Lecco, 12 maggio 2019   |  

Gianfranco Scotti e “Antonio Ghislanzoni, un lecchese dimenticato”

di Ugo Baglivo

Serata del ciclo di approfondimenti letterari sul tema “I grandi di Lecco”, voluti dal Centro Culturale S. Nicolò

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Continuano gli approfondimenti letterari sul tema “I grandi di Lecco”, voluti dal Centro Culturale S. Nicolò nell’ottica della vocazione turistica da scoprire per la città. Questa volta, in Aula Papa Giovanni – accanto alla Basilica – si è parlato di “Antonio Ghislanzoni/ Un lecchese dimenticato”: relatore il poliedrico studioso di cultura lecchese e lombarda Gianfranco Scotti; presentatore della serata Gianfranco Colombo, noto giornalista di testate lecchesi e lariane.

La serata del 10 maggio ha aperto la via ad altri grandi autori lecchesi da approfondire, oltre il solito Manzoni (che pure non è così centrale come meriterebbe nelle moderne aperture culturali che la città sta vivendo, anche a livello universitario).

Già nella introduzione Gianfranco Colombo sottolineava come Ghislanzoni (e la Scapigliatura milanese in genere) sia rimasto snobbato nella critica letteraria successiva, e in particolare nella cultura lecchese; eppure egli fu un personaggio protagonista nella storia artistica del secondo Ottocento lombardo. Lecco, Maggianico, e Malgrate (dove egli visse e operò) furono in quel periodo centri di accoglienza di tutto il movimento scapigliato, fertile in campo poetico, artistico, musicale, e anticonformista nelle posizioni storico-politiche di allora.

Scotti, fin dalle prime battute del suo discorso, mostra tutta la sua passione nello studio della “lecchesità”, rapportando – fin dall’anno di nascita 1824 – due autori lecchesi grandi in ambiti diversi: Antonio Stoppani, studioso di scienza e di geologia in particolare, e Antonio Ghislanzoni, protagonista di ricerca e di azione, con temperamento e ideali ben diversi dal suo contemporaneo. Anche l’educazione scolastica dei due fu simile: entrambi in Seminario a Castello, come era di prassi allora in questo “borgo” che diventava pian piano città.

Chi fu Antonio Ghislanzoni? Un personaggio brillante certamente, tutt’altro che musone: polemista caustico in politica (per parte repubblicana), fondatore di diverse testate giornalistiche milanesi e non solo, fecondo librettista ricercato da musicisti come Ponchielli, Gomes, Petrella, e Verdi (per il quale scrive il testo dell’Aida, acquisendo fama più che nazionale). E poi poeta, novelliere e romanziere, come era allora comune nel gruppo degli Scapigliati lombardi.

Per carattere pronto allo scherzo e alle situazioni di paradosso, eppure sensibile agli impegni sociali quanto a quelli culturali, egli definì se stesso “cervello bizzarro che non riconosce il potere di alcuna autorità”: ecco il suo programma di vita. Anche nei confronti di Lecco – è risaputo – si pone in atteggiamento critico e nel contempo appassionato: “Lecco, una decina di contrade, quattro o cinquemila abitanti, non palazzi, non monumenti, … una piazza con portici avversi ad ogni legge di simmetria, … ma in compenso una prospettiva incantevole di acque, di montagne e di valli”; e ancora: “un quadrivio di strade per le quali al commercio e all’industria si aprono i varchi dell’universo”. Insomma, nel contempo realista e idealista.

Dopo il seminario (da cui fu cacciato per cattiva condotta), il padre medico lo iscrive al liceo di Pavia, per avviarlo a studi di medicina; ma a Pavia egli conosce i Cairoli, e con loro si infervora per l’azione politica, in ambito repubblicano, con simpatie per Napoleone giovane e sempre contro i regni e le tirannie. Ghislanzoni è nel 1848 alle barricate milanesi della Cinque Giornate, e ancora a Roma a difendere quella effimera repubblica di ispirazione mazziniana. Poi, dopo la politica (fu relegato dai Francesi in carcere in Corsica), si dedica alla musica, prima come cantante lirico e poi come autore di libretti; e intanto prende dimestichezza col giornalismo, e dalle pagine dei giornali pubblica poesie e racconti e recensioni, diventando quell’eclettico personaggio che fu.

In letteratura – lo dice lui stesso – vuole una forma di romanzo che ribalti la tradizione perbenistica di ceppo manzoniano, ed esprime una letteratura anti-ideale, che nasce “dalla rotazione (cioè ribaltamento) dell’universo morale e materiale”. Così gli riesce più naturale la vena dell’epigrammista, dove l’ironia prevale su qualsiasi ideale; fino alla “perfidia” - commenta Scotti nella serata lecchese - nei confronti dei suoi avversari, spesso suoi concittadini.

Egli, in età matura, lasciò Lecco e Malgrate (dove era vissuto per lungo tratto) per scegliere come sede di vita Caprino Bergamasco, fuori-mano, dove morì e dove è ricordato con interesse maggiore di quanto Lecco abbia saputo fare per lui. Certo la vita di questo poeta “bohémien” capricciosa e sregolata, non era approvata in una città dedita – già allora – alla religione del lavoro.

Alla fine, dice Scotti, la grandezza di Ghislanzoni nella storia sociale e culturale lombarda, è quella di essere un “lecchese anomalo”, un personaggio lontano dalla rigida mentalità “quasi calvinista” che ha fatto ricca la città di Lecco. Coglie nel segno il suo biografo Aroldo Benini (negli anni Sessanta) per tanti versi vicino al Ghislanzoni per idee e scelte politiche: fu insofferente a tutte le convenzioni e costrizioni del mondo; eppure grande per la sua personalità anticonformista, rivoluzionario nella cultura e nell’azione.

La storia è fatta non sempre di ripetizioni, di tradizioni, di ideali aviti; ma spesso è caratterizzata da scosse morali e sociali, che segnano proprio il trapasso da un’epoca all’altra. Il progresso è anche questo: saper innovare, al momento opportuno. Lecco può riscoprire la sua vocazione turistica, riscoprendo nella sua storia non solo il rigore morale e la religione del fare, ma anche la novità delle proposte alternative. Letteratura e arte rappresentano “il piacere” rispetto alle meste filosofie del “dovere”. (Benini)

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