Lecco, 07 giugno 2019   |  
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Editoriale - Rai: una "mamma" da 2,7 miliardi di euro

di Alberto Comuzzi

Prima o poi qualcuno dovrà cominciare a porsi il problema di un'azienda che con bilanci vicino ai 3 miliardi di euro non sia in grado di produrre utili, ma addirittura registri perdite

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Corre voce che con una manovrina di 2-3 miliardi di euro, che il Governo dovrebbe varare a breve, l'Unione Europea ritirerebbe la procedura d'infrazione all'Italia evitando così eventuali sanzioni.

Bene, la cifra di cui stiamo parlano è esattamente quella che noi italiani spediamo ogni anno per tenere in vita un'azienda come la Rai che qualche intellettuale, legato ad un certo establishment, ama definire «la prima azienda culturale del Paese».

Due dati per capire di che cosa stiamo parlando, raccolti per altro con difficoltà perché districarsi nel bilancio Rai significa entrare in un ginepraio ingarbugliato.

Nel 2018 l'Azienda di Viale Mazzini ha incassato dal canone ordinario (quello pagato con le bollette della luce) 1,780 miliardi ed altri 86,5 milioni dal canone speciale (alberghi, pensioni, locande, residence, villaggi turistici, campeggi, esercizi pubblici, sportelli bancari, navi, aerei, ospedali, cliniche, circoli, associazioni, istituti religiosi, studi professionali, botteghe, negozi, mense aziendali e comunque tutti coloro che detengono un “apparecchio” atto alla ricezione dei canali Rai “fuori dall’ambito domestico”); in totale quindi 1,866.5 miliardi di euro.

Altri 709 milioni sono stati incassati dalla pubblicità e una cifra imprecisata è poi arrivata dalla vendita di servizi a terzi. Entrate complessive quindi (stimate per difetto): 2,600 miliardi di euro.

Nel comunicato ufficiale dell'Azienda si legge che «il Consiglio di amministrazione ha esaminato e approvato il bilancio 2018, che registra un risultato netto consolidato in pareggio (rispetto a un utile di 14 milioni di euro nel 2017) e una posizione finanziaria netta negativa, attestata su livelli di sostenibilità, di circa 285 milioni di euro (quasi 210 milioni di euro nel precedente esercizio). I ricavi sono scesi di 46 milioni di euro: un risultato al quale hanno concorso i canoni, la pubblicità e, in misura più contenuta, i ricavi commerciali».

Se il bilancio 2018 chiude ufficialmente in pareggio, secondo il quotidiano online “Lo specialista.tv” quello del 2019 registrerà una perdita di circa 15 milioni dovuta «in particolare al costo (circa 37 milioni) della fase di avviamento del nuovo piano industriale».

Non occorre avere il cervello di Einstein per capire che la Rai è un carrozzone che non solo non riesce a fare utili, ma spesso fa pure perdite (ripianate dall'azionista di riferimento, il Ministero del Tesoro o dell'Economia, cioè il contribuente italiano).

I dati recenti raccolti da Nielsen confermano che nel nostro Paese il mercato pubblicitario televisivo vale circa 3,8 miliardi di euro, che sono la fonte primaria di vita per tutti i soggetti che operano nel mondo della comunicazione e della stessa informazione.

Analizzandoli si ha la prova di quanto realisticamente valga la gestione del carrozzone Rai e di quanto esso risulti essere una dorata greppia, sia per i 10.500 dipendenti, sia per i suoi fortunati “stakeholders”.

Nell'analisi ci viene incontro Engage, un sistema editoriale sulla comunicazione, il marketing pubblicitario e i nuovi media, il quale rileva che «con una quota di mercato del 56,9% e i suoi 2,164 miliardi di euro incassati, in salita dello 0,8% sul 2017, Mediaset resta in testa alla raccolta pubblicitaria.

Rai Pubblicità ha registrato invece ricavi in calo del 3,3% a 709 milioni di euro, e con una quota del 18,6%, in calo rispetto al 19,4% del 2017, resta il secondo polo italiano della pubblicità tv.

Performance positiva per La7, che segna un +8,8% nelle entrate pubblicitarie per un valore di 167 milioni di euro; la televisione di Urbano Cairo ora pesa sul mercato pubblicitario tv per il 4,4%.

In leggera crescita anche Sky, che migliora del 2,5% la raccolta a 499 milioni (circa 13% di quota di mercato), e Discovery, che registra +1,2% sul 2017, a 260,2 milioni di euro (6,8% di quota)».

Il lettore “si faccia una domanda e si dia una risposta”, come direbbe il conduttore televisivo Gigi Marzullo: se Mediaset, Cairo Editore, Murdoch Editore, senza 1,866 miliardi di euro di canone annuo fanno utili e spesso arrivano a coprire eventi di rilevanza internazionale prima e meglio della Rai, com'è possibile che l'Azienda di Viale Mazzini sia perennemente sull'orlo del deficit?

Prima o poi, meglio prima che poi, qualcuno dovrà decidersi a mettere mano al carrozzone. Non si tratta di eliminare un servizio pubblico (tra l'altro, forse che tutti gli altri giornali, cartacei e non, televisioni e radio private non prestano un servizio pubblico?), ma di ristrutturarlo, mantenendo esclusivamente programmi d'educazione e di cultura.

Tutto il resto lo facciano i privati sulla base di una legislazione che favorisca il libero mercato. Lo Stato si limiti ad esercitare le funzioni di controllo dei soggetti che operano nel “circo Barnum” della comunicazione.

 

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