Milano, 06 dicembre 2017   |  

Il discorso di mons. Delpini: “Per un’arte del buon vicinato"

«Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5,47)

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Oggi, mercoledì 6 dicembre, alle ore 18.00, nella Basilica di Sant’Ambrogio (Milano, piazza S. Ambrogio, 15), l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha pronunciato il suo primo Discorso alla città e alla diocesi, dal titolo “Per un’arte del buon vicinato. Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? (Mt 5,47)”. Ne pubblichiamo alcuni estratti:

L'Arcivescovo ha voluto fare l'logio dei rappresentanti delle istituzioni dediti alla prossimità.
Voglio fare l’elogio delle istituzioni che oggi, come allora, si fanno carico della promozione del bene comune, della pace sociale e della promozione di una convivenza civile serena.
Voglio fare l’elogio dei sindaci: sono, specie nei paesi e nelle cittadine, la prossimità più accessibile della pubblica amministrazione.
Voglio fare l’elogio delle forze dell’ordine: dei carabinieri, degli agenti dei vari corpi di polizia nazionale e locale, della guardia di finanza, del corpo forestale dello stato e della polizia locale:
Voglio fare l’elogio degli insegnanti e dei dirigenti scolastici e del personale della scuola perché la scuola vive la sua vocazione ad accogliere tutti, nella diversità delle provenienze, delle capacità, delle situazioni personali e familiari e propiziare un linguaggio comune, una coesistenza pacifica, la trasmissione dei fondamenti del sapere per dare linguaggi e strumenti per la piena cittadinanza, la condivisione della cultura come premessa per l’edificazione di una comunità civile.
Voglio fare l’elogio degli operatori nei presìdi sanitari e nei servizi sociosanitari domiciliari (come l’assistenza domestica, l’assistenza domiciliare integrata e le cure palliative a casa), dei vigili del fuoco, della protezione civile, delle istituzioni presenti nei diversi territori a livello provinciale e regionale, dalle montagne alla pianura.
L’elenco dovrebbe prolungarsi nell’elogio di tante altre istituzioni presenti capillarmente nel territorio: gli assistenti sociali, i custodi sociali e sociosanitari, i giudici di pace, i soldati dell’operazione strade sicure, gli operatori che presidiano le vie e gli angoli della città, assistendo i clochards del giorno e della notte… Non posso non ricordare le tante associazioni e strutture cooperative che creano una rete di attenzione e solidarietà spesso poco notata ma essenziale nel creare coesione e nel dare spessore alla trama dei legami.
Di tutti voglio fare l’elogio, a tutti desidero esprimere la mia gratitudine e ammirazione, contrastando quella tendenza troppo facile alla critica e quell’enfasi troppo sproporzionata su alcuni che, approfittando della loro posizione, hanno cercato il proprio vantaggio, anche con mezzi illeciti, aprendo la porta alla corruzione.

La proposta di un’alleanza per costruire il buon vicinato
L’elogio formulato con rispetto e discrezione esprime anche l’intenzione, che voglio formulare a nome della comunità cristiana e della Chiesa ambrosiana, di proporre un’alleanza, di convocare tutti per mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e religione. Lascio che siano le parole di papa Francesco a fondare questa mia proposta, a chiamarci tutti a raccolta, a chiedere il nostro impegno per questo patto di buon vicinato: «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (EG 71).
L’alleanza che propongo chiama a una specifica responsabilità la Chiesa ambrosiana e le istituzioni pubbliche.

Per un’arte del buon vicinato
Le istituzioni possono propiziare le condizioni, ma il buon vicinato è frutto di un’arte paziente e tenace, quotidiana e creativa. La parola di Gesù, che invita i suoi discepoli a farsi protagonisti dell’edificazione della fraternità oltre la carne e il sangue, indica un percorso che affascina e impegna tutti gli uomini e le donne di buona volontà: «se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5,47). L’accelerata e inedita epoca di cambiamenti che stanno interessando le nostre terre ci invita a qualche cosa di straordinario. Questo straordinario di cui parla Gesù non è però il gesto eroico praticabile solo da qualche essere superiore. Si tratta piuttosto del gesto minimo, dell’attenzione intelligente, della vigilanza semplice che riconosce, per così dire istintivamente, il bene possibile e lo compie con la naturalezza dei semplici e dei forti. L’arte del buon vicinato comincia con uno sguardo. Ecco: mi accorgo che esisti anche tu, mi rendo conto che abiti vicino. Mi accorgo che hai delle qualità e delle intenzioni buone: anche tu vorresti essere felice e rendere felici quelli che ami. Mi accorgo che hai bisogno, che sei ferito: anche tu soffri di quello che mi fa soffrire. Il buon vicinato comincia con uno sguardo. 

L’arte del buon vicinato pratica volentieri il saluto e l’augurio, il benvenuto e l’arrivederci. Il saluto si propone con discrezione, ma detesta l’indifferenza; il saluto non chiede nulla, ma offre una possibilità di incontro, un inizio, incerto e fragile, promettente e stimolante; il saluto è un’attenzione semplice che può abbattere mura e offrire un appiglio per uscire dalla solitudine; il saluto, specialmente per i cristiani che sono abituati a scambiarsi il segno della pace durante la messa, è un segno doveroso di quel vicinato che coltiva il desiderio della fraternità. L’arte del buon vicinato si esprime in forme di rispetto e attenzione che non si accontentano delle regole della buona educazione, che in certi contesti sarebbe già un enorme progresso, ma si dispone a quelle piccole premure che sono provvidenziali per chi è solo, per chi è anziano, per chi soffre di particolari limiti di mobilità o di comunicazione. L’arte del buon vicinato esercita una spontanea vigilanza sull’ambiente in cui si vive e su quanto vi accade.

Il “buon vicino” rifugge dalla curiosità invadente e pettegola, ma familiarizza con il contesto, ne custodisce l’ordine, pone rimedio al disordine, non tollera lo squallore, provvede, se può, ad abbellire e a riparare. Non si accontenta di una porta blindata per garantirsi la sicurezza, ma si sente rassicurato dalle relazioni di reciproca attenzione che si sono stabilite e sono state custodite. L’arte del buon vicinato è fantasiosa nel creare occasioni per favorire l’incontro, condividere la festa di chi si sposa, la gioia per la nascita di un figlio, il dolore e il lutto delle famiglie ferite dalla morte e dalle disgrazie. Si inventa il modo per lo scambio degli auguri di Natale e delle feste di altre tradizioni religiose: il vicinato scrive il suo calendario.


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