Lecco, 14 settembre 2020   |  

Inammissibile la prova del trasporto Intraue se non coerente con la prassi

di a cura dello studio Qualitas Commercialisti Associati

L’Agenzia delle Entrate, con la risposta ad interpello n. 305 del 3 settembre 2020, è tornata a pronunciarsi in tema di prova del trasferimento dei beni oggetto di cessione intra-Ue, ai fini della verifica della sussistenza delle condizioni poste dall’art. 41 del DL 331/93 per l’applicazione del regime di non imponibilità.

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Si ricorda che la materia è stata di recente innovata dal legislatore unionale con l’introduzione dell’art. 45-bis del Regolamento Ue 282/2011, efficace a partire dal 1° gennaio 2020, affinché gli operatori economici e le Amministrazioni finanziarie possano basarsi su regole armonizzate e semplificate che limitino i disallineamenti interpretativi tra Stati membri e arginino il verificarsi di fenomeni distorsivi ed il proliferare delle frodi.

Il quesito oggetto di istanza di interpello si riferisce ad una società, operante nel settore della grande distribuzione organizzata (GDO) per la vendita al dettaglio di prodotti non-food, che mediante i propri punti vendita situati in prossimità dei confini nazionali effettua cessioni intra-Ue di beni, nei confronti di soggetti passivi IVA in altri Stati membri, con clausola “franco fabbrica” (o “EXW”). In particolare, la società ha inteso riferirsi alle operazioni di valore contenuto (circa 2.000 euro), regolato anche mediante sistemi di pagamento non tracciabili (denaro contante nei limiti di legge), chiedendo se fossero ammissibili mezzi di prova alternativi a quelli previsti dal citato art. 45-bis.

L’istante ha proposto due soluzioni alternative. La prima di queste prevede l’emissione di una fattura di vendita in regime di non imponibilità ex art. 41 del DL 331/93, in considerazione del fatto che la prova sia fornita mediante un insieme di documenti composti da: una dichiarazione sostitutiva di atto notorio rilasciata dal cessionario Ue al momento della presa in carico delle merci in territorio italiano, mediante la quale dichiara di essere soggetto passivo IVA nello Stato membro di destinazione dei beni e di essere in grado di trasportare con mezzi propri detti beni fino alla destinazione finale (da specificare puntualmente); gli elenchi INTRASTAT; la documentazione bancaria attestante il pagamento, se disponibile (da intendersi nei casi in cui il pagamento sia avvenuto mediante mezzi tracciabili).

In alternativa, l’istante propone di procedere inizialmente con l’emissione di una fattura imponibile. Successivamente, ottenuta dal cessionario una dichiarazione scritta che confermi l’arrivo dei beni nello Stato Ue di destinazione (specificando data e luogo di arrivo delle merci ed estremi delle fatture imponibili alle stesse riferibili), la società della GDO provvederebbe ad emettere nota di credito, ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72, per la base imponibile e la relativa imposta, e nuova fattura, questa volta in regime di non imponibilità ex art. 41 DL 331/93, avendo ricevuto prova del verificarsi della condizione del trasporto.

Questa seconda alternativa avrebbe il pregio di evitare che il cedente italiano possa restare inciso del tributo qualora il cessionario Ue non fornisca la citata dichiarazione.

L’Agenzia delle Entrate ha ritenuto entrambe le alternative contrarie alle disposizioni normative.

La motivazione tuttavia non risiede nel fatto che le soluzioni proposte non siano in linea con le previsioni dell’art. 45-bis del Regolamento Ue. Invero, come risulta dalle Note esplicative della Commissione Ue “soluzioni rapide 2020”, pubblicate nel dicembre 2019, l’art. 45-bis non preclude che gli Stati membri possano applicare norme o prassi nazionali ulteriori nella materia di cui trattasi “eventualmente più flessibili” rispetto alla norma unionale.

Ponendosi nel medesimo solco, si era già pronunciata la stessa Agenzia, con la circ. n. 12/2020, conclusivamente ritenendo che “in tutti i casi in cui non si renda applicabile la presunzione di cui all’articolo 45-bis, possa continuare a trovare applicazione la prassi nazionale, anche adottata prima dell’entrata in vigore del medesimo articolo in tema di prova del trasporto intracomunitario dei beni”. Posizione confermata anche nella risposta in commento.

Nello specifico le alternative proposte dall’istante non sono ammissibili poiché non coerenti con le indicazioni di prassi e non sufficienti a fornire evidenza dell’avvenuto trasferimento dei beni dall’Italia ad altro Stato membro.

In aggiunta a quanto sopra riportato, la seconda soluzione non è condivisibile considerato che l’operazione si qualifica sin dall’origine come cessione intra-Ue di beni, che i requisiti di legge in astratto sussistono e che l’unica incertezza deriva dalla validità dei mezzi di prova relativi al trasferimento delle merci. Non vi sono dunque gli estremi neppure per emettere la nota di variazione in diminuzione.

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