Lecco, 14 aprile 2018   |  

Gianfranco Scotti presenta "Alessandro Manzoni e la sua Lecco”

di Ugo Baglivo

Primo appuntamento del ciclo di incontri dal titolo “I grandi di Lecco”.

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Comincia con Manzoni il ciclo di conferenze che il Centro Culturale S. Nicolò intende proporre alla cittadinanza, dal titolo “I grandi di Lecco”, anche nel senso di “quelli che hanno fatto grande Lecco”: in Sala Papa Giovanni si è tenuta ieri sera la prima serata di approfondimento a tema, questa volta scegliendo Manzoni che – volenti o nolenti i suoi cittadini – ha celebrato Lecco in Italia e nel Mondo, immortalando questa terra “chiusa tra lago e monti”.

Esperto sull’argomento e relatore della serata culturale è stato Gianfranco Scotti, noto a tanti lecchesi e non- lecchesi per i suoi studi sulla cultura lombarda; a rappresentare il Centro Culturale S. Nicolò c’era il presidente Ugo Baglivo e il prevosto di Lecco mons. Franco Cecchin, ideatore della proposta di Università per il Turismo, da pensare a fianco del Politecnico, a rappresentare le due anime vocazionali della città: il manifatturiero, come scelta secolare già giunta da tempo al successo, e il turismo a cui si apre ora la strada o almeno la si propone per l’avvenire.

La Sala era strapiena, con gioia ovviamente degli organizzatori; il relatore attraeva, e l’argomento era sentito come prioritario da parte di un uditorio appassionato ed emotivamente partecipe. Ma ancora una volta mancavano i giovani, ed è questa una delle domande che ci si faceva durante la relazione: quanto i giovani lecchesi sentono oggi ancora avvincente e propria la proposta di Manzoni? quanto si sentono legati a questa terra fortunata, benedetta da Dio per la ricchezza della natura e per la volontà accanita che caratterizza da sempre i suoi abitanti?

La conferenza inizia con lo sfondo di una immagine proiettata a muro: un quadro di Giuseppe Molteni che ritrae in primo piano il volto di Alessandro Manzoni, e dietro a lui, in chiaroscuro, il territorio di Lecco dipinto da Massimo D’Azeglio. Manzoni come personaggio centrale, nel suo “rapporto con Lecco” che resta invece immagine sfumata, forse distante, ma impressa nel subconscio del poeta-romanziere, perché lì (cioè qui) si è svolta la sua infanzia e prima giovinezza. Contraddittorio il rapporto tra Manzoni e Lecco; ma contraddittoria è tutta la vita sentimentale di questo grande uomo, tanto grande quanto combattuto dentro se stesso.

Per Lecco Manzoni ha “un misto di nostalgia e di rifiuto, di rimpianto e di oblio nei confronti di una terra in cui si svolse il primo dramma della sua vita: l’abbandono della madre che, insofferente dell’oppressione psicologica in cui era costretta a vivere, dell’ambiente chiuso e bigotto in cui il forzato matrimonio l’aveva collocata, scelse di dividersi dal marito e di iniziare una nuova vita con l’uomo che amava (Carlo Imbonati), trasferendosi con lui a Parigi” (dal testo scritto di Scotti).

Così il piccolo Alessandro è ospite dei collegi di Merate, poi di Lugano, e poi ancora di Milano, e torna per le vacanze (liberatorie rispetto alla severa disciplina dei collegi) a contemplare la natura che si vede e ancor più si vedeva dalla Villa del Caleotto: i giardini (allora molto più estesi di quello rimasto oggi dietro la casa) e la campagna intorno, e il panorama dei monti (primo tra tutti il Resegone, con la sua sagoma inconfondibile) e del lago.

Scotti, nella sua relazione, si fa specialista per alcuni approfondimenti che solo un lecchese convinto poteva fare: l’indagine puntigliosa sulla famiglia Manzoni, prima in Valsassina (a Barzio) e poi a Lecco, la famiglia di don Pietro Manzoni come dei rami paralleli del casato; e poi il rapporto di contrasto tra la nobiltà di campagna dei Manzoni (pur se con casa in città) e gli ambienti milanesi dell’Illuminismo lombardo, ricco di innovazioni spregiudicate, di cui faceva parte Cesare Beccaria e la sua figlia Giulia (la madre di Alessandro), come ne facevano parte i fratelli Verri, del più giovane dei quali Giulia si innamorò e da lui ebbe il figlio Alessandro, pur essendo sposata a don Pietro Manzoni.

