Lecco, 10 dicembre 2018   |  

Il “Grazie” dell'arcivescovo Mario Delpini ai volontari

Per la Celebrazione della la IV domenica dell’Avvento ambrosiano sono stati invitati in Duomo i volontari di gruppi ed Associazioni, che hanno aderito in gran numero.

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In apertura, il Vicario episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan, ha ricordato l’importante anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (votata a Parigi, il 10 dicembre 1948, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), facendo memoria di «due grandi ambrosiani», il beato don Carlo Gnocchi, «accento alla vita sempre» e il cardinale Dionigi Tettamanzi che, fin dal giorno suo ingresso solenne a Milano, disse: «I diritti dei deboli non sono diritti deboli».
L’omelia dell’Arcivescovo si è incentrata sul brano evangelico di Luca, con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme circondato dall’entusiasmo della folla: forte il richiamo a non farsi travolgere dalle fin troppo facili esaltazioni di oggi. Un entusiasmo – ha suggerito il vescovo Mario – che, seppure precario e inconcludente, racconta di un’attesa «per cui ogni scintilla può scatenare l’incendio», ma dice anche «della ricerca di uno spiraglio da cui può entrare la luce, di un pertugio che indica la via».

Laddove questo è l’atteggiamento degli umani in ogni tempo, il modo di avvicinarsi del Signore definisce una speranza sempre possibile, un servizio autentico, perché nato dal sacrificio e dall’amore.

«Gesù non compie la sua missione approfittando dell’entusiasmo travolgente, della popolarità eccitata che lo accoglie; si avvicina con cautela, ma anche con tenacia, là dove abitano le tenebre piuttosto che lo splendore di un mattino di primavera; cerca quella parte oscura del cuore umano dove si è insinuata la schiavitù per la paura della morte; vuole che la pace e la gloria dei cieli non rimangano nei cieli, ma entrino nella carne e nel sangue».

Per questo Gesù è il Salvatore, «perché porta la salvezza nel lato oscuro della vita e non solo nella festa facile; perché vince e riduce all’impotenza la morte e non solo esalta i momenti in cui la vita è bella; perché sottomette ogni cosa con la mitezza e l’attrattiva dell’amore e non con la potenza e l’imposizione. É il «percorso intenso di tenerezza» con cui Cristo si avvicina alle ferite dell’umanità».

«La coerenza dei discepoli con il loro Maestro si esprime, dunque, nell’essere una prossimità che si fa carico delle attese della città, non con l’evento clamoroso, ma con il prendersi cura della fragilità, della carne e del sangue».

Ed ecco il grazie per i volontari e per «quel prodigio che è la dedizione affidabile: non un colpo di bacchetta magica, ma il servizio fedele, la presa in carico di un bisogno in modo stabile». Ciò che è il volontariato «che rende abitabile la terra. Quello che «visita le zone d’ombra della comunità, raccoglie le pene diffuse, interroga l’esasperazione irrequieta e si mette a disposizione, non solo per offrire il sollievo di un piccolo servizio o una compagnia di conforto palliativa, ma per stabilire un’alleanza».

«Siate ringraziati e benedetti voi che celebrate la risposta al bisogno dei fratelli, non con un’emotività entusiasta, ma con una solidarietà continuativa; voi che siete persone che onorate i vostri impegni senza pretendere ringraziamenti e riconoscimenti; voi che, ogni giorno, assicurate questi servizi necessari nella complessità della società; voi che raccontate i prodigi di Dio con la fedeltà di tanti giorni, di tante notti, di tante pene, di tanto prodigio di umanità».

L’arcivescovo si è poi intrattenuto dialogando con i volontari.
Luciano Gualzetti, direttore di Caritas ambrosiana, presentando gli interlocutori, così si è espresso: «I nostri volontari si occupano di persone tradizionalmente considerate povere – i senza dimora, i disoccupati -, ma di anche vittime delle nuove povertà come l’indebitamento o i gioco d’azzardo. Volontari che hanno “tenuto” in questo odierno contesto anche di ostilità, dove il povero è visto in modo negativo e come fonte di paura. Presentare chi è in difficoltà come risorsa non è facile».
Sono quindi seguiti gli interventi di altri volontari operanti nelle varie strutture cittadine, oltre che i rappresentanti di più di 380 Centri di Ascolto Caritas.

Significativa la conclusione di Delpini: Si tratta «di avere una normativa che porti a una visione più comprensiva delle situazioni e delle possibilità di soluzione, e, soprattutto, bisogna che i migranti prendano voce per raccontarsi, per dire in che modo possano portare un contributo, dare energie nuove e ringiovanire la nostra società che sta invecchiando, che sembra gelosa di un benessere che pare minacciato, ma che, se non si apre al futuro, rischia di scomparire. I migranti non sono un problema, ma una risorsa».

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