Lecco, 15 marzo 2018   |  

"Il welfare aziendale: i dubbi che non si espongono ai lavoratori"

Paolo Trezzi: oltre ad essere una tappa ulteriore nello smantellamento dello stato sociale, basta vedere da dove provengono i fondi che defiscalizzano il welfare e chi ci guadagna.

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Cara Resegoneonline

Si leggono fuochi d’artificio e nessuna critica, nemmeno un piccolo dubbio, sul modello di Welfare aziendale che sta prendendo sempre più piede, come dimostra la presentazione di quello annunciato ieri in pompa magna dall’API Lecco per le sue centinaia di aziende associate.

Eppure soprattutto i lavoratori almeno qualche dubbio dovrebbero porselo. Purtroppo, come per la previdenza integrativa, non supportati dai sindacati.

Per welfare aziendale si intende quell’insieme di servizi che l’azienda offre ai propri dipendenti teoricamente “in aggiunta” o, a volte, in sostituzione del pagamento monetario del premio di produzione e salario.

La forza di questo continuo avanzamento è dovuta alla Legge finanziaria del 2016 che ne ha incentivato la crescita, come? (A prima vista) il Governo defiscalizza, il lavoratore incassa, l’azienda concede. In realtà oltre ad essere una tappa ulteriore nello smantellamento dello stato sociale, basta vedere da dove provengono i fondi che defiscalizzano il welfare e chi ci guadagna, davvero. Il danno è pure una beffa

Il governo Renzi ha eliminato infatti tutte le tasse previste sui fondi destinati a questo tipo di benefit, rinunciando ad un notevole introito fiscale. Stiamo parlando di un risparmio che per il dipendente si aggira, apparentemente, intorno al 10%, ma si tratta solo di una partita di giro, ma per il datore di lavoro oltrepassa il 40%.

Già qui un lavoratore dovrebbe domandarsi perché questo squilibrio? Già, perché? E si potrebbe continuare

Poi, dato che non si vuole far emergere è che col premio di produzione nel welfare, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. Quindi il lavoratore che inizialmente risparmia il 10% d’imposta, perde i versamenti previdenziali dell’azienda a suo favore, in misura di regola superiore al 20%.

La convenienza così follemente sbandierata non c’è o, meglio, non c’è per il lavoratore. Per l’azienda certo che c’è! I contributi previdenziali, è bene ricordarcelo, fanno maturare una pensione più alta.

Infine il welfare aziendale è un vero e proprio mercato dove operano grandi aziende, assicurazioni, una serie di soggetti che riescono a guadagnare da servizi come sanità, scuola, assistenza agli anziani ect. Com’è possibile che forme di stato sociale diventino improvvisamente così profittevoli?

La risposta è semplice. Se c’è qualcuno che riesce a lucrare su queste voci, c’è qualcuno che ci perde.

Ognuno si chieda questo qualcuno chi è.

Paolo Trezzi

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