Lecco, 10 maggio 2019   |  
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Editoriale – L'umanesimo europeo non è morto

di Alberto Comuzzi

La cultura del Vecchio Continente è intrisa di quei valori giudaico-cristriani che hanno aiutato lo sviluppo di popoli e nazioni. Il contributo della Chiesa per un'Europa che torni ad essere faro di civiltà.

100 e Giovanni Paolo II Parlamento

San Giovanni Paolo II l’11 Ottobre 1988 al Parlamento di Strasburgo.

Dal 1939 al 1978 gli interventi pontifici sull'Europa sono stati 136 (36 di Pio XII, 7 di Giovanni XXIII e 93 di Paolo VI). Durante il suo pontificato (1978 – 2005) San Giovanni Paolo II ha dedicato all'Europa oltre 700 interventi, mentre non ci sono ancora statistiche ufficiali su quelli di Benedetto XVI e di Papa Francesco.

Questi numeri dicono già quale attenzione i massimi esponenti del Magistero cattolico abbiano dedicato al Vecchio Continente negli ultimi 80 anni. Si tratta, ovviamente, di interventi di vario genere: discorsi, scritti, parti di encicliche, esortazioni apostoliche nei quali emergono idee fondamentali connesse con la realtà di un Continente che, nei secoli, è stato la culla della civiltà occidentale.

È interessante notare che l'idea di Europa che avevano in testa e che quindi hanno proposto i Papi citati – e in particolare quella che si riscontra nel magistero di san Giovanni Paolo II – abbraccia tutti i popoli presenti nelle terre che delimitano e configurano il Vecchio Continente, dall’Atlantico agli Urali, dal Mare del Nord al Mediterraneo.

Sotto il profilo antropologico e culturale poi l’identità dell’Europa che emerge dal Magistero cattolico va ben oltre i confini della tradizione occidentale o latina perché va ad abbracciare anche quella orientale. L'Europa, di fatto, è il frutto di entrambe le due tradizioni cristiane che risultano pertanto complementari e ha una storia che prende inizio fin dagli Apostoli: Pietro e Paolo muoiono a Roma tra il 64 e il 67 d. C.

Diventa pertanto oggettivamente difficile non riconoscere che l'Europa sia caratterizzata dal cristianesimo e che la cultura cristiana ne costituisca le radici su cui si fonda la sua stessa identità. Può non piacere, ma è un dato storico incontrovertibile che i valori espressi dal Vangelo, che sono alla base dell'umanesimo europeo, hanno aiutato l'umanità a progredire là dove essa, proprio da quei valori, s'è fatta permeare.

Chissà  perché i Paesi occidentali sono così attraenti per milioni di uomini? Come mai i valori dell'umanesimo europeo garantiscono quella qualità della vita anelata e invidiata da milioni di uomini in Africa, in Medio Oriente, in Asia e in Oceania?

Dovrà pur esserci qualche motivo se una larga parte dell'umanità aspira ad avere, spesso senza saperlo, quei diritti che l'umanesimo europeo ha avuto in dono dal Vangelo: la dignità della persona, il carattere sacro della vita, il ruolo centrale della famiglia, l’importanza dell’istruzione, la libertà di pensiero, di parola e di professione delle proprie convinzioni o della propria religione, la tutela legale degli individui e dei gruppi, la collaborazione di tutti per il bene comune, il lavoro inteso come partecipazione all’opera precisa del Creatore, l’autorità dello Stato a sua volta governato dalla legge e dalla ragione.

Il 26 Maggio, quando andremo a votare per rinnovare il Parlamento europeo, sarà utile individuare, attraverso i tre voti di preferenza, quei candidati che abbiano coscienza delle radici giudaico-cristiane del nostro Continente. Sarà anche utile discernere tra coloro che hanno (o non hanno) memoria di ciò che è stata ed è la cultura dell'Europa.

Aldilà delle polemiche tra sovranisti e non sovranisti, tra populisti e non populisti, il compito che ci aspetta, come elettori, è di spendere qualche ora del nostro tempo per aggiornarci sui curriculum dei candidati.

Se l'Europa dei mercanti ha mostrato tutti i suoi limiti, per realizzare quella che ci piace, quella cioè che aiuta i popoli ad affratellarsi e a collaborare tra di loro, occorre sostenere quelle persone che in tali valori credono, meglio ancora se hanno già mostrato di viverli.

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