E poi la spiegazione (e la visione per immagini proiettate a muro) di tutte le case di proprietà dei Manzoni, a Lecco e dintorni, dei tanti scorci di edifici di campagna o di residenza, la più parte abbattuti nel corso dell’ultimo secolo, per opera di una politica miope e di una popolazione tutta che faceva scelte di vita produttiva sì ma non rispettosa della cultura, e perfino non rispettosa della propria storia.

Poi si ritorna – nella relazione – a Manzoni Alessandro, alle sue opere giovanili e di maturità, prima tra tutte il romanzo de I Promessi Sposi, citato qua e là dalle varie stesure, più e meno legate ai luoghi di terra lecchese: lo sfondo del romanzo è quello visto dalla Villa del Caleotto, dove Manzoni bambino e poi adolescente trascorreva gli “ozi annuali”, come approdo alla famiglia, in un rapporto di sicurezza desiderato e mai avuto e goduto pienamente.

Insomma, nella relazione di Scotti, Lecco resta il legame di sub-conscio per Manzoni. Come la conversione al Cristianesimo osservante è punto d’arrivo dopo i travagli di vita contrastata tra campagna serena e città tumultuosa, dopo i travagli della sua ricerca filosofica e letteraria, che passa dall’ammirazione per il poeta Monti alla vicinanza – a Parigi – degli Ideologi francesi (eredi dell’Illuminismo settecentesco), così è l’amore (sopito forse ma sempre rinascente) di Manzoni per Lecco. Lecco è per lui la sua serenità di fanciullo e poi di adolescente e giovane. Ancoraggio di certezze è il Cristianesimo, dopo la conversione; ancoraggio di ideali è Lecco, che significa sempre per Manzoni sicurezza di famiglia, radice del proprio essere.

Non è importante per Manzoni la corrispondenza precisa tra i luoghi descritti nel romanzo e particolari scorci di ambienti reali di paesaggio, come la casa di Lucia o la canonica di don Abbondio; egli ricostruisce nel romanzo una geografia precisa del panorama generale (lago – monti – campagna – paesi sparsi nella vallata – il borgo avviato a diventare città); ma non è interessato alla mappatura precisa nei particolari. Per lui il Resegone, e ciò che c’è sotto in generale, è la sua “casa”.

Ma perché nel 1821, quando inizia il “Fermo e Lucia”, Manzoni ha già abbandonato la Villa del Caleotto, e ha già venduto o venderà in quegli anni tutti i suoi terreni e caseggiati nella campagna lecchese? Per seguire la madre, e compiacerla in tutto: la madre che gli era mancata tanto da bambino. Per la madre si trasferisce da Lecco, per la madre sposa Enrichetta Blondel, a lei cara; la madre è l’altra àncora di salvezza: una madre finalmente raggiunta dopo tanta sofferta (per lui) lontananza.

Tra il pubblico attento e appassionato allo scorrere della relazione c’è l’attuale vice-sindaco Francesca Bonacina; e alla Amministrazione politica va la raccomandazione del relatore, come degli organizzatori della serata culturale: riscopriamo la vocazione turistica della terra lecchese, partendo dai luoghi manzoniani; non solo a panorama largo, con la riqualificazione della costa del lago e dei crinali delle montagne, ma con l’attenzione ai particolari “itinerari manzoniani”, e ai luoghi certi o probabili delle vicende descritte nel romanzo.

Altrimenti Lecco dovrà sempre subire lo smacco, avuto pochi giorni fa nell’ultima trasmissione RAI del programma “Ulisse” di Alberto Angela: c’era in quella trasmissione amore documentario per I Promessi Sposi, ma nelle descrizioni e immagini proiettate e proposte ai telespettatori non c’era Lecco, se non in qualche panorama generico ripreso dall’alto. Colpa soltanto di Alberto Angela e dei curatori di quel programma? o è anche colpa dei lecchesi stessi (politici e non) che non hanno saputo difendere e valorizzare nel tempo l’immagine di questa terra, da tanti invidiata?

Appassionata e dettagliata la relazione di Scotti, appassionata e calorosa l’accoglienza del pubblico alla iniziativa di sensibilizzazione proposta dal Centro Culturale S. Nicolò: cultura e azione!

“Lecco svegliati!” diceva un discorso recente alla città di mons. Cecchin, presente e attivo nella serata culturale di ieri, e amante della “lecchesità” come sa esserlo un lecchese d’adozione, che guarda come non scontata la storia gloriosa della città adottata come propria. Lecchese d’adozione, come Cecchin è e si dichiara con passione, e come è anche chi scrive queste annotazioni di cronaca: lecchesi per scelta e non per natura!

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