Lecco, 14 agosto 2020   |  

Editoriale - Un referendum mal posto

di Giulio Boscagli

senato parlamento

Speriamo che quando si abbasserà il polverone suscitato da cinque parlamentari che hanno chiesto il contributo riservato alle partite IVA, il grande sistema mediatico aiuti gli italiani a riflettere a fondo sul Parlamento. Ce n’è, infatti, molto bisogno visto che, tra poco più di un mese, quasi nascosto tra le elezioni regionali e comunali, si svolgerà il referendum col quale si deciderà se ridurre o meno il numero dei parlamentari.

La forma del quesito referendario sembra complessa “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?”; in realtà si tratta di confermare – con il SI – oppure rifiutare – con il NO -il taglio di 345 parlamentari (115 senatori e 230 deputati).

Si tratta di una battaglia storica del Movimento Cinque Stelle che ha nel disprezzo del parlamento una delle sue caratteristiche identitarie e che la impone a tutto il paese. Si ricorderà che Grillo voleva aprire il parlamento come una scatola di sardine, che le votazioni telematiche sulla piattaforma Rousseau di Casaleggio avrebbero dovuto sostituire i lavori e le votazioni dell’aula parlamentare. Il movimento è riuscito a tesaurizzare lo scontento diffuso nei confronti della politica e a occupare un terzo dei seggi parlamentari, il che gli consente, con l’appoggio di un Partito Democratico in crisi d’identità, di introdurre leggi pericolose (come quelle sulla giustizia) e mettere mano alla Costituzione al di fuori di un adeguato dibattito pubblico.

Per capire meglio la posta in gioco con il referendum è bene ricordare che il parlamento – i parlamenti – nascono nella storia dell’Europa come strumenti per contrastare e limitare il potere dei sovrani, poteri fino ad allora assoluti e insindacabili.

Il parlamento è il luogo del popolo quindi luogo privilegiato della politica; al Parlamento tedesco papa Benedetto ricordava cosa deve essere importante per un politico . “Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino.”

Ai suoi compatrioti il papa tedesco ricordava come l’abbandono di questo criterio aveva portato al dl dramma del nazismo ma nello stesso tempo riaffermava per loro e per noi il ruolo fondamentale del parlamento nella società democratica.

Mettere mano al numero dei parlamentari rappresenta un rischio: Massimo Cacciari lo ha definito un attacco alla democrazia rappresentativa e in effetti la motivazione di questa riforma costituzionale va ricercata nelle dichiarazioni degli esponenti Cinque Stelle che la vedono solo come un’occasione di risparmio sulla spesa pubblica e di riduzione di privilegi.

Per quanto riguarda la spesa gli studi disponibili ci ricordano che il costo del parlamento è circa lo 0,20 per cento del totale della spesa pubblica: il che significa che chi tiene a una spesa pubblica migliore e più contenuta deve mettere mano a ben altri comparti della spesa pubblica. L’ipocrisia di questa motivazione è tutta nel continuo incremento di spesa che il governo a trazione Cinque stelle sta imponendo al parlamento e al paese, con quali pericoli per il futuro si vedrà.
L’insistenza con cui da troppi pulpiti vengono messi nel mirino i costi della politica lascia trasparire fin troppo chiaramente il desiderio di limitare il ruolo della politica rappresentativa per conferirlo ad altri poteri più o meno manifesti.

E’ quello che abbiamo visto in questi mesi con i poteri assunti dal presidente del consiglio senza dibattito parlamentare anzi relegando il parlamento a mero esecutore di decisioni prese altrove e ratificate dalla maggioranza.

Questa pericolosa tendenza sarebbe aggravata dalla riduzione del numero dei parlamentari che aumenterebbe il potere dei capi partito – come abbiamo visto in questi tempi – a scapito di una reale rappresentanza del paese e delle sue vere necessità.

Intendiamoci, il numero dei parlamentari non è un tabù intoccabile: tuttavia trattandosi di riforma costituzionale una riduzione del numero dovrebbe essere accompagnata da una riforma complessiva di procedure e competenze che restituisca al parlamento il suo ruolo ben distinto da quello del governo.
La classica distinzione tra i poteri –legislativo esecutivo e giudiziario – è oggi profondamente in crisi, non solo per il difficile rapporto governo-parlamento, ma anche per la profonda crisi della giustizia venuta alla luce con il caso Palamara.

Per questo una riforma complessiva di parti della Costituzione vigente è necessaria ma può essere attuata solo con il coinvolgimento di tutti i soggetti e le culture politiche presenti in Italia, come del resto avvenne dopo la guerra. A quel tempo le divisioni ideologiche erano anche più marcate di oggi ma l’Assemblea Costituente operò con saggezza alla ricerca delle indispensabili convergenze.

Oggi la fretta, la dipendenza dai sondaggi, le pressioni dei social e gli interessi della grande finanza globalizzata convergono a ridurre gli spazi della rappresentanza, cioè della democrazia.

Il NO al referendum è il segno del rifiuto di questa tendenza e il segnale di un popolo che vuole partecipare in prima persona alle scelte politiche che lo riguardano.

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