Lecco, 08 novembre 2019   |  

Editoriale - Una proposta credibile per ricostruire il Paese

di Giulio Boscagli

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Tre eventi in queste ultime settimane hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica: la vendita del gruppo FCA (quello che era un tempo la FIAT) alla francese Peugeot, la polemica sulla cosiddetta plastic tax e, ultima e più drammatica, la questione dell’ILVA, con il possibile ritiro di Arcelor Mittal dalla gestione del gruppo.

Tre eventi di tipo diverso ma ognuno dei quali porta con sé conseguenze e insegnamenti che è bene non perdere.

Nel primo caso è evidente che la logica che è prevalsa è quella di premiare gli azionisti senza tener conto delle ricadute sociali sia per i lavoratori che per i territori dove le aziende sono collocate. Così la famiglia Agnelli e gli altri azionisti otterranno un dividendo di cinque miliardi e mezzo di euro con buona pace delle conseguenze sulle aziende italiane del gruppo – i cui eventuali problemi, come da tradizione familiare, saranno accollati allo Stato italiano.

La tassa sulla plastica – oggetto di polemiche tra l’altro proprio da quella parte del PD al governo dell’Emilia Romagna dove sono collocate un gran numero di aziende interessate – è figlia del clima catastrofista alimentato da Greta e da quanti la seguono e che genera reazioni scomposte. L’inquinamento dei mari per la plastica è ormai il criterio di riferimento delle politiche europee trascurando il fatto che – dati di questi giorni – il 95% della plastica in mare proviene non dall’Europa ma dai grandi fiumi dell’Africa e dell’Asia, inquinamento che nessuna tassa demagogica italiana o europea riuscirà a contenere.

Nell’occasione, tra l’altro, nessuno ricorda un grande scienziato italiano, Giulio Natta premio Nobel per la chimica nel 1963, che con le sue scoperte nel campo delle materie plastiche (quelli della mia età ricordano certamente la grande pubblicità fatta al Moplen, il nome commerciale di quella plastica) ha alleggerito e migliorato la vita di milioni di persone nel mondo, aumentando gli strumenti a disposizione e le condizioni igieniche in molti lavori. Un orgoglio del nostro paese negli anni in cui ricerca e impresa portavano l ‘Italia ai primi posti tra i paesi industrializzati

Quello che succede con l’ILVA va esattamente nella direzione opposta: una cultura anti-industriale è sempre esistita ma limitata a posizioni elitarie ma è ora arrivata al governo con i Cinquestelle e con la parte meno lungimirante del PD.

Piuttosto che operare per condizioni di lavoro e produzioni sempre più sicure sia per i lavoratori che per l’ambiente, si fa di tutto per far chiudere il primo polo siderurgico europeo, diffusamente presente in Italia e anche nel nostro territorio.

La cosiddetta decrescita felice, teorizzata da diversi studiosi, ha trovato i suoi cultori e realizzatori nell’attuale governo.

L’idea che l’impresa debba essere solo digitale, telematica, che la manifattura sia un retaggio del passato destinato a scomparire è una colossale idiozia che è purtroppo diventata cultura di governo.

Una cultura che, tra l’altro, lascia l’Italia in balia di paesi meno ideologizzati del nostro che si guardano bene dal penalizzare le proprie industrie manifatturiere e, anzi, appena possono vengono ad impossessarsi delle nostre.

A noi restano così politiche assistenziali – vedi reddito di cittadinanza – che semplicemente accompagnano il declino.

Stiamo distruggendo il sistema industriale (per non parlare di infrastrutture essenziali ad esso) dopo che per un quarto di secolo ci siamo impegnati – tra i cori esultanti dei media – a distruggere un sistema politico realista, competitivo senza demonizzazioni, in Europa da protagonista e non con il cappello in mano.

E tuttavia questo nostro paese ha una ricchezza d’iniziativa dal basso, nelle imprese come nel sociale, una forza ancora resistente nelle famiglie, una classe di amministratori locali dediti al bene comune, da cui solamente può venire una ripresa vera. A condizione che una proposta credibile sia loro fatta.

C’è tuttavia un “buco nero” che deve essere affrontato e risolto, gli antichi filosofi dicevano che “operari sequitur esse” , che ogni azione deriva da una concezione che l’uomo ha di sé.

Ma chi è oggi l’uomo europeo, l’uomo italiano? Il rifiuto di riconoscer una comune radice – com’è stato fatto ai tempi della cosiddetta costituzione europea –lascia senza radici. Senza il riconoscimento di una comune origine è difficile riconoscersi amici e fratelli, condividere il senso di appartenenza a una storia e a una cultura, saper dialogare e incontrare il diverso: cioè prendersi cura del bene comune.

Qui si apre lo spazio per gli uomini di buona volontà.

 

 

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