saldo commerciale con gli Usa si conferma positivo, attestandosi su 26,5 miliardi di euro. È di qualche giorno fa la notizia che l' "impresentabile" Trump (come spesso è definito dalla "grande stampa" italiana) ha firmato un contratto da 5,58 miliardi di dollari per la costruzione di una decina di navi che verranno realizzate da Fincantieri Marine Group nello stabilimento Marinette Marine, nel Wisconsin.

Una scelta che conferma il desiderio dell'Amministrazione statunitense di rafforzare i vincoli industriali ed economico-politici con il nostro Paese. Sia chiaro: la Cina fa i suoi affari. Semmai il problema sono quegli imprenditori italiani che, sfruttando la manodopera a basso costo (quante esortazioni papali cadute nel vuoto...), producono beni in Cina, ma poi vengono nel nostro Paese a venderli.

Eh, no, troppo comodo. Se il sistema imprenditoriale italiano ha saputo creare oltre 130.000 posti di lavoro in Cina, sottraendoli all'Italia, sia coerente e venda l'intera propria produzione in Cina. Altrimenti su quei beni che intende piazzare nel nostro Paese, lo Stato applichi una pesante tassa d'importazione e vedremo se molti non torneranno a sentirsi patrioti "innamorati del proprio Paese".

Ammoniva Niccolò Machiavelli (1469 -1527): «L'uomo dimentica la morte del padre, non la perdita del patrimonio». Ecco con i materialisti occorrono metodi materialisti. Toccandoli in ciò che hanno più caro, il portafoglio, molti diventano altruisti, persino saggi.

download pdf Alcune voci sulle esportazioni ed importazioni dell'Italia con Cina e Stati Uniti

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