Lecco, 25 gennaio 2019   |  

Editoriale - La Chiesa, i giornalisti e il valore della verità

di Alberto Comuzzi

Nella giornata dedicata al ricordo di San Francesco di Sales, patrono degli informatori e scrittori cattolici, risuona la sferzante opinione di Mark Twain: «il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso».

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San Francesco di Sales (1567-1622)

Tra il 24 e 26 Gennaio molte Chiese italiane celebrano la memoria di San Francesco di Sales (Thorens, Savoia, 21 agosto 1567 - Lione, Francia, 28 dicembre 1622), il vescovo di Ginevra proclamato da Pio XI, il 26 Gennaio 1923, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina» (Enciclica “Rerum omnium”).

Anche Paolo VI, al termine del Concilio vaticano II, ripropose il Vescovo di Ginevra come modello dei giornalisti cattolici, oltre che per la sua profonda cultura teologica, per avere escogitato, in una terra calvinista profondamente ostile al cattolicesimo, un ingegnoso sistema di diffusione del Vangelo: l'affissione nei luoghi pubblici di “manifesti”, composti in uno stile agile ed efficace, perché potessero essere immediatamente assimilati dal lettore.

La data del 24 Gennaio è stata scelta dalla Chiesa perché è il giorno della memoria liturgica del Santo (fatta cadere in occasione della sua deposizione ad Annecy).

A ricordare il patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici oggi sono quasi sempre i Vescovi che, nelle loro diocesi, invitano coloro che operano nel mondo della comunicazione ad un momento di riflessione sul loro lavoro.

Fin dal 1936, con l'enciclica “Vigilanti cura” di Pio XI, la Chiesa ha mostrato grande attenzione agli strumenti della comunicazione sociale. Del 1957 è l'altra enciclica “Miranda prorsus” di Pio XII, e sei anni dopo, del 1963, è il decreto conciliare “Inter mirifica”, seguito, nel 1971, da quell'esortazione pastorale, “Communio et progressio”, che è una vera e propria pietra miliare per quei giornalisti impegnati a produrre un'informazione cristianamente ispirata.

La ragione di tanto interesse (e preoccupazione) dei Pastori verso “chi fa informazione” s'intuisce facilmente: nella divulgazione delle notizie c'è sempre un aspetto pedagogico che può diventare devastante per chi le riceve, se offerto in modo scorretto. Piaccia o non piaccia, i media tradizionali (tv, radio e giornali), seppure insidiati dai social network, hanno ancora un'enorme capacità d'influenzare l'opinione pubblica. Il punto sta proprio qui: se, da un lato, la Chiesa promuove, con i mezzi che ha e dove può, l'educazione alla fruizione dei messaggi, da un altro, non si sottrae al compito di esortare coloro che maneggiano i messaggi ad essere onesti e veritieri.

In occasione della festa di San Francesco di Sales il discorso dei Vescovi ai giornalisti, fatalmente, finisce lì: siate cultori della verità. Chi è del mestiere sa che il mondo del giornalismo è perennemente insidiato da corsari che tendono, non a dare, ma a plasmare le notizie. Le fake news (le notizie false), di cui tutti oggi parlano, sono la forma moderna di quella disinformazione praticata fin dagli anni della guerra fredda. Sosteneva Mark Twain che «il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso».

Battute a parte la verità di una notizia, riscontrata con prove oggettive, è la base dell'autentico giornalismo che offre al lettore quel potere di discernimento di cui spesso parlava il cardinale Carlo Maria Martini.

Proprio a lui, insigne biblista, si deve una lezione magistrale sul valore della verità, tenuta all'Università Cattolica ad un folto pubblico di giornalisti. Ricordando la vicenda di Giuseppe venduto come schiavo dai fratelli ad alcuni carovanieri diretti in Egitto (Genesi 37, 12-36), il Cardinale precisò che quando si diffonde una menzogna, per sostenerla, occorre poi costruirne altre avviluppandosi così in una spirale di bugie su bugie.

In effetti, i fratelli, per giustificare al padre la scomparsa di Giuseppe, furono costretti a costruire prove non vere come quella d'imbrattare la sua tunica con il sangue di un capretto dimostrando, in tal modo, che il poveretto era stato sbranato da un animale feroce. Insomma una tesi non vera ha bisogno di prove altrettanto non vere per risultare credibile. Risultato: a falsità si aggiungono altre falsità.

Il fatto che a richiamare il valore della verità, anche quella con la “v” minuscola, siano soprattutto uomini di Chiesa dovrebbe far pensare; e non solo i giornalisti cattolici o sedicenti tali.

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