Lecco, 18 dicembre 2020   |  

Editoriale - Ricostruire

di Giulio Boscagli

BRANDEporta brandeburgo1945

Berlino 1945, Porta di Brandeburgo. (Foto: Ufficio stampa e informazione del Governo federale)

Ho iniziato a leggere la monumentale biografia di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI scritta da Peter Seewald (“Una vita”, Garzanti, milleduecento pagine); seguendo il percorso verso il sacerdozio del giovane Joseph, giunto agli anni del dopoguerra e alla sua ripresa degli studi prima a Frisinga e poi a Monaco, sono rimasto colpito dalla descrizione della rovina in cui si trovava la Germania alla fine della guerra e di conseguenza alle difficili condizioni in cui dovevano svolgersi gli studi di Ratzinger e dei suoi compagni.

Un paese distrutto, occupato e governato dalle potenze vincitrici, provato dall’umiliazione della sconfitta e dalla vergogna per la scoperta degli orrori che il nazismo aveva inferto al mondo. Condizioni simili a quelle in cui si era trovata l’Italia del Nord ma moltiplicate per gravità.

Mi è allora tornato alla memoria che il cardinale Ratzinger aveva partecipato, in rappresentanza di Papa Giovanni Paolo II, alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia delle forze alleate – avvenuto il 6 Giugno 1944 – che segnò l’inizio della fine dell’avventura nazista.

Tenne nell’occasione alcuni importanti discorsi (pubblicati dalle Edizioni San Paolo in “Europa. I suoi fondamenti oggi e domani”), nei quali non è difficile ritrovare echi dell’esperienza giovanile vissuta prima sotto il dominio di un regime che descriverà con crudo realismo («Era successo che a un criminale e ai suoi compagni di partito era riuscito di prendere il potere in Germania») e successivamente, da seminarista non ancora ventenne, studente tra le macerie, il gelo e le ristrettezze conseguenza della follia nazista.

Nel pensare la ripresa dopo la tanto desiderata fine della pandemia, oggi si fa spesso riferimento al clima della ricostruzione del dopoguerra; non sarà quindi inutile utilizzare qualche spunto di riflessione preso dagli interventi del Cardinale.

Ratzinger identifica tre parole capaci di descrivere quel particolare momento storico: riconciliazione, pace e responsabilità. Soprattutto il termine riconciliazione appariva rivoluzionario dopo i sanguinosi eventi bellici.

«Il fatto che la politica della riconciliazione abbia trionfato è merito di tutta una generazione di uomini politici: ricordiamo i nomi di Adenauer, Schumann, De Gasperi, De Gaulle. Erano persone obiettive e intelligenti, con un sano realismo politico: ma tale realismo era radicato nel solido terreno dell’ethos cristiano».

E ancora: «A loro dobbiamo ancor oggi gratitudine, e dobbiamo essere grati che a guidare in maniera determinante la loro politica non fu un’idea di rivalsa, o di vendetta, o di umiliazione dei vinti ma il dovere di garantire a tutti un diritto; (…) Il centro motore di quella politica di pace fu il legame fra l’agire politico e la morale. Il discrimine interno a qualsiasi politica è costituito dai valori morali che noi non inventiamo: essi esistono e sono gli stessi per tutti gli uomini.

Diciamolo apertamente: quegli uomini politici hanno fondato la loro idea morale dello Stato, della pace e della responsabilità sulla loro fede cristiana, che aveva superato la prova dell’illuminismo e si era ampiamente purificata nel confronto con la distorsione del diritto e della morale operata dal Partito (nazista)».

Su che cosa possiamo sperare di fondare la nostra ripresa post-covid? A quale sistema di valore si ispirano coloro che hanno il potere e la responsabilità di governare questa fase così complicata e difficile?

Dobbiamo constatare con realismo la mancanza di uomini capaci di agire con un «sano realismo politico radicato nel solido terreno dell’ethos cristiano». Benedetto XVI auspicava per la politica «una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile» di cui restiamo in fiduciosa attesa, anche se generosi tentativi sorgono qua e là nel Paese senza ancora riuscire a sfondare sul piano nazionale.

Eppure è proprio di questo che abbiamo bisogno. Negli anni del dopoguerra era davanti agli occhi di tutti il disastro di un mondo che si era voluto costruire senza Dio, contro Dio.

Questa consapevolezza è oggi venuta a mancare, sostituita da una fideistica credenza nella scienza e nelle più avanzate biotecnologie. Ma queste ci hanno lasciato smarriti e impauriti di fronte a un nemico subdolo e sconosciuto qual è il virus.

Come e più di allora abbiamo bisogno che la fede diventi cultura, giudizio e compagnia rinnovata tra gli uomini di oggi per potersi fare carico della sofferenza presente e iniziare a costruire un futuro di riconciliazione tra gli uomini e con il creato, di pace, di responsabilità.

È il contributo indispensabile che i cristiani debbono alla società contemporanea le cui certezze sono state messe in profonda crisi dalla pandemia e in cui le domande di senso restano troppo spesso senza risposte adeguate.

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