Lecco, 17 maggio 2019   |  

Editoriale - L'Europa da cambiare e le radici cristiane

di Giulio Boscagli

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Pensare alle prossime elezioni europee semplicemente come a una sfida portata dai movimenti populisti o sovranisti all’attuale gestione dell’Unione Europea è una riduzione che fa un torto grave a una scadenza elettorale che riguarda molti aspetti del futuro di questo continente e del nostro stesso paese.
Di che Europa vogliamo parlare?

A noi piace parlare di quell’Europa che, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II, deve saper respirare con i suoi due polmoni, quello dell’Ovest come quello dell’Est.
Ma cosa aveva in mente il Papa Santo parlando di due polmoni? Forse il tentativo utopico di conciliare il comunismo sovietico con il liberalismo occidentale? Certamente non pensava a una visione politica ma al cristianesimo cattolico e ortodosso la cui unità ha contribuito a formare la più vera e profonda identità dell’Europa.

Nei decenni della divisione politica è proprio da Est che sono venuti i richiami più potenti: basti pensare a Solzenycin e Sacharov nell’URSS, a Walesa e Havel e a tanti altri meno noti che hanno saputo “vivere nella verità”, come recita un passaggio del libro “Il potere dei senza potere” scritto da Havel quando ancora era un dissidente emarginato nel suo paese.
La caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e tutto quello che hanno portato con sé ha paradossalmente fatto cadere nel dimenticatoio la testimonianza di questi eroi moderni, privando l’intero continente della risorsa di cui più avrebbe avuto necessità, quella morale.

Come infatti scriveva Havel:
“Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile (…) dovrà partire dall’uomo, dall’esistenza dell’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo. Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società (…): non è detto che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario: solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore.”

Questa eredità dimenticata è certamente tra le cause della crisi in cui versa oggi la costruzione europea. Aver privilegiato in modo esclusivo l’intervento sulle strutture economiche e politiche dimenticando (o avversando) tutto quello che è portatore di significato nella vita degli uomini – ricordate il rifiuto di accettare l’inserimento delle radici cristiane nel progetto di costituzione europea? – ha portato a quella meschina costruzione che abbiamo oggi di fronte, così lontana dagli ideali dei fondatori e così mal sopportata da tante persone.

Se i movimenti sovranisti hanno avuto un significativa crescita negli anni questo è anche dovuto alla dimenticanza, quando non al disprezzo, che i burocrati europei e i fragili politici che li hanno spesso affiancati, nutrono per le patrie che compongono l’Europa. Prima di riconoscersi europei, o assieme a tale riconoscersi, le persone sono legate alla propria patria, terra dei loro padri, molti dei quali hanno dato la vita per difenderla, nei secoli passati e anche in tempi più recenti.

Quando ascoltiamo le note che Smetana ha dedicato a Ma Vlast, la sua Patria, o la polacca eroica di Chopin così struggente nel rappresentare il dolore di chi la patria l’ha persa, non possiamo dimenticare che l’uomo europeo non è nato con Maastricht o Lisbona, ma è figlio di una storia che non può essere cancellata senza provocare disastri:
Abbiamo infatti un’Europa della cultura con i grandi movimenti filosofici, artistici e religiosi che la contraddistinguono e la fanno maestra di tutti i Continenti; abbiamo l’Europa del lavoro, che, mediante la ricerca scientifica e tecnologica, si è sviluppata nelle varie civiltà, fino ad arrivare all’attuale epoca dell’industria e della cibernetica; ma c’è pure l’Europa delle tragedie dei popoli e delle Nazioni, l’Europa del sangue, delle lacrime, delle lotte, delle rotture, delle crudeltà più spaventose.

Così Giovanni Paolo II nel 1981 parlava ai partecipanti a un Colloquio sulle comuni radici cristiane delle nazioni europee. Il Papa non dava dell’Europa un’immagine irenica, ma un’immagine estremamente realistica di cui abbiamo necessità oggi per affrontare le grandi sfide che la contemporaneità pone a tutti i paesi.

E’ di questi giorni l’uscita di un libretto curato da due intellettuali, un liberale, Angelo Panebianco, e un cattolico, Sergio Belardinelli, dal titolo intrigante “All’alba di un nuovo mondo”. Il sottotitolo descrive il contenuto: “solo il mondo occidentale e soprattutto l’Europa potranno preservare la società aperta e rilanciare un ordine internazionale legittimo”.

Serve quindi l’Europa ma serve un Europa diversa. Non è utile banalizzare o ridicolizzare populismi e sovranismi (che pure se lo meritano ampiamente) se non si è in grado di offrire alle persone disorientare delle proposte alternative credibili.

Resta fondamentale, per questo, il discorso che il card. Ratzinger fece al Senato italiano nel 2004 descrivendo la formazione spirituale dell’Europa, con una conclusione drammatica e impegnativa allo stesso tempo

“C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se essa vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri.

Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi. Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto davanti a ciò che è sacro e mostrare il volto di Dio che ci è apparso – del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato un uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza.

Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa, bensì veniamo meno anche ad un servizio agli altri che essi hanno diritto di avere. Per le culture del mondo la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro. Pertanto proprio la multiculturalità ci chiama a rientrare nuovamente in noi stessi.” (j. Ratzinger: Europa, i suoi fondamenti spirituali ieri, oggi, domani, 2004)

E’ un richiamo forte che riguarda soprattutto i cristiani che hanno un compito unico come abbiamo ricordato in un precedente editoriale citando i recenti “appunti” di Benedetto XVI. L’Europa, comprese le elezioni prossime, è una sfida alla fede dei cristiani, in particolare dei cattolici, i quali, come ha recentemente ricordato il card. Ruini: “rischiano di abdicare a quello che è un loro preciso dovere, prima che un diritto, di rinunciare cioè a testimoniare con forza e chiarezza la verità umana e cristiana in materia di etica pubblica. Il risultato, purtroppo, è l’irrilevanza”.

L’irrilevanza dei cattolici non va a danno della Chiesa, che è nelle mani e nel disegno del suo Signore, ma a scapito di una convivenza più umana di cui ha assoluto bisogno il continente Europa.

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