Cassago Brianza, 08 settembre 2020   |  

In Raffaello Sanzio la divina bellezza dell’Arte

di Italo Allegri

Con la relazione della prof.ssa e storica dell’arte Irene Fava su Raffaello Sanzio, che ha delineato il pittore e l’uomo, si è conclusa sabato 5 settembre la XXX Settimana Agostiniana. La presente edizione ha registrato un notevole afflusso di pubblico in occasione di tutti gli incontri.

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L’ultimo incontro della XXX Settimana Agostiniana promossa dall’Associazione Storico Culturale Sant’Agostino di Cassago Brianza, articolata in quattro serate sul filo conduttore de “La divina bellezza dell’Arte”, ha messo a tema: “Raffaello, il pittore e l’uomo: quando la natura volle essere vinta dall’Arte”. Relatori la prof.ssa Irene Fava docente di storia dell’arte e il saggista Ivano Gobbato.

All’incontro, che si è svolto sabato 5 settembre nel Salone dell’Oratorio di Cassago Brianza, di fronte a un pubblico numeroso che ha occupato quasi tutti i posti a sedere disponibili, è intervenuta in video conferenza la prof.ssa Fava, perché nel piccolo paese in cui risiede è in atto un focolaio di coronavirus, quindi per motivi precauzionali gli organizzatori hanno preferito adottare questa modalità di tutela «sia per lei che per noi, con la quale sarà possibile comunque interloquire», ha spiegato il presidente dell’Associazione cassaghese prof. Luigi Beretta nel dare il benvenuto ai presenti.

Massimo Didoni invece ha spigato il motivo del coinvolgimento della prof.ssa, perché «quando abbiamo deciso di condurre le ricerche sul Cammino di Sant’Agostino in Val Polcevera, la professoressa ci ha fornito il suo prezioso contributo attraverso l’associazione Art-time, impegnata nel definire il Cammino di Liutprando da San Michele di Castrofino fino a Savignone, che rappresenta il primo luogo di sosta delle spoglie di Sant’Agostino nel trasferimento da Genova a Pavia».

È un autoritratto inconsueto quello scelto dalla prof.ssa Fava per presentare Raffaello Sanzio nella prima immagine, perché tra i tanti noti è quello che maggiormente rispecchia la realtà, essendo stato eseguito intorno al 1519, dunque alcuni mesi prima della morte avvenuta a Roma il 6 aprile 1520, quando l’artista aveva 36 anni: qui ora ha perso la sua fisionomia quasi femminea che lo ha caratterizzato. In questo periodo è nel pieno della sua attività artistica, prediletto da papa Leone X, tuttavia i lineamenti tradiscono una certa maturità ma, al tempo stesso, la stanchezza. Aveva ricevuto un numero considerevole di commissioni dal Papa, dalla corte pappale e dai nobili romani.

La morte dell’urbinate, aggettivo che indica il luogo di provenienza, coglie tutti di sorpresa per la giovane età, ma anche perché era una celebrità. I contemporanei l’attribuiscono a una malattia venerea, altri invece ad una salute cagionevole già da ragazzo e dall’affaticamento de lavoro che doveva coordinare.

Nella sua breve vita Raffaello ha prodotto moltissime opere autografe e altrettante numerose sono quelle attestate come sue. Aveva una grande capacità imprenditoriale diremmo noi oggi, quella di organizzare la bottega con tantissimi allievi, che svolgevano i lavori più umili fino al ruolo dei grandi collaboratori. Non avendo discendenti diretti nella settimana di malattia designa suoi eredi i due allievi più anziani, tra cui Giulio Romano, che dopo il sacco di Roma del 1527 diffonderà per tutta la penisola italiana e poi in Europa lo stile di Raffaello e quelli di Leonardo e Michelangelo.

I letterati contemporanei comprendono il genio di Raffaello e gli dedicano molte parole, sintetizzando la sua personalità nell’epigrafe sepolcrale: «Qui è quel Raffaello, dal quale la natura credette di essere vinta, quando era vivo, e di morire, quando egli moriva». Ecco quindi la scelta del sottotitolo spiega la relatrice: «Raffaello in vita aveva fama per essere quasi pari a Dio per la sua capacità mimetica di rappresentare la natura e in questo senso Pietro Bello rivendica queste due frasi: la natura teme di essere vinta da Raffaello quando era vivo e teme di essere estinta una volta morto lui. Sono parole molto forti ma esprimono anche un intento celebrativo».

La formazione artistica di Raffaello avviene, secondo la tradizione, presso la bottega del Perugino a Urbino, anche se non ci sono documenti che lo comprovano ma le analogie sono molte, come risulta dal confronto di due opere eseguite lo stesso anno: “Lo sposalizio della Vergine”, che sono profondamente diverse. Nella città natale lavora prevalentemente per la corte ducale, mentre a Firenze lavora per le varie famiglie cittadine.

