Bernaga, 02 gennaio 2017   |  
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Il Card. Ravasi: nel silenzio interiore si insedia Dio

di Italo Allegri

Il Card. Gianfranco Ravasi ha ricordato il suo 50° anniversario di sacerdozio nella chiesa monastica delle Romite di Bernaga sabato 31 dicembre, dove da un ventennio presiede la Messa dell’ultimo giorno dell’anno.

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E’ da un ventennio ormai che la liturgia posta a conclusione dell’Ottava del Natale, celebrata nella chiesa monastica delle Monache Romite di Bernaga l’ultimo giorno dell’anno, è presieduta da S.Em. il Card. Gianfranco Ravasi. Un appuntamento che agli inizi aggregava poche persone, ma nel corso del tempo il gruppo è diventato sempre più numeroso, così da occupare ogni posto a sedere – e non solo –, come è accaduto sabato 31 dicembre.

Quest’anno la ricorrenza è stata l’occasione per ricordare il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale di Sua Eminenza. Mezzo secolo di ministero svolto in luoghi molto diversi, ma che hanno «conservato sempre idealmente in questo territorio la mia sorgente, le mie radici», ha premesso nell’omelia il Card. Ravasi. E ogni qualvolta ritorna in questo territorio, «mi sembra di risentire, tra le tante memorie come si possono affollare nella mente, quanto scrive quel grande della letteratura di tutti i tempi che è Omero, quando descrive la nostalgia di Ulisse».

Nella lingua greca la parola «nostalgia» significa «malattia del ritorno». E’ il sentimento che pervade chi desidera tornare indietro nel tempo, fino al «proprio punto di partenza, alla vecchia sorgente». E così si esprime nel primo libro dell’Odissea Ulisse, quando dice che «il suo sogno è quello di ritornare alla sua amata Itaca, per riuscire a vedere il fumo che usciva dai comignoli delle case sul far della sera». Il momento in cui la famiglia si riuniva nell’intimità. Ed è per questo che allora «in maniera particolare do senso a questo incontro, perché per me è proprio come ritrovare ancora certi colori, certi odori, certi sapori, certe esperienze che io da bambino facevo d’estate».

La riflessione dunque delle letture è stata incastonata in questa cornice, molto poetica, ed ha preso spunto dal contesto monastico della celebrazione.

Una delle componenti fondamentali della vita monastica, presente nella Regola madre scritta da Sant’Agostino, poi da Benedetto da Norcia, è rappresentata dal «silenzio». Che costituisce un paradosso, se si pensa che il termine monastero in greco vuol dire «essere da soli»; ma, al tempo stesso, è anche chiamato «cenobio», sostantivo che significa «vita comune» nella medesima lingua. Quindi si vive di una «solitudine comune», è un «silenzio che diventa comunicazione, espressione».

Il silenzio però non appartiene solo all’orizzonte monastico, ma lo troviamo anche all’interno del Vangelo nella figura di Maria: «Custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore». La frase è accostata al fatto che altri parlano, non Lei. I pastori tornano glorificando Dio per tutto quello che avevano visto e udito.

Questo silenzio non è vuoto e si dice che il silenzio vero non è soltanto tacere, ma capacità di ascoltare. E’ un nuovo linguaggio «per vivere in profondità le proprie emozioni, accogliere qualcosa che viene dall’infinito, dall’eterno e non dalla banalità quotidiana».

In questa condizione sono coinvolti gli organi delle lebbra per le parole e delle orecchie per il suono. In greco il verbo chiudere le labbra significa «mistero», ovvero tutto ciò che si tace. L’azione combinata di questi due organi fa si che la persona «riscopra la voce di Dio, della propria coscienza».

Il terzo senso coinvolto è l’occhio, il vedere. Tant’è vero che si unisce al silenzio un altro vocabolo che è la «contemplazione». Che non significa guardare una figura, «ma cercare di trapassare la figura esteriore per trovare qualcosa di superiore, di misterioso, di grandioso».

Percorso evolutivo ben riassunto nella figura di Giobbe portata come esempio quando dice: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono». L’altra situazione concreta è quella tolta dal linguaggio d’amore, ben sintetizzata da Pascal nella frase: «Nella fede come nell’amore i silenzi sono molto più eloquenti che le parole».

L’invito quindi del Card. Ravasi: «Ritiriamoci più spesso a creare anche noi questa oasi di silenzio di cui ascoltiamo la voce che sale dalla nostra coscienza, che viene da Dio e, soprattutto, apriamo il nostro sguardo a scoprire il mistero di Dio». In questa prospettiva assume significato anche l’ascolto della Parola di Dio, il silenzio dopo l’omelia. Imparare dunque ad ascoltare e a fare silenzio interiore. Spesso il vuoto interiore si riempie con la chiacchiera. E suggerisce a ciascuno di iniziare il nuovo anno con il proposito di collocare all’interno della propria giornata quello che le monache fanno spontaneamente all’interno della loro vita quotidiana: «Qualche momento in cui si sta soli con se stessi, in cui si stacca dalla moglie, dal marito, dai figli, per approdare a quel luogo in cui si insedia Dio».

Da ultimo cita San Paolo quando descrive l’Incarnazione: «Egli pur essendo nella condizione di Dio svuotò se stesso». E rimanda alla incombente festa dell’ultimo dell’anno quanto stridente suona il verbo «svuotare». Si traduce in «riempire il più possibile, colmare il vuoto che c’è». In particolare i giovani che con la musica costantemente continua ed assordante bloccano in qualche modo qualsiasi possibilità di «ingresso in se stessi». Piena contrapposizione al verbo usato da San Paolo: «Togliere il male, il peccato, la superbia; i mattoni che costruiscono un falso edificio».

La consegna del pensiero finale: «Troviamo allora la sobrietà della voce e della Parola di questa liturgia e il nostro cammino continui sempre, come quando vogliamo accostare il vero Mistero, laddove, appunto, labbra, orecchie e occhio si incrociano e stanno insieme in armonia».

Prima della benedizione il Card. Ravasi ha salutato i sindaci presenti: di Santa Maria Hoè, Efrem Brambilla, dove ha presieduto la Messa di Natale, e di Oliveto Lario, Bruno Polti, dove trascorre il periodo estivo; e le tante persone presenti, soprattutto quelle toccate dal dolore. E augurato che la benedizione «sia di sostegno in ogni momento del cammino della vita e in questo vorrei che idealmente ci fosse anche un po’ della mia presenza nonostante la distanza». Cita infine Sant’Ambrogio che in suo scritto dice «non c’è nulla di più dolce della carità, dell’amore, degli affetti».

«Ecco questa dolcezza dei legami cui io vi sono sempre grato, vorrei che fosse sentita anche da voi con il ricordo pieno di nostalgia, in questo caso nel seno nobile del termine, non della malattia, del ritorno pieno di nostalgia per voi, per la vostra storia, per la storia di queste comunità del luogo in cui vivete e la benedizione di Dio allora ci metta proprio su questo cammino come lampada per i passi e per il cammino della vostra vita».

Impartita la benedizione è seguito in canto del «Te Deum», quindi S.Em. ha incontrato le numerose persone presenti per un saluto, un augurio, per dispensare una parola di conforto.

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