Lecco, 23 ottobre 2017   |  
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Editoriale - Referendum: oltre 5 milioni di “Sì”

di Alberto Comuzzi

I cittadini della Lombardia e del Veneto che si sono recati al seggio, nella stragrande maggioranza hanno confermato di volere maggiore autonomia. Uno Stato accentratore, spendaccione e incapace di assicurare servizi di qualità, è costretto a cedere competenze alle Regioni.

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Tre milioni di Lombardi e 2.400.000 Veneti, stando alle cifre non ancora ufficiali, hanno confermato di essere favorevoli a dare ai propri governatori, Roberto Maroni e Luca Zaia, un mandato per trattare con il Governo maggiore autonomia.

Chi ha paventato una situazione come quella della Catalogna è riuscito solo in parte a disincentivare le persone a recarsi al seggio.

Chi ha insistito sullo spreco dei soldi (50 milioni in Lombardia e 14 nel Veneto) per la gestione del referendum non ha tenuto conto (o ha finto di non sapere) che il denaro è finito in gran parte nei tasche dei dipendenti comunali lombardi e veneti chiamati ad assicurare il corretto svolgimento della consultazione.

Chi, come Maurizio Martina, un ministro della Repubblica italiana che ha consigliato di non votare dando un cattivo esempio ai cittadini, ha fatto fare al proprio partito, il Pd, una pessima figura, tanto più che diversi sindaci del suo Partito s'erano schierati apertamente per il “Sì”.

Chi, come qualche opinion leader, ha consigliato di aderire (a parole) al referendum, ma di boicottarlo (nei fatti) attraverso l'astensione (per evitare che fossero solo i due governatori leghisti a trarne un vantaggio politico), ha fatto male i conti.

Il vero dato è che oltre cinque milioni di cittadini (su 12 milioni aventi diritto ad esprimersi) residenti in Lombardia e nel Veneto, aldilà delle loro appartenenze o simpatie politiche, hanno detto di volere una maggiore autonomia e di essere più favorevoli a far gestire taluni servizi ai propri amministratori regionali piuttosto che a quelli degli apparati statuali.

In questo referendum non c'erano in gioco volontà secessioniste, disgregazioni dello Stato o gli egoismi di ricchi nei confronti di poveri. Nossignori; in gioco c'era la volontà di controllare con maggior oculatezza quella massa di denaro pubblico raccolto con le tasse e troppo spesso gestito male o dissipato da politici e burocrati quasi mai chiamati a rispondere delle loro azioni.

Il residuo fiscale della Catalogna si aggira attorno agli 8 miliardi di euro, quello dell'intera Baviera a 2, quello del Veneto supera i 18 e quello della Lombardia sfiora i 54.

I cinque milioni e oltre, tra residenti in Lombardia e Veneto, che hanno votato “Si” non sono solo militanti o simpatizzanti della Lega, ma cittadini che, con responsabilità e invocando i principi sanciti dalla Costituzione, intendono migliorare il funzionamento di uno Stato gravato da lampanti inefficienze.

Lo stesso voto elettronico, per la prima volta introdotto in Italia rispetto a tanti Paesi che lo hanno in uso da anni, è un primo timido passo verso quell'innovazione e ammodernamento auspicati.

A fronte degli oltre cinque milioni di elettori che si sono pronunciati, restano però un vulnus preoccupante per la democrazia quei sei milioni e mezzo che non sono andati a votare.

C'è in giro un'aria di rassegnazione (o menefreghismo?) che non fa presagire alcunché di buono. “Perché votare? Tanto non cambia nulla. È tutto un magna magna. Sono tutti legati alla cadrega”, si sente sempre più frequentemente dire pubblicamente.

Ecco, questo referendum, non ha ancora invertito la rotta di quel forte sentimento di antipolitica che si respira un po' ovunque, ma almeno è servito a farle avere una battuta d'arresto. Rinunciare al voto è privarsi di un diritto. Chi non fa politica, la subisce, come ben sanno coloro che di politica vivono.

 

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