Lecco, 07 settembre 2017   |  

Francesco in Colombia indica ai politici le vie della pace

La riconciliazione dopo mezzo secolo di violenza passa attraverso leggi giuste, la partecipazione e l’inclusione, la lotta alla povertà.

papafrancesco

Francesco, il terzo Papa a visitare la Colombia dopo Paolo VI (1968) e Giovanni Paolo II (1986) è arrivato in Colombia per aiutare il processo di pace iniziato e ancora in bilico, dato che gli accordi tra il governo del Presidente uscente (Premio Nobel per la pace) Manuel Santos e i guerriglieri delle FARC sono stati bocciati da un referendum popolare. Santos appartiene a una delle dinastie più influenti della Colombia. Il Paese è attraversato da grandi tensioni tra maggioranza e opposizione, molte sono le incognite che pesano sul futuro, mentre sullo sfondo si può vedere la contrapposizione tra le poche famiglie – circa 300 – che governano la Colombia da settant’anni, e il resto della popolazione, metà della quale vive sotto la soglia di povertà.

Nel suo discorso di saluto il Presidente afferma: «Grazie per essere venuto ad accompagnarci in questo momento unico della storia del nostro Paese… Per invitarci a essere difensori della vita, e operatori di pace». Santos rivendica che «la Colombia è l’unico Paese del mondo dove oggi le armi si convertono in parole, migliaia di vittime si sono evitate. Ma ci manca il passo verso la riconciliazione, a nulla vale silenziare i fucili se siamo armati nei nostri cuori, se ci vediamo gli uni gli altri come nemici. Abbiamo bisogno di vincere l’odio, di essere capaci di perdonare e di chiedere perdono. Confidiamo che la sua visita apra la mente e il cuore dei colombiani alla pace che è un dono di Dio. Vogliamo riconciliarci e accettare l’altro non come un peso ma come un dono».

Il Papa è venuto qui a parlare di pace e riconciliazione e durante l’incontro con i politici, rispondendo alle parole del Presidente non manca di segnalare ciò di cui la Colombia ha bisogno.

Dopo aver ricordato come sia «radicato in queste terre» il dono della fede, e quanto la Colombia sia “benedetta”, data la sua natura straordinaria (è il secondo Paese del mondo per biodiversità), la sua cultura e la ricchezza di «qualità umana della sua gente», Francesco ha espresso «apprezzamento per gli sforzi compiuti, negli ultimi decenni, per porre fine alla violenza armata e trovare vie di riconciliazione». Ha quindi ricordato, con un riferimento soltanto implicito agli accordi del 2016, che «nell’ultimo anno certamente si è progredito in modo particolare; i passi avanti fanno crescere la speranza, nella convinzione che la ricerca della pace è un lavoro sempre aperto, un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti». Ma ha invitato a guardare oltre. Ha infatti spiegato che questo lavoro «ci chiede di non venir meno nello sforzo di costruire l’unità della nazione e, malgrado gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica, persistere nella lotta per favorire la cultura dell’incontro, che esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e il rispetto del bene comune».

«Che questo sforzo – ha aggiunto - ci faccia rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine. Quanto più difficile è il cammino che conduce alla pace e all’intesa, tanto più impegno dobbiamo mettere nel riconoscere l’altro, sanare le ferite e costruire ponti, nello stringere legami e aiutarci a vicenda». Si può facilmente leggere in controluce, dietro queste parole, sia la preoccupazione per una spirale di violenza che potrebbe non aver fine; sia l’invito alle forze politiche di pensare davvero al bene del Paese e uscire da ottiche meschine e di parte.

Il Papa ha citato il motto della Colombia: «Libertà e Ordine», spiegando che «i cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica». Ecco dunque che «occorrono leggi giuste che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza. Solo così si guarisce da una malattia che rende fragile e indegna la società e la lascia sempre sulla soglia di nuove crisi. Non dimentichiamo che l’ingiustizia è la radice dei mali sociali».

Francesco ha quindi invitato i politici a guardare verso «tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società. Questa non si fa – ha aggiunto, con un evidente riferimento alle oligarchie che governano il Paese - solo con alcuni di “sangue puro”, ma con tutti. E qui sta la grandezza e la bellezza di un Paese: nel fatto che tutti sono accolti e tutti sono importanti». L’invito è dunque a fissare lo sguardo «sui più deboli, su quanti sono sfruttati e maltrattati, su quelli che non hanno voce perché ne sono stati privati, o non l’hanno avuta, o non è loro riconosciuta». «Vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti».

Poi Francesco ha invitato anche a guardare alla donna, al «suo apporto, il suo talento, il suo essere “madre” nei diversi compiti». Ricordando la missione della Chiesa, impegnata per la pace e la costruzione del bene comune, il Papa ha citato «il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa», che rappresenta «una pietra angolare nella costruzione di una società libera dalla violenza». E ha anche menzionato «l’importanza sociale della famiglia».

Infine, Francesco ha concluso il suo discorso citando il «gran compatriota» Gabriel García Marquez sul valore e sulla forza della vita. È dunque possibile – affermava lo scrittore ricevendo il Premio Nobel nel 1982 – «una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra» «Molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta – ha concluso Francesco - La solitudine di stare sempre gli uni contro gli altri si conta ormai a decenni e sa di cent’anni; non vogliamo che qualsiasi tipo di violenza restringa o annulli ancora una sola vita. E ho voluto venire fino a qui per dirvi che non siete soli, che siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo; questo viaggio vuole essere un incitamento per voi, un contributo che spiani un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace».

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Caleidoscopio

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