Da questa prima esperienza formativa Raffaello eredita dal Perugino «l’attenzione ai colori, così brillanti che non troviamo in nessun altro artista del Rinascimento»; un’altra peculiarità dell’urbinate è quella di essere «riuscito a fondere in maniera armonica gli elementi linguistici di tanti artisti diversi: è stato un grande artista proprio per la sua capacità di operare una sintesi di tutte le cose più interessanti realizzate da altri artisti»; inoltre ha saputo instillare in ogni volto una prorompente carica espressiva.

Nel 1509 Raffaello raggiunge Roma, sede della corte papale, e papa Giulio II assegna a lui solo l’incarico di affrescare le stanze vaticane, licenziando tutti gli altri artisti: opere che si possono ammirare ancora oggi nel percorso museale. La prof.ssa Fava focalizza l’attenzione sulla stanza con la “Liberazione di Pietro” rappresentata con maestria dall’artista in tre episodi attraverso la sequenza temporale, che secondo gli esperti costituisce il primo notturno italiano. Quindi passa alla “Stanza della Segnatura” dove Raffello raffigura il “Vero”, il “Bene” e il “Bello” e come sia possibile raggiungere queste tre verità attraverso modi diversi, tra i quali la speculazione filosofica, nella conoscenza del pensiero di Platone, Aristotele e altri importanti personaggi.

Un altro merito da ascrivere a Raffaello è la realizzazione di un’opera letteraria che unisca la descrizione delle più importanti opere dell’antichità con il loro rilievo preciso attraverso il disegno: una sorta di indagine archeologica che costituisce una pietra miliare nella storia dei beni culturali, perché da quell’anno 1517 inizia la loro conservazione, manufatti che noi oggi possiamo ammirare custoditi nei musei vaticani.

Ultima opera presentata la straordinaria “Trasfigurazione di Cristo” distinta in due piani diversi, dove terra e cielo si fondono in una mirabile armonia di colori e significati.

Il saggista Ivano Gobbato invece pone l’accento su un’opera di Raffaello che noi oggi conosciamo come “La Fornarina”, custodita a Roma nel palazzo Barberini. Ritrae l’immagine di una giovane di cui si dice sia il ritratto di quella donna che Raffaello amava davvero. In verità lui era promesso sposo a una ricca nipote di un cardinale, ma ha sempre rinviato il matrimonio, perché la leggenda vuole che fosse innamorato di questa modella, che faceva la fornaia a Roma e a lei si sarebbe ispirato per alcune sue opere.

La vicenda è raccontata nel romanzo “Guardami negli occhi” dello scrittore Giovanni Montanaro edito nel 2017, dove l’autore indossa i panni di questa ragazza di cui sappiamo perfino il nome: Margherita Luti, amata da Raffaello a tal punto che non soltanto l’avrebbe ritratta nel quadro de “La Fornarina”, ma addirittura sposata secondo la finzione. Montanari si cala nella Roma di mezzo millennio fa e nel ruolo femminile per parlare con la voce affranta della donna. Il racconto tratta della “perdita”, così come fanno altri due autori nelle loro opere: “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke e “Diario di un dolore” di Clive Stephen Lewis, che rappresentano due argini tra i quali collocare l’opera Montanari.

Il romanzo di Montanari è una invenzione letteraria suffragata da alcuni indizi, ma dagli indizi alle prove ce ne corre! È essenzialmente la storia di un dolore e la leggenda del grande amore di Raffaello e la ragazza del ritratto.

Al termine della relazione, concluso il dibattito tra i presenti e i relatori, il presidente dell’Associazione Storico Culturale Sant’Agostino di Cassago Brianza prof. Luigi Beretta, ha consegnato al parroco come dono alla parrocchia, il quadro realizzato da suo padre Renato Beretta, valente pittore innamorato di Raffaello, che ha riprodotto la pala Baglioni.

Il bilancio della presente edizione della Settimana Agostiniana è stato più che positivo, perché ogni serata ha registrato una notevole partecipazione di uditori che hanno riempito il Salone dell’Oratorio. Un pubblico eterogeneo per età ed estrazione sociale, variabile ogni serata attratto dai diversi temi trattati, che ha seguito con vivo interesse e attenzione. Una esperienza indubbiamente positiva da ripetere nella impostazione nel prossimo futuro. Sorprende il numero anche perché le misure in atto di distanziamento sociale non hanno certo stimolato la partecipazione a causa del triage a cui ciascuno si doveva sottoporre, prima accedere alla sala con rilievo della temperatura e la compilazione dei moduli predisposti per la circostanza.

 

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