Lecco , 22 febbraio 2019   |  

Editoriale – Le parole di Paolo ai Romani di ieri e di oggi

di Alberto Comuzzi

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Il brano della Lettera ai Romani, letto in tutte le chiese domenica scorsa, 17 Febbraio, stimola qualche riflessione che offriamo al lettore. Se per un cattolico praticante potrebbe essere più familiare immergersi nel tema sviluppato dall'autore della Lettera, anche per un "lontano" o addirittura un non credente intellettualmente onesto, non dovrebbero esserci remore nell'interrogarsi sul medesimo tema.

Stiamo parlando di un testo scritto da un intellettuale che - comunque lo si giudichi - da duemila anni fa discutere per la sua profondità di pensiero. Qualche studioso, provocatoriamente, è giunto a sostenere che il cristianesimo non sarebbe da ascrivere a Gesù Cristo, figlio di Dio, ma a quel Paolo di Tarso, ebreo convertito sulla via di Damasco dopo essere stato a lungo un feroce persecutore dei cristiani.

Che cosa dice dunque Paolo ai Romani del suo tempo e a noi uomini del 2000?

«Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato», egli afferma. «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona; quindi non sono io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo Nostro Signore!».

Autorizzati a commentare queste parole di San Paolo sono i biblisti e gli esegeti della Parola, naturalmente. Da cronisti, immersi nella quotidianità degli eventi e della loro immediatezza, quindi in ciò che per sua natura è transeunte, ci sentiamo comunque afferrati dal testo paolino che ci fa capire come sia Gesù Cristo l'unica vera cura salvifica ai tanti mali che ci affliggono.

Convinti come siamo di trovare la felicità, la serenità, la pienezza nell'appagamento dei nostri desideri carnali (che vanno ben oltre al piacere sessuale) ci condanniamo, senza rendercene conto, alle sofferenze più atroci.

Un esempio su tutti: quanti milioni di esseri umani soffriranno (ancor più di quanto avvenga attualmente) se avrà successo il progetto di egemonizzare la Terra che hanno in mente alcune élite cinesi e indiane facendo alleare i rispettivi popoli?

La sete di dominio (la carne) di pochi uomini su milioni di loro simili potrà solo generare patimenti e dannazione. Mentre noi europei ci stiamo dividendo tra sovranisti e non sovranisti, qualcuno sta già progettando di schiavizzarci.

Se Paolo ci rassicura che la risposta all'angosciante quesito "chi mi libererà da questo corpo di morte?" è Gesù Cristo ("siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo Nostro Signore") non dovremmo esitare, proprio da credenti, a tornare a gridare dai tetti che le radici dell'Europa sono giudaico-cristiane.

Anzi, dovremmo fare di più: proprio in virtù di queste radici dovremmo soffocare gli istinti egemonici che sono in noi (nella nostra carnalità) e liberare gli altri valori, che pure sono in noi, come l'amicizia, la solidarietà, il bene comune che possono contrastare efficacemente gli altrui maligni disegni contro di noi.

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