Leccoi, 09 febbraio 2018   |  
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Editoriale – Non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza

di Alberto Comuzzi

Se si volesse davvero riformare l'Italia basterebbero poche leggi di buon senso. Purtroppo il ceto politico e la burocrazia non hanno interesse a cambiare il nostro sistema.

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Una statua di Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.)

A poco più di tre settimane dal giorno delle elezioni, stabilite per domenica 4 Marzo, la campagna elettorale si surriscalda, complici anche i tanti commentatori ed osservatori (che tutto sono fuorché osservatori) politici e gli ineffabili “maestri di pensiero”.

Se non ci fossero in gioco il presente e il futuro di milioni di italiani sarebbe quasi divertente seguire le esternazioni e gli sproloqui di certi tuttologi con il dono dell'ubiquità, essendo contemporaneamente presenti nei vari talk show che Rai, Mediaset e La7 non fanno mancare ad ogni genere di pubblico.

La recente chiusura delle liste, con esclusi “eccellenti” e candidati assolutamente certi d'essere eletti, ha mostrato, ancora ve ne fosse la necessità, la bramosia di tanti onorevoli di mantenere un seggio a qualunque costo. Un ceto politico autoreferenziale, disposto a fare carte false (come la legge elettorale in vigore) pur di non perdere i privilegi che la sua casta gli garantisce, non ha vita lunga se non è in grado di assicurare un'esistenza dignitosa alla stragrande maggioranza dei cittadini dei quali pretende d'essere classe dirigente.

Ci sono candidati, in tutti gli schieramenti che si contendono la leadership, i cui curriculum sono di una desolante povertà. Se poco o nulla hanno combinato nella vita che contributo potranno dare in Parlamento?

Quattro secoli prima della nascita di Cristo, Platone, forse il filosofo più importante tra quelli che hanno posto le basi del pensiero filosofico occidentale, era arrivato alla conclusione che «in politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente».

Qualcuno ha detto che un popolo ha la classe politica che si merita. Affermazione ovvia che si concilia con un'infinità di altre: un popolo ha i giornalisti, i medici, i magistrati, i poeti, i cantanti etc. etc. che si merita. Che il nostro Paese viva un periodo in cui spiccano prevalentemente i furbi a scapito degli intelligenti, ha un fondo di verità.

Che l'immagine, l'apparenza aldilà della sostanza, soprattutto proiettata dagli schermi televisivi, influenzi tremendamente gli elettori, è un dato di fatto inoppugnabile. Di Maio, Renzi e Salvini sono tre giovani svelti e sicuri di sé. Si presentano bene, sanno essere accattivanti.

Scafati e rapidi hanno frantumato velocemente gli oppositori interni al loro partito. La parlantina non fa difetto a nessuno dei tre, ma mentre i primi due hanno già imparato a destreggiarsi tra gli umori dei cittadini (e di coloro che contano) assecondandoli a seconda delle convenienze, il terzo, almeno sino ad ora, ha mantenuto una coerenza di fondo sulla sua proposta politica originale, che può anche non piacere, ma non è ondivaga. Naturalmente un conto è fare politica nelle piazze, un altro è governare.

Dicevamo di un ceto politico autoreferenziale che è comunque sempre ben supportato da un gigantesco apparato burocratico, talvolta alle sue dipendenze e talaltra persino capace d'imporsi con atteggiamenti ricattatori. La corruzione, non a caso, s'annida facilmente nel ginepraio di leggi e regolamenti che sono il “pane quotidiano” della burocrazia statale e sub statale.

Se si volesse davvero riformare il Paese basterebbe cominciare dalla selezione della classe politica, che potrebbe essere scelta dai cittadini attraverso un semplicissimo sistema elettorale. Un solo articolo che, grosso modo, potrebbe così recitare: «Hanno diritto all'elettorato attivo e passivo i cittadini italiani con la fedina penale immacolata. Hanno diritto all' elettorato passivo i cittadini italiani che risiedono da almeno 5 anni nel comune, provincia, regione, in cui intendono candidarsi.

Similmente concorrono all'elezione in uno dei due rami del Parlamento i cittadini che da almeno cinque anni risiedono nel collegio in cui intendono candidarsi e alla data dell'elezione abbiano compiuto 30 anni (non 25 come oggi) per la Camera dei deputati e 40 per il Senato della Repubblica. Tutte le cariche elettive prevedono due mandati. È possibile un terzo mandato dopo l'interruzione di almeno una consiliatura o legislatura».

Uno Stato può tranquillamente riformarsi, a patto che i suoi cittadini siano consenzienti.

La vera grande riforma, però, è quella dei cuori degli uomini, che sono anche cittadini e, di conseguenza, anche elettori, almeno nei Paesi dove esiste una parvenza di democrazia. Da lì si deve ripartire, dalla coscienza, dall'etica.

Come diceva André Malraux, lo scrittore comunista diventato ministro del generale De Gaulle, «non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza».

 